I cent'anni di Macondo: un sogno nell'aria

Articolo pubblicato il 19 aprile 2014
Articolo pubblicato il 19 aprile 2014

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Leggere Ga­briel Gar­cía Már­quez da adolescente è un’esperienza genetica, insomma il momento in cui si scopre il mondo. Rileggerlo aiuta a sbarazzarsi di quella concezione mitica sull’America Latina, suggestiva e meravigliosa, di cui l’Europa si era imbevuta attraverso le letture degli autori del Boom latino-americano, per guardare in faccia una realtà martoriata e vittima dell’oblio. 

Qual­che mese fa chie­si ai miei alun­ni se aves­se­ro mai letto Ga­briel Gar­cía Már­quez. Al­cu­ni dis­se­ro di sì, altri far­fu­glia­ro­no qual­co­sa di si­bil­li­no, altri an­co­ra mi guar­da­va­no e at­ten­de­va­no. Mal­gra­do non l’a­ves­se­ro mai letto, il nome di Gar­cía Már­quez li fece ine­vi­ta­bil­men­te sor­ri­de­re. Molti di loro era ar­ri­va­ti al­l’u­ni­ver­si­tà senza aver sco­per­to il me­ra­vi­glio­so uni­ver­so dello scrit­to­re co­lom­bia­no e pro­vai una certa tri­stez­za per loro, poi­ché, da ado­le­scen­ti, si erano persi quel­la de­li­zio­sa sen­sa­zio­ne di af­fac­ciar­si alla fi­ne­stra di Ma­condo e di sco­pri­re, in fin dei conti, il mondo.

Il gior­no dopo, leg­gem­mo a voce alta il rac­con­to L’an­ne­ga­to più bello del mondo. Co­nob­be­ro, quin­di, non solo Es­te­ban, l’an­ne­ga­to forte e bello, giun­to su una spiag­gia dei Ca­rai­bi con i suoi pan­ta­lo­ni da set­ti­mi­no e i calli sulle mani, ma anche le donne che se ne pre­se­ro cura, che lo co­pri­ro­no e lo ama­ro­no, fa­cen­do­lo di­ven­ta­re pro­ta­go­ni­sta dei loro ane­li­ti più in­ti­mi e, in­fi­ne, co­nob­be­ro i ma­ri­ti ge­lo­si, che si di­spu­ta­ro­no il pri­vi­le­gio di por­tar­lo in brac­cio e re­sti­tuir­lo di­gni­to­sa­men­te al mare. Co­nob­be­ro gli abi­tan­ti del vil­lag­gio che pian­ge­va­no in coro quel bel­l’in­ge­nuot­to anche se non lo ave­va­no mai co­no­sciu­to e li ac­com­pa­gna­ro­no lungo il cam­mi­no che por­ta­va alla sua se­pol­tu­ra, sci­vo­lan­do in quel ma­gi­co va’ e vieni di prosa ine­brian­te che fa­ce­va di­men­ti­ca­re che Este­ban era un an­ne­ga­to e che li stava por­tan­do per­si­no a sen­tir­ne la man­can­za. Quan­do ter­mi­na­ro­no di leg­ge­re il rac­con­to, ri­ma­se­ro in si­len­zio. Per­ce­pii, al­lo­ra, che sta­va­no an­co­ra guar­dan­do l’o­riz­zon­te, men­tre Este­ban si al­lon­ta­na­va tra­sci­na­to dalle onde e sen­ti­va­no l’in­do­len­za delle la­bi­li emo­zio­ni.

Ri­cor­do che qual­co­sa del ge­ne­re ca­pi­tò anche a me, quan­do co­nob­bi il vec­chio co­lon­nel­lo e, ogni ve­ner­dì nella stra­da per il porto, mi in­va­de­va una sen­sa­zio­ne con­fu­sa di ter­ro­re e al tempo stes­so di fi­du­cia nel­l’a­spet­ta­re quel­la let­te­ra che, in fondo sa­pe­vo, non sa­reb­be mai ar­ri­va­ta.

In que­sta sto­ria, l’il­lu­sio­ne resta viva, ap­pe­sa a un filo di spe­ran­za: il co­lon­nel­lo non vuole ven­de­re il suo gallo da com­bat­ti­men­to, mal­gra­do non abbia nulla per sfa­mar­si, e non smet­te nem­me­no di re­car­si ogni ve­ner­dì al porto, no­no­stan­te non aves­se mai ri­ce­vu­to, in quin­di­ci anni, la let­te­ra uf­fi­cia­le di ri­co­no­sci­men­to dei suoi di­rit­ti per i ser­vi­zi pre­sta­ti in pa­tria.

Il co­lon­nel­lo vive di sten­ti e non ha nes­su­no che gli scri­va, ma… se il gallo vin­ces­se il pros­si­mo com­bat­ti­men­to? E se la let­te­ra ar­ri­vas­se pro­prio que­sto ve­ner­dì? Io avevo quasi quat­tor­di­ci anni e cer­ca­vo di fo­ca­liz­za­re lo sguar­do sulle orme la­scia­te dal co­lon­nel­lo quan­do cam­mi­na­va per le stra­de sab­bio­se del vil­lag­gio con il gallo in brac­cio per re­pri­me­re quel­la sen­sa­zio­ne di im­po­ten­za che qual­che volta aveva pro­va­to. Nean­che l’in­stan­ca­bi­le Ur­su­la Igua­rán, nem­me­no da morta perse la spe­ran­za di vi­ve­re: visse cen­t’an­ni di so­li­tu­di­ne a Ma­con­do par­te­ci­pan­do at­ti­va­men­te al suo svi­lup­po, or­ga­niz­zan­do con de­ter­mi­na­zio­ne il suo la­vo­ro fin­ché un gior­no, vec­chia, con la gobba, schiac­cia­ta dalla so­li­tu­di­ne e dal­l’o­blio, pian­se per il di­spia­ce­re di sco­pri­re che per più di tre anni era stata il gio­cattolino dei bam­bi­ni di casa.  Ri­cor­do che la na­sco­se­ro in un mo­bi­le nel gra­na­io e morì come una pru­gna che sci­vo­la den­tro una ca­mi­cia e lo fece così come aveva pro­mes­so: dopo le piog­ge, quan­do  il de­cli­no di Ma­con­do fu ine­vi­ta­bi­le. La vidi mo­ri­re dalla rete di un cam­pet­to da cal­cio, vuoto, sab­bio­so, dove mi se­de­vo a leg­ge­re un po’ prima di an­da­re a nuo­ta­re. Era ago­sto, fa­ce­va molto caldo e Ur­su­la era morta sola, den­tro il gra­na­io, men­tre Ma­con­do si ri­du­ce­va in bran­del­li di ri­cor­di usura­ti.

In­fi­ne, quan­do Au­re­liano Ba­bi­lo­nia venne a sa­pe­re che non sa­reb­be più usci­to dalla stan­za in cui stava de­ci­fran­do le per­ga­me­ne di Mel­quía­des per­ché si pre­ve­de­va che Ma­con­do sa­reb­be stata tra­vol­ta dal vento e sra­di­ca­to dalla me­mo­ria umana, pro­prio nel mo­men­to in cui  aveva fi­ni­to di de­ci­frar­le, io, dai gra­di­ni im­pol­ve­ra­ti del cam­pet­to da cal­cio, mi sono resa conto che nien­te sa­reb­be stato più lo stes­so, che avrei smes­so di con­tem­pla­re il mondo dal basso, con gli occhi di una bam­bi­na, che il mondo, pul­san­te, stava di fron­te a me, che la vita era contemporaneamente bella e tra­gi­ca e che la let­te­ra­tu­ra sa­reb­be stata in­di­spen­sa­bi­le. 

Tut­ta­via, se, da un lato, Ma­con­do era la città degli spec­chi e dei mi­rag­gi in cui ciò che real­men­te emo­zio­na e scon­vol­ge non è tanto il me­ra­vi­glio­so, quanto la com­po­nen­te umana; dal­l’al­tro è stata la città at­tra­ver­so cui per la prima volta mi sono ac­co­sta­ta al­l’A­me­ri­ca La­ti­na.

Ri­leg­ge­re Gar­cía Már­quez da adul­ti serve a re­le­ga­re quel­la vi­sio­ne mi­ti­ca, sug­ge­sti­va e me­ra­vi­glio­sa, che l’Eu­ro­pa pos­se­de­va su que­sto con­ti­nen­te per via delle let­tu­re degli au­to­ri del boom la­ti­no ame­ri­ca­no. La di­sfat­ta e la bel­lez­za, come disse Gar­cía Már­quez quan­do ri­ce­vet­te il pre­mio Nobel, ap­par­ten­go­no en­tram­be alla stes­sa real­tà ispano-americana, dif­fi­ci­le da rac­con­ta­re per “la man­can­za di stru­men­ti con­ven­zio­na­li che ren­da­no cre­di­bi­le la no­stra vita”.

Per que­sto mo­ti­vo, col tempo, i miei ra­gaz­zi ca­pi­ran­no che il loro si­len­zio non era do­vu­to alla com­pas­sio­ne pro­va­ta per Este­ban, per il suo es­se­re in­ge­nuo, gran­de e gros­so, in­ca­pa­ce di en­tra­re dalle porte, ma alla ri­di­co­la il­lu­sio­ne di un pae­si­no che può solo so­gna­re; ca­pi­ran­no che la spe­ran­za del co­lon­nel­lo è segnata da un’on­da di spe­ran­za di cui  il tempo si burla con il suo lento tra­scor­re­re e che Ur­su­la de­ci­de di mo­ri­re dopo la piog­gia, non per­ché si senta sola o umi­lia­ta, ma per­ché Ma­con­do, sfrut­ta­ta e mas­sa­cra­ta dalla com­pa­gnia ba­na­nie­ra colonizzatrice ame­ri­ca­na, è de­sti­na­ta a scom­pa­ri­re.

"Los cien años de Ma­con­do sue­ñan en el aire", re­ci­ta la can­zo­ne di un grup­po fol­clo­ri­sti­co co­lom­bia­no.

Cen­t’an­ni sem­bra­no ba­sta­re per ve­der­si ri­fles­si su tutti gli spec­chi del mondo.