I Die Sterne a Parigi: tra il Bubblegum pop di Gainsbourg e la neodisco

Articolo pubblicato il 10 febbraio 2011
Articolo pubblicato il 10 febbraio 2011
Generazioni di giovani tedeschi conoscono a memoria i testi delle canzoni del gruppo indie-rock fondato nel 1992, come ad esempio la canzone „Was hat dich bloss so ruiniert?“ (Cosa ti ha rovinato in questo modo?).
Tra un sound-check e la pausa pranzo, seduti su un divano polveroso del club parigino La Bellevilloise, dove hanno fatto apparizione il 20 gennaio scorso in occasione della settimana franco-tedesca, Frank Spilker, il leader dei Die Sterne e il bassista Thomas Wenzel parlano di Amburgo e del mix di stili che caratterizza il loro ultimo album 24/7.

Un cambiamento di paradigma radicale: l’anno scorso l'ambasciatrice della cultura tedesca a Parigi fu la cantante Annett Luoisian. Nel 2011 è la volta dei Die Sterne. Vi sentite a vostro agio in questo ruolo?

Frank Spilker: è qualcosa difficile da spiegare. Ogni tedesco rappresenta -purtroppo, aggiungerei- il proprio paese all’estero. L’importante è che venga rappresentata la varietà del paese, evitando di parlare di una cultura tedesca omogenea. Non si può parlare di un unico rappresentante della realtà della Repubblica federale tedesca, bensì di pezzi di puzzle che la compongono. Noi non ci sentiamo i rappresentanti della cultura tedesca. Alla fine la gente viene ai nostri concerti per vedere la band e scoprire qualcosa che altrimenti non potrebbe scoprire nella propria cultura.

Ai vostri inizi giravate Amburgo con le cover di Gainsbourg; avete una passione nascosta per la Francia?

Frank Spilker: Una nostra amica ad Amburgo è originaria di Lione. Grazie a lei abbiamo scoperto dei lati di Serge che in Germania non erano conosciuti. Da noi si conosce soltanto “je t’aime-moi non plus”. Lui proveniva dalla chanson francese, ma introdusse un rinnovamento. Disse: “Basta con la serietà, ora mi metto a fare bubblegum pop”, nonostante lui criticasse la musica pop. È diventato meritatamente un eroe nazionale. Inoltre vorrei ricordare anche Friedrich Hollaender, quindi l'aspetto jazz. Negli anni '20 la cultura era meno nazionalista. C’era una scena jazz internazionale. Era naturale che anche a Berlino prendesse forma una scena della chanson come a Parigi. E oggi forse si vuole andare di nuovo in quella direzione.

Anche se probabilmente non ne potete più di sentirla, vi faccio la domanda di rito sulla scuola di Amburgo: spiegate brevemente ai giovani europei che cos'è o che cos'era.

Il tastierista Richard von der Schulenburg ha lasciato il gruppo dopo 9 anni di collaborazione.Frank Spilker: Negli anni '90 andava di moda definire l'arte attraverso i luoghi di provenienza. Nella metà degli anni '80 fece tendenza Boston e più tardi, nel 1993, fu il periodo di Seattle. Allo stesso modo, nei media tedeschi si propagò il nome di Amburgo, la città con le band più in voga del momento. Lì si trova la famigerata Reeperbahn ed è lì che i Beatles mossero i loro primi passi. Da tutto ciò nacque un mito facilmente commercializzabile. All'inizio degli anni '90 ad Amburgo c'era un clima davvero fervido. Le band più famose dell'epoca erano i Blumfeld, i Tocotronic e i Die Sterne. In poche parole, Amburgo era fantastica. Oggi però la scuola di Amburgo può essere considerata ormai storia della musica.

