I cineclub tunisini: il cinema come resistenza

Articolo pubblicato il 28 febbraio 2014
Articolo pubblicato il 28 febbraio 2014

Dalla loro crea­zio­ne, negli anni '60, i ci­ne­club tu­ni­si­ni sono sempre stati spazi di li­ber­tà crea­ti­va e in­tel­let­tua­le: un ter­re­no fer­ti­le per ci­nea­sti, ap­pas­sio­na­ti di ci­ne­ma e mi­li­tan­ti del­l'op­po­si­zio­ne di si­ni­stra dell'ex-re­gi­me di Ben Ali. I reporter di Cafébabel sono andati alla loro scoperta.

La car­ti­na ci­ne­ma­to­gra­fi­ca della ca­pi­ta­le tu­ni­si­na si ri­du­ce a una man­cia­ta di sale che per la mag­gior parte cir­con­da­no il corso Bour­gui­ba, ar­te­ria prin­ci­pa­le della città: il Mondo, il Rio e il Co­li­sée sono vec­chi edi­fi­ci di ar­chi­tet­tu­ra co­lo­nia­le, "splen­di­da­men­te" de­ca­den­ti per l'oc­chio stra­nie­ro, ma tri­ste­men­te in­suf­fi­cien­ti per l'a­man­te della set­ti­ma arte.

Na­sco­sta tra esse, pul­lu­la una cor­ren­te al­ter­na­ti­va: i ci­ne­club, via di fuga del cir­co­lo di Hol­ly­wood, pa­la­di­ni del ci­ne­ma tu­ni­si­no e ri­fu­gio dei mi­li­tan­ti di ogni pro­ve­nien­za in un Paese che, fino al 2011, quan­do è scop­pia­ta la Pri­ma­ve­ra Araba, vi­ve­va sotto un re­gi­me au­to­ri­ta­rio che mu­ti­la­va anche la pro­du­zio­ne ci­ne­ma­to­gra­fi­ca na­zio­na­le. Che lo vo­glia­te o meno, la po­li­ti­ca ha in­ve­sti­to tutto nei ci­ne­club, anche prima della ri­vo­lu­zio­ne del 14 gen­na­io 2011.

Per amore del ci­ne­ma

"Trop­pa po­li­ti­ca", si la­men­ta Amel Saa­dal­lah, dopo aver ri­flet­tu­to per qual­che se­con­do, quan­do le chie­dia­mo per­ché ha fon­da­to Ci­né­ma­dart, uno dei primi club in­di­pen­den­ti della Fe­de­ra­zio­ne Tu­ni­si­na dei Ci­ne­club (FTCC). Da 7 anni, tutti i mar­te­dì, que­sto spa­zio no­ma­de, che ora trova una sua di­mo­ra a pochi passi dalle ro­vi­ne di Car­tagine, pro­iet­ta film di ogni ge­ne­re che non tro­va­no spa­zio nel pa­no­ra­ma na­zio­na­le. Oggi, per esem­pio, 3 cor­to­me­trag­gi made in Tu­ni­sia ac­cen­do­no una di­scus­sio­ne ani­ma­ta quan­do s'il­lu­mi­na la sala. Stan­do al gran nu­me­ro di oc­chia­li, pan­ta­lo­ni a si­ga­ret­ta, lab­bra rosse e ba­schi, sem­bra di as­si­ste­re a un in­con­tro in­tel­let­tua­le bo­hé­mien di una qual­sia­si ca­pi­ta­le eu­ro­pea; se non fosse che la lin­gua usata nel di­bat­ti­to sia l’a­ra­bo-tu­ni­si­no, me­sco­la­to a pa­ro­le ed espres­sio­ni fran­ce­si. Amel segue at­ten­ta­men­te la di­scus­sio­ne tra i di­ret­to­ri dei cor­to­me­trag­gi e il va­rio­pin­to pub­bli­co dalla sua pol­tro­na; poi am­met­te: "A volte sem­bra che il film sia solo un pre­te­sto per par­la­re del pro­ble­ma di turno. Noi vor­rem­mo che fosse il con­tra­rio", ag­giun­ge. Que­sta ra­gaz­za dai mo­vi­men­ti dolci, ma dallo sguar­do com­bat­ti­vo crede che si stia per­den­do l'es­sen­za dei ci­ne­club e vor­reb­be stac­car­si dalla "mi­li­tan­za" della mag­gio­ran­za per de­di­car­si al "ci­ne­ma per l'a­mo­re del ci­ne­ma".

Vi­ve­re di que­sta arte in un Paese in cui i lun­go­me­trag­gi pro­dot­ti ogni anno si con­ta­no sulle dita di una mano e dove ci sono poco più 10 di sale di pro­ie­zio­ne, in fondo, è un'al­tra forma di lotta. Lo sa bene Fatma Bchi­ni, pre­si­den­te del club più vec­chio di Tu­ni­si, il Ci­ne­club di Tu­ni­si"Com­pra­re un bi­gliet­to del ci­ne­ma a Tu­ni­si è già una forma di re­si­sten­za", af­fer­ma de­ci­sa que­sta stu­den­tes­sa di me­di­ci­na di 23 anni, che fa parte anche del Co­mi­ta­to fe­de­ra­le dei Ci­ne­club. Fatma parla con en­tu­sia­smo delle at­ti­vi­tà or­ga­niz­za­te e spera che pro­prio in que­sti spazi si pre­pa­ri il fu­tu­ro della nuova Tu­ni­sia: "Vo­glia­mo apri­re dei ci­ne­club per bam­bi­ni, per sal­va­re la loro ge­ne­ra­zio­ne dal­l'am­ne­sia col­let­ti­va, per in­se­gna­re a crea­re e a co­strui­re". Oggi il nu­me­ro dei club di ci­ne­ma sono il tri­plo di quel­lo delle sale uf­fi­cia­li e "non c'è gior­no in cui la Fe­de­ra­zio­ne non ri­ce­va una nuova ri­chie­sta di aper­tu­ra", af­fer­ma or­go­glio­sa Fatma.

