I Belgi, barbari e poeti, invadono Roma

Articolo pubblicato il 18 giugno 2015
Articolo pubblicato il 18 giugno 2015

Al MACRO, fino al 13 settembre, la mostra "I Belgi, barbari e poeti"

Dicono che Bruxelles sia il centro dell'Europa. Perché è vicina a Londra, Parigi e Amsterdam. Perché è lì che si compiono le grandi decisioni, che viene scelto il destino del vecchio continente e dei suoi abitanti. Ma soprattutto perché si tratta di una nazione dall'identità culturale e linguistica indefinita. Grande come il Lazio, il paese di Magritte e Simenon, parla francese, neerlandese e tedesco. Il belga, per naturale predisposizione, non è semplicemente belga quanto piuttosto europeo, internazionale.

La permeabilità culturale nordica si scontra con l'impermeabilità culturale italiana. E non lo fa in una città qualunque, lo fa a Roma.

Paul Delvaux, Frits Van den Berghe, René Magritte, James Ensor entrano di prepotenza al Macro per scardinarne le fondamenta, eroderne le certezze e costringerci ad un'interessante riflessione. L'eclettismo artistico contemporaneo belga, purtroppo spesso liquidato sotto le categorie di "art nouveau" e "surrealismo", è pienamente fruibile in questa mostra che ripercorre gli ultimi due secoli di storia dell'arte del paese di Hergé.

Come sempre accade nell'Urbe, anche questa esposizione viene legata alla storia romana. "Horum omnium fortissimi sunt belgae" (Di tutti, i belgi sono i più coraggiosi) è un verso del De Bello Gallico che mostra  il carattere e la tempra dei nostri ospiti. Rudi, forti, con la barba rossa e le lentiggini, i belgi sono e furono grandi artisti e poeti. Da sempre confusi con i francesi, i tedeschi o gli olandesi a seconda della regione di provenienza, oggi i belgi provano a cercare ed esprimere la loro singolarità.

Negli ultimi decenni il movimento della "Belgitude", descrivendo il belga come un apolide in perenne ricerca del proprio io, sta attuando un grande movimento di emancipazione culturale. Certamente figli di un mélange etnico e artistico, i barbari si fanno poeti e non accettano sviste, Tintin non è francese, è belga, come lo sono Amélie Nothomb, Armand Simon e Marguerite Yourcenar.

Noi invece godiamo di una certezza storica secolare e di un'autosufficienza culturale dura da scalfire. Dovremmo quindi accogliere il "culture shock" offertoci dai belgi compiendo un percorso opposto al loro. Perderci per strada dimenticandoci, anche solo per un attimo, dei nostri avi e del nostro "paese di santi, poeti e navigatori".

Questo non è il sacco di Roma quanto piuttosto l'incontro tra un'identità culturale debole capace di erodere le certezze di un'identità culturale forte. E lo scontro tra un connazionale che dice a testa alta "civis romanus sum" e un transalpino che afferma calmo, consapevole di aver percorso un lungo iter, "civis europeus sum".