Thomas Wenzel: Oggi tutto ciò si è leggermente spostato. Ci sono ancora buoni gruppi provenienti da Amburgo, però Berlino riscuote maggiore interesse. I gruppi austriaci come i Jamey Lidell, i Peaches o gli Ja e i Panik si sono spostati a Berlino. Dieci anni fa probabilmente sarebbero andati ad Amburgo. Berlino ha provocato una specie di effetto calamita per la cultura internazionale.

Frank Spikel: Nonostante anche questa moda stia finendo, Berlino ha fatto tendenza per la musica elettronica. Berlino è e rimane comunque un trampolino di lancio per gli artisti ed è una delle città economicamente più abbordabili al mondo. Ci sono quindi delle ragioni pratiche per cui la gente si trasferisce da Toronto a Berlino, dove ci si può permettere di essere musicisti. Ciò è più difficile nel resto del mondo.

Per l'ultimo album 24/7 avete collaborato con il DJ produttore monacense Mathias Modica: il risultato è di stile elettronico, però ciò vi è costato il chitarrista e vi ha portato fuori dal filone iniziale indie-rock. Da cosa deriva il nuovo mix di stili?

Thomas Wenzel: be', il chitarrista non è stato il primo andarsene...

Frank Spilker: Ciò non ha solamente a che fare con il tipo di stile, ma a volte capita che i corsi della vita prendano vie diverse. Per i Die Sterne è risultato positivo che non si siano attaccati ad un unico stile. Guardando al passato, ci ispiriamo al filone New Wave che si sviluppò a New York negli anni '80. E anche alla casa discografica DFA Records per ciò che riguarda i gusti. Inoltre, ciò che abbiamo conosciuto del nostro produttore Mathias Modica deriva dal filone elettro-neodisco. Da tutto ciò abbiamo preso spunto. Ovviamente un cambiamento del genere causa sempre dei problemi. Però un recensore ha detto recentemente che non avrebbe ascoltato il nuovo disco se non ci fosse stato il dibattito “I die Sterne ora fanno musica da discoteca!”.

Gomma, la casa discografica con la quale avete inciso 24/7, ha un orientamento internazionale. Il mercato internazionale è diventato più aperto per la musica tedesca?

Thomas Wenzel: No e non saprei neanche dire il perché. Per raggiungere qualcosa a livello internazionale devi portare il marchio“German qualcosa”; in un certo senso come i Kraftwerk e i Rammstein. E loro si possono vendere bene sul mercato perché stanno per qualcosa di tedesco. Ciò che facciamo noi è proprio il contrario.

Da Fickt das System (Fotti il sistema, 1992) a Tanz den Bournout (Balla l'esaurimento nervoso) nel testo di Depressionen aus der Hölle (Depressioni dall'inferno, 2010): è soltanto un'impressione o ora siete più moderati nei vostri testi?

Frank Spilker: Non c'è stato un cambiamento in questo senso. È la classica teoria bohémien secondo la quale ci si sfoga in gioventù e poi più tardi si mette la testa a posto. Se si ascolta con attenzione il testo “Stadt der Reichen” (La città dei ricchi) o “Depressionen aus der Hoelle” i testi sono addirittura più duri di Fick das System. Ciò che facciamo oggi non è meno radicale, forse solamente non così estremo nella scelta delle parole. Nell'album 24/7 si parla di aspettative che nessuno può raggiungere, di un ideale propagato. Non so se sia compito di ognuno di noi cercare di cambiare tutto ciò. Però è nostro compito far capire quanto sia assurda questa prospettiva. Per il resto, anche a me piace poter fare acquisti su internet ventiquattr'ore su ventiquattro, però in questo caso a lavorare non sono esseri umani, ma macchine!

Il concerto dei die Sterne ha avuto luogo nell'ambito della settimana franco-tedesca ed è stato organizzato dal Goethe Institut e dal DFJW (ufficio per la gioventù franco-tedesca), con la partecipazione dell'ambasciata tedesca, il Nouveau Centre d'Information Civique, il DAAD (servizio tedesco per lo scambio accademico) e la casa di Heinrich Heine.