Hybášková: “il populismo è l’opposto dell’europeismo”

Articolo pubblicato il 17 settembre 2004
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Articolo pubblicato il 17 settembre 2004

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Jana Hybášková, ex-ambasciatrice della Repubblica Ceca in Kuwait, ha appena ottenuto un seggio al Parlamento europeo come candidato indipendente. In questa intervista si confida su identità europea, federalismo e potere del Parlamento.

Jana Hybášková è una persona di carattere. Quando era in Kuwait in qualità di ambasciatrice cèca, criticò pubblicamente la decisione di Praga di chiudere un ospedale a Basra. Risultato: licenziamento immediato. Finiti i brutti momenti, adesso gongola: a giugno è stata eletta eurodeputata a Strasburgo come candidata indipendente. Una buona occasione per incontrare café babel nella sua città natale, la capitale cèca.

Café babel: Signora Hybášková, lei si sente europea?

Jana Hybášková: Prima di diventare membro dell’Europarlamento, ero stata ambasciatrice della Repubblica Cèca in Slovenia dal 1997 al 2001. Era il periodo in cui la Repubblica Ceca e la Slovenia stavano avvicinandosi alla Ue, e l’intero periodo era contraddistinto da negoziati intergovernativi. A quel tempo, molti dei miei colleghi, gli ambasciatori di Francia e Gran Bretagna, vennero da me a chiedermi dei negoziati di ingresso e delle Norme di Copenhagen, perché dicevano di essere della vecchia scuola e che noi dei paesi “nuovi” avremmo dovuto sapere se la Slovenia soddisfacesse o meno le norme. Fu allora che mi resi conto che eravamo molto meglio preparati di quanto non pensassimo. Ma si avvertiva sempre il sentore di essere “quelli dell’Est”. Questa percezione della differenza tra “noi” e “loro” cambiò in seguito al 1° maggio 2004.

Ritiene possibile che un giorno nella Repubblica Ceca e in Europa le persone si sentano cittadini europei, piuttosto che cittadini di una nazione?

Per la mia generazione è difficile parlare di identità nazionale, ed anche per le giovani generazioni. Credo che la nostra generazione urbana si identifichi più con la città in cui vive che con le “nazioni”. Ciò significa che, ad esempio, i londinesi direbbero piuttosto che sono “di Londra” anziché “della Gran Bretagna”. Penso che questo concetto si possa applicare a tutta Europa. Sarò per sempre una praghese e sarò per sempre legata a questa città perché vi sono nata e cresciuta. Per la vostra generazione è più facile associare il concetto di “casa” con quello di Europa piuttosto che con quello di nazione.

Temo vivamente che la politica, nella Repubblica Ceca, sarà influenzata dall’impopolarità dell’integrazione all’Unione Europea e che le altre elezioni subiranno una percentuale inferiore di votanti anche a causa del populismo. Non è tanto il nazionalismo che mi preoccupa, quanto piuttosto il populismo. Il populismo è l’esatto opposto dell’europeismo.

E’ favorevole all’idea di un’Europa federale?

Inequivocabilmente. E’ la progressione naturale. Il potere dovrebbe essere applicato a livello regionale. L’idea di un superstato Europeo è assurda. Ma sarà difficile avanzare sulla questione della politica estera. Gli interessi nazionali dei “vecchi stati” sono ben all’avanguardia rispetto a quelli, per esempio, dell’Ungheria.

Ritiene che l’atteggiamento dei cittadini della Repubblica Ceca nei riguardi dell’integrazione Europea sia stato anche influenzato da una comprensione limitata di cosa fosse esattamente la Ue?

Oggigiorno, due processi sono legati nella Repubblica Ceca: integrazione europea e trasformazione del Paese. La trasformazione economica sarà ultimata dopo le ultime privatizzazioni; la trasformazione sociale non è ancora ultimata. La Repubblica Ceca deve ultimare questo processo per rafforzare il ceto medio, vero e proprio fondamento dell’europeismo. Non ritengo che la carenza di interesse nei riguardi dell’integrazione europea sia legata all’Europa. Penso che sia connessa ai quindici anni di affaticamento di una società che ha attraversato grandi cambiamenti. La gente non vuole più sentir parlare di integrazione: per loro è finita il 1° maggio 2004. Direi che non siamo riusciti ad unificare la trasformazione economica e l’integrazione europea nel nostro Paese. Il processo di armonizzazione e quello di trasformazione economica, avevano ben pochi punti in comune, ed in questo caso l’armonizzazione era un processo molto formale difficile da spiegare. C’era una politica di comunicazione estremamente disattenta. Solo poche persone selezionate hanno condiviso il processo . Per esempio, non ha mai avuto luogo un dibattito relativo alla riforma della politica agricola.

In futuro ritiene di potersi affermare nel Parlamento Europeo più di quanto non abbia potuto fare quando era ambasciatrice?

Sono assolutamente entusiasta. Durante la mia campagna elettorale, ho detto che il governo ceco mi aveva portato via il mandato, e ho chiesto ai miei elettori di poterlo riavere. Non ho nessun ministro alle spalle, il che rende molto più immediata la mia comunicazione. Ho appena avuto l’opportunità di suggerire un appello importante sulla situazione nel Darfur, in Sudan, durante la prima sessione della Commissione Sviluppo del Parlamento Europeo. Bisognava innanzi tutