I blogger di Tunisi: "Non chiamatela rivoluzione 2.0"

Articolo pubblicato il 27 febbraio 2014
Articolo pubblicato il 27 febbraio 2014

Nel 2011 il mondo esal­ta­va la "ri­vo­lu­zio­ne 2.0" tu­ni­si­na. Se i blog­ger erano gli eroi, il web era la loro arma. Oggi,  anni dopo, tra mi­nac­ce "on­li­ne" e il ri­tor­no dei par­ti­ti tra­di­zio­na­li, i so­cial media si ri­ve­la­no uno stru­men­to a dop­pio ta­glio anche per chi era stato di­pin­to come l'a­van­guar­dia del po­po­lo. Lunga vita ai blog­ger?

Quan­do Lina Ben Mhen­ni mi rag­giun­ge al Grand Café du Thea­tre, in ave­nue Bour­gui­ba, ha an­co­ra il fia­to­ne. Men­tre si ac­co­mo­da al ta­vo­lo, con un gesto della mano, in­vi­ta la sua guar­dia del corpo ad al­lon­ta­nar­si. È ap­pe­na ve­nu­ta dal­l’U­ni­ver­si­tà, dove in­se­gna. Co­min­cio a par­lar­le, ma lei guar­da al­tro­ve, oltre il gran­de viale, le cen­ti­na­ia di per­so­ne di pas­sag­gio, gli scia­mi di taxi lungo la stra­da. Tre anni fa, nel 2011, in que­sto viale si è con­su­ma­ta la forma tan­gi­bi­le della “cy­ber-ri­vo­lu­zio­ne” tu­ni­si­na, la prima della sto­ria. Lina, seb­be­ne sia una delle blog­ger più co­no­sciu­te nel Paese, la con­si­de­ra un mito: “La gente è morta per stra­da, non on­li­ne”, af­fer­ma ‑ sem­bra stufa di do­ver­lo spie­ga­re an­co­ra; il fil di ferro che corre an­co­ra lungo parte della stra­da dà un peso tutto par­ti­co­la­re alle sue pa­ro­le.

A Tu­ni­sian Girl

Nel 2011 Lina è ospi­te della te­le­vi­sio­ne fran­ce­se. Tariq Ra­ma­dan, noto in­tel­let­tua­le arabo, ac­cu­sa lei e i blog­ger di non es­se­re i por­ta­vo­ce del po­po­lo e di es­se­re stati fi­nan­zia­ta da isti­tu­zio­ni sta­tu­ni­ten­si. “Per­so­nal­men­te non co­no­sco nes­su­no che abbia preso soldi per apri­re un blog. Soldi per cosa? Quan­to ci vuole a crea­re un blog?”, af­fer­ma secca quan­do le ri­cor­do lo show. La sua sto­ria per­so­na­le è degna del mi­glior Ta­ran­ti­no: nel 2007, con un por­ta­ti­le “com­pra­to in un Car­re­four qual­sia­si”, crea il suo primo blog, A tu­ni­sian girl. Ini­zial­men­te, “un blog per ar­go­men­ti fu­ti­li”, am­met­te lei senza pro­ble­mi. Poi, ar­ri­va la cen­su­ra sotto Ben Alì e la fama per la no­mi­na­tion al Nobel per la pace. A que­sto punto Lina di­ven­ta uno dei volti più im­por­tan­ti della "ri­vo­lu­zio­ne". 

Oggi, con un dit­ta­to­re in meno e una Co­sti­tu­zio­ne in più, vive sotto la pro­te­zio­ne co­stan­te della po­li­zia. “Prima della ri­vo­lu­zio­ne ero in una pri­gio­ne, ma al­me­no era più gran­de. Oggi su­bi­sco cam­pa­gne di dif­fa­ma­zio­ne e mi­nac­ce di morte su fa­ce­book: non vivo senza la pro­te­zio­ne della po­li­zia”, af­fer­ma – sar­ca­smo e ras­se­gna­zio­ne si uni­sco­no in uno sguar­do lan­cia­to alla sua guar­dia del corpo. Come è pos­si­bi­le? I blog­ger tu­ni­si­ni non erano l’a­van­guar­dia amata dal po­po­lo in ri­vol­ta? E il web, non era l’ar­ma af­fi­la­ta delle gio­va­ni ge­ne­ra­zio­ni?Blog, so­cial media, in­ter­net: da stru­men­ti tutto è di­ven­ta­to un’ar­ma a dop­pio ta­glio per lo scopo della ri­vo­lu­zio­ne”, am­met­te Lina prima di sen­ten­zia­re: “3 anni fa pen­sa­vo che tutti vo­les­se­ro mi­glio­ra­re il no­stro Paese, ma ero un’i­dea­li­sta”. La piog­gia cade re­go­la­re su una Tu­ni­si dai 15°C scar­si: il tempo, pro­prio come l’im­ma­gi­ne fran­tu­ma­ta della cyber com­mu­ni­ty che di­pin­ge Lina, si schian­ta con­tro il senso co­mu­ne oc­ci­den­ta­le.

Il campo di bat­ta­glia

In rap­por­to alla po­po­la­zio­ne to­ta­le na­zio­na­le, la Tu­ni­sia è il primo Paese in Afri­ca e nel mondo arabo per nu­me­ro di pro­fi­li fa­ce­book at­ti­vi. Nel 2011, il 50% degli uten­ti in­ter­net ave­va­no un ac­count fa­ce­book. Oggi, i se­gua­ci di Zuc­ker­berg sono 3.4 mi­lio­ni e i nu­me­ri di­co­no che la Tu­ni­sia è stata pe­ne­tra­ta a fondo dai so­cial media (vedi in­fo­gra­fi­ca). Forse anche per que­sto, nel 2013, Ab­del­Ka­rim (37) ha de­ci­so di fon­da­re il So­cial media club di Tu­ni­si. L’o­biet­ti­vo? Far com­pren­de­re l’u­ti­li­tà po­li­ti­ca di que­ste piat­ta­for­me ai gio­va­ni (il 60% degli uten­ti fa­ce­book va dai 24 ai 34 anni). Lui viene da Za­ghouan (50 km a sud della ca­pi­ta­le), dove, prima del 2011, fare po­li­ti­ca vo­le­va dire “ap­plau­di­re il fun­zio­na­rio di turno, in vi­si­ta per conto di Ben Alì”. Vive a Tu­ni­si dal 2002 e, oltre a par­la­re arabo e fran­ce­se, ca­pi­sce l’i­ta­lia­no: l’an­ten­na di casa cap­ta­va Rai 1. Lo in­con­tro con Henda (30) – lei viene dal quar­tie­re di Aria­na, pe­ri­fe­ria nord della ca­pi­ta­le, ed en­tram­bi si de­fi­ni­sco­no at­ti­vi­sti e blog­ger – men­tre ten­go­no una le­zio­ne sulle web radio nel se­min­ter­ra­to dell’Agen­zia Tu­ni­si­na per In­ter­net (ATI), un edi­fi­cio bian­co di due piani che si trova in ave­nue Ju­gur­tha. Dieci per­so­ne se­guo­no la le­zio­ne. Il sole s’in­fil­tra tra le sbar­re della fi­ne­stra che dà sul cor­ti­le. 

Die­tro le fi­ne­stre le ombre delle palme si al­lun­ga­no sul­l’a­sfal­to. Ab­del­Ka­rim mette il suo por­ta­ti­le ri­co­per­to di ade­si­vi sul ta­vo­lo. Il ri­sto­ran­te è pra­ti­ca­men­te de­ser­to. “I blog­ger? Sono pro­to­ni li­be­ri: ognu­no va per conto suo”, af­fer­ma – il ri­fles­so del de­sk­top nella pu­pil­la. “En­nah­da in­ve­ce sta re­clu­tan­do gio­va­ni per mo­ni­to­ra­re i so­cial media e con­dur­re cam­pa­gne po­li­ti­che on­li­ne: tutto è di­ven­ta­to un campo di bat­ta­glia”, con­fes­sa. Oggi sem­bra che i so­cial net­work, fa­ce­book in testa, rap­pre­sen­ti­no il nuovo Far West po­li­ti­co, dove isla­mi­sti, co­mu­ni­sti e anar­chi­ci si scon­tra­no tra di loro. Quan­do chie­do del ruolo dei blog­ger du­ran­te la ri­vo­lu­zio­ne, è Henda a ri­spon­der­mi, senza peli sulla lin­gua: “I blog­ger hanno avuto un ruolo li­mi­ta­to nel corso del som­mo­vi­men­to – è raro sen­tir par­la­re di “ri­vo­lu­zio­ne” da parte sua. – Se­con­do lei “c’è stato un in­te­res­se ge­ne­ra­le as­se­con­da­to dai media a na­scon­de­re il ruolo at­ti­vo di altri mo­vi­men­ti so­cia­li tu­ni­si­ni: grup­pi or­ga­niz­za­ti, non per forza pa­ci­fi­ci e che non si ac­con­ten­ta­no di quel­lo che è stato rag­giun­to”. Uno su tutti? Ta­kriz. Ep­pu­re, anche que­sto mo­vi­men­to fi­gu­ra come un cyber think tank e se­con­do la pa­gi­na fa­ce­book uf­fi­cia­le sa­reb­be ad­di­rit­tu­ra chiu­so.

a Patti con il 2.0

Quale è stato al­lo­ra il vero ruolo dei blog­ger? “Ogni ri­vo­lu­zio­ne ha bi­so­gno di un volto”, con­fes­sa Henda ci­ni­ca. Quan­do chie­do a Ab­del­Ka­rim un pa­re­re sulle in­si­nua­zio­ni di Tariq Ra­ma­dan, un’au­to scor­ta­ta dalla po­li­zia sfrec­cia die­tro alla fi­ne­stra; la segue con lo sguar­do ab­boz­zan­do un sor­ri­so am­bi­guo. Poi, al mo­men­to di ri­spon­de­re, sem­bra sa­lir­gli un grop­po in gola: “5 fa­mo­si blog­ger tu­ni­si­ni hanno usu­frui­to di una for­ma­zio­ne da parte di un think thank ame­ri­ca­no – un se­con­do di si­len­zio prima di con­ti­nua­re; – del resto chi non lo avreb­be fatto? A costo di cac­cia­re Ben Alì avrem­mo fatto i patti con il dia­vo­lo!”. Dif­fi­ci­le dar­gli torto se si pensa che già 10 anni fa, ben prima che il con­cet­to di “blog­ger” as­su­mes­se una con­no­ta­zio­ne po­li­ti­ca, il re­gi­me “ad­de­stra­va per­so­ne per sor­ve­glia­re in­ter­net e ri­spon­de­re sui forum”, rac­con­ta Henda. Erano tempi in cui in­ter­net era solo una cassa di ri­so­nan­za degli af­fa­ri pri­va­ti. Poi, tutto è cam­bia­to: la po­li­ti­ca “web”, la ri­vo­lu­zio­ne 2.0 e il nuovo go­ver­no. Ep­pu­re, oggi, par­lan­do con que­sti gio­va­ni at­ti­vi­sti si po­treb­be quasi dire il con­tra­rio. In un certo senso è come se Ben Ali fosse “morto”, la “ri­vo­lu­zio­ne” pure e anche i blog­ger non si sen­tis­se­ro trop­po bene.

– Que­sto re­por­ta­ge fa parte della serie di ar­ti­co­li del pro­get­to Eu­ro­med-Tu­ni­si, fi­nan­zia­to dalla Fon­da­zio­ne Lindh e rea­liz­za­to gra­zie al par­te­na­ria­to con iWat­ch Tu­ni­sia –