I bambini afghani privati dei loro diritti

Article published on 13 marzo 2003
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Rifugiati a Peshwar o scugnizzi a Kabul, i bambini afghani sono vittime del degrado e del sottosviluppo. Come affrontare l’avvenire, per la generazione della ricostruzione del Paese? Reportage.

Dopo gli attentati dell’11 settembre, l’Afghanistan è diventato uno dei paesi al centro dell’attualità internazionale. Dopo la caduta del regime talebano nel novembre del 2001, si parla molto della ricostruzione e della mancanza di sicurezza nelle campagne, dell’ingorgo di Kabul, dei problemi dell’alloggio e dell’accesso ai servizi di base, dei limiti del mercato del lavoro e delle difficoltà di reinserimento che affrontano le popolazioni rimpatriate, di ritorno dall’esilio e/o profughe. E’ stata denunciata con forza la condizione delle donne afghane, costrette ad indossare il burqa ed a inchinarsi alla rigida pratica della purdah ( la separazione sociale tra uomini e donne). Ma la sorte dei bambini afghani, destinati ad un futuro incerto, è anch’essa molto problematica.

Sopportando malnutrizione ed epidemie d’ogni genere, essi sono generalmente privati dell’accesso ad un sistema educativo che è inadempiente e ad infrastrutture sanitarie inesistenti. Che siano rifugiati in Iran o in Pakistan, profughi all’interno dell’Afghanistan, o che abitino nelle campagne devastate dai combattimenti e dalla siccità, i bambini afghani subiscono le conseguenze di 23 anni di guerra e, al pari degli adulti, devono contribuire a raccogliere ciò di cui sfamare tutti i membri della famiglia.

Le strade di Kabul sono sovrappopolate di bambini abbandonati a se stessi che beneficiano della solidarietà delle famiglie allargate una volta scesa la notte; che passano, però, le loro giornate a raccogliere ciò di cui nutrire una madre vedova, dei fratelli e delle sorelle orfani di guerra e un nonno invalido. Molti bambini sono così senza istruzione e condannati ad aggiungersi al 64% d’analfabeti censiti in Afghanistan. I bambini vivono per lo più d’accattonaggio e di piccoli lavori che comprendono anche la vendita di vari oggetti, la raccolta di legna e di cartone, il mestiere di sciuscià ed il lavaggio d’automobili. Contrariamente ai bambini che passano buona parte della giornata per le strade della città, le bambine escono da casa solo qualche ora al giorno, per andare a cercare un po’ d’acqua, e raccogliere di che accendere il fuoco e cucinare. Il loro ruolo rimane circoscritto ai compiti domestici ed non lasciano quasi mai il domicilio familiare. La maggior parte dei bambini non guadagna più di qualche centesimo d’euro al giorno e, a causa della mancanza di frequenza scolastica, distruggono le loro possibilità di avere un lavoro dignitosamente retribuito e che richiede una qualificazione tecnica. Il lavoro dei bambini afghani è poco redditizio e può essere difficilmenteparagonato ad un apprendistato professionale.

Indesiderabili in Pakistan

La situazione dei bambini afghani in Pakistan non è molto più invidiabile. La maggior parte di loro sono nati in Pakistan da genitori afghani sprovvisti dello statuto di rifugiati ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951. Lo Stato pakistano non ha ratificato i testi di diritto internazionale e sottopone i rifugiati afghani alla legge pakistana che impedisce l’accesso al territorio nazionale ad ogni straniero non provvisto di un passaporto, e di un visto pakistani. Gli afghani rifugiati in Pakistan sono arrivati in ondate successive che hanno seguito il ritmo degli alti e bassi politici ed economici in Afghanistan a partire dall’invasione sovietica del 1979. Essi sono stati stimati a ben un milione e mezzo nel settembre 2002; i più vivono in una situazione d’illegalità e sono considerati “indesiderabili” da un’opinione pubblica che nutre un’intolleranza sempre più crescente nei loro confronti. I bambini rifugiati subiscono la stessa sorte dei loro genitori. Essi non sono denunciati all’anagrafe e, di fatto, non hanno alcuna esistenza giuridica, dunque nessun diritto ai sensi della legge pakistana.