PO­LI­TI­CA, GRADO ZERO

Erano così rudi e ri­gi­di che si ca­pi­va al volo che erano po­li­ziot­ti", iro­niz­za Maher ben Kha­li­fa, mem­bro at­ti­vo di que­sto mondo na­sco­sto dal primo mo­men­to che vi ha messo piede – aveva la te­ne­ra età di 7 anni. Si ri­fe­ri­sce agli agen­ti in­fil­tra­ti che as­si­ste­va­no re­go­lar­men­te alle riu­nio­ni del suo club di ci­nea­sti di­let­tan­ti per pren­de­re nota di quel­lo che si di­ce­va. Stra­na­men­te, le au­to­ri­tà hanno sem­pre tol­le­ra­to que­sti pic­co­li fuo­chi di dis­sen­so: da una parte, per la loro scar­sa vi­si­bi­li­tà al­l'in­ter­no della so­cie­tà, dal­l’al­tra, per fare bella fi­gu­ra di fron­te alle de­mo­cra­zie oc­ci­den­ta­li. In ogni caso, "che si mi­li­ti per un par­ti­to o meno, i ci­ne­club in­se­gna­no il di­bat­ti­to. Il di­bat­ti­to è il "grado zero" della po­li­ti­ca: im­pa­ri a di­fen­de­re le tue idee e a met­ter­ti in gioco", spie­ga que­sto stu­den­te di di­se­gno gra­fi­co.

Pochi mezzi, molta fan­ta­sia

Maher fa parte della Fe­de­ra­zio­ne Tu­ni­si­na dei Ci­nea­sti Ama­to­ria­li (FTCA). Gra­zie alla FTCA, a 17 anni, ha po­tu­to gi­ra­re il suo primo cor­to­me­trag­gio, Kari for dogs: un falso spot com­mer­cia­le che, ispi­ran­do­si alle tor­tu­re per­pe­tra­te nelle pri­gio­ni di Abu Gh­raib, pub­bli­ciz­za­va cibo per cani com­po­sto da carne umana. Am­met­te aper­ta­men­te che, al­me­no a li­vel­lo tec­ni­co, il suo in­gres­so nel ci­ne­ma fu "di­sa­stro­so".

La sua espe­rien­za esem­pli­fi­ca bene le di­na­mi­che di que­sto am­bien­te: per tanto tempo, i club sono stati l'u­ni­ca scuo­la di ci­ne­ma del Paese e al loro in­ter­no si sono for­ma­te varie ge­ne­ra­zio­ni di re­gi­sti, ma anche di gente or­di­na­ria che aveva sem­pli­ce­men­te qual­co­sa da rac­con­ta­re. Oggi Maher fa parte del co­mi­ta­to cen­tra­le della FTCA e so­stie­ne che al suo in­ter­no c’è gente di ogni tipo, "dallo stu­den­te di in­ge­gne­ria, al pa­net­tie­re, pas­san­do per il tas­si­sta. La no­stra idea è che chiun­que vo­glia fare ci­ne­ma possa farlo", af­fer­ma, ri­cor­dan­do che per­si­no i mi­ni­stri di Ben Ali sono pas­sa­ti per i ci­ne­club.

Quan­do è mo­men­to di crea­re e si hanno pochi mezzi di­spo­ni­bi­li si usa l'im­ma­gi­na­zio­ne e ci si dà al bri­co­la­ge, ti­ran­do fuori ma­te­ria­le e idee da ogni dove. "Ho ini­zia­to la mia car­rie­ra ci­ne­ma­to­gra­fi­ca ru­ban­do 2 vi­deo­ca­me­re", con­fes­sa can­di­da­men­te il di­ret­to­re Sami Tlili, un altro fa­na­ti­co del ci­ne­ma che, dopo aver aper­to un ci­ne­club nella sua città na­ta­le, Sous­se, si è dato alla regia. Da ex-ci­nea­sta ama­to­ria­le, si pren­de gioco dei film con gran­di pre­te­se: "Ma fa­te­mi il pia­ce­re! Manca una vite ed è il pa­ni­co: si in­ter­rom­po­no ad­di­rit­tu­ra le ri­pre­se!", si stu­pi­sce. Il suo primo film, "Che sia ma­le­det­to il fo­sfa­to", parla delle ri­vol­te nella mi­nie­ra di Gafsa della pri­ma­ve­ra del 2008. Un even­to che molti con­si­de­ra­no il vero germe delle ri­vo­lu­zio­ni arabe. "No­no­stan­te gli osta­co­li, ne vale la pena. Noi dei cir­co­li al­ter­na­ti­vi siamo stati gli unici a trat­ta­re que­sto ge­ne­re di te­ma­ti­che", ri­flet­te Tlili, prima di con­fes­sa­re:"Il re­gi­me era un as­sas­si­no di sogni. E il ci­ne­ma ci ha per­mes­so di con­ti­nua­re a so­gna­re".

– Que­sto re­por­ta­ge fa parte della serie di ar­ti­co­li del pro­get­to Eu­ro­med-Tu­ni­si, fi­nan­zia­to dalla Fon­da­zio­ne Lindh e rea­liz­za­to gra­zie al par­te­na­ria­to con iWat­ch Tu­ni­sia –