Le comunità afghane rifugiate in Pakistan vivono principalmente nella Provincia della Frontiera nord-ovest (NWFP), una provincia a dominanza pashtun vicina, geograficamente e culturalmente, all’Afghanistan. Peshawar, la capitale, è un nodo commerciale storico, una tappa della via della seta situata alla confluenza tra il sottocontinente indiano, la Cina, l’Asia minore e l’Afghanistan. Questa rigogliosa attività commerciale è fonte d’opportunità di reddito per i rifugiati che gestiscono una buona parte dei commerci della città e costituiscono una mano d’opera a buon mercato per gli imprenditori locali. Numerose famiglie rifugiate si sono così stabilite fuori dai campi preferendo la vicinanza alla città invece di quella rete di aiuti internazionali che sono in declino.

I capi di famiglia lavorano come braccianti, autisti di risciò o domestici. Queste occupazioni precarie difficilmente permettono di nutrire quotidianamente una famiglia di 10 o 12 membri. Tutte le generazioni devono dunque impegnarsi, e in modo particolare i bambini i quali lavorano fin dalla più giovane età e conoscono condizioni di vita difficili e nocive al loro sviluppo fisico e mentale.

I bambini rifugiati che si stabiliscono nella zona urbana frequentano ancora meno la scuola. Di lingua pashtun o persiana, a seconda della loro appartenenza etnica, non possono seguire l’insegnamento in urdu delle scuole governative pakistane e di solito non hanno i mezzi per pagarsi gli studi in scuole private afghane. Come i bambini di Kabul, la maggior parte di loro lavora per le strade, svolgendo dei semplici lavoretti per guadagnare qualche rupia ed integrare le entrate familiari. Una delle attività più diffuse è la raccolta dei rifiuti; i materiali riciclabili sono venduti mentre quelli infiammabili sono usati per cucinare. Molte bambine afghane, inoltre, lavorano come domestiche a casa delle ricche famiglie pakistane e sono pagate con delle somme davvero irrisorie. A Peshawar come a Kabul, i bambini che sono in strada mangiano solo la sera, quando le entrate lo permettono. Racimolano degli scarti di cibo nell’immondizia, e ciò è all’origine di disturbi intestinali e di virus che non sono curati per mancanza di denaro.

Instaurare dei cicli di formazione professionale

Privati d’esistenza giuridica in Pakistan, i bambini rifugiati non conoscono l’Afghanistan e lo immaginano attraverso i racconti leggendari e le tradizioni orali. Il mito della patria è molto diffuso nello spirito di questi bambini che subiscono quotidianamente la violenza delle autorità pakistane e l’intolleranza di un popolo che li sfrutta economicamente e socialmente. Il ritorno in Afghanistan è sperato e sognato dagli adulti sebbene difficilmente sia affrontato nello stato attuale d’instabilità e d’incertezza. Le condizioni d’insicurezza e di povertà che prevalgono nelle campagne afghane e l’ingorgo delle principali città obbligano molti rifugiati a rimandare il ritorno verso la loro terra d’origine. Essi sono divisi tra il desiderio di ritrovare la loro patria e la difficoltà a dover rinunciare ad un inserimento, certo precario, ma reale, all’interno dell’economia pakistana.

L’Afghanistan è un paese devastato da 23 anni di guerra, dove tutto è da ricostruire. Per obbligare le famiglie al rimpatrio ed assorbire così l’afflusso massiccio di popolazioni nelle città afghane, i piani d’aiuto internazionale devono considerare come prioritari i bisogni fisici e psicologici dei bambini che saranno i futuri attori della ricostruzione economica e sociale del paese. Lo sforzo deve essere concentrato sul consolidamento del sistema educativo e sulla messa in opera di strategie alternative per i bambini esuli rispetto ai programmi scolastici classici. E’ sicuramente difficile affrontare lo sradicamento immediato e definitivo del lavoro dei bambini. E’ tuttavia possibile decidere di combattere lo sfruttamento non produttivo dei bambini instaurando degli schemi d’apprendistato professionale teso a formare gli artigiani e gli operai di cui l’Afghanistan ha bisogno per rinascere dalle sue ceneri. Solo l’instaurazione di cicli di formazione, accessibili a tutti ed adattati alle necessità di ricostruzione del paese, permetterà d’ostacolare l’attuale dinamica d’impoverimento e condurrà tutti - genitori e figli - a ritrovare il proprio posto in seno alla famiglia e alla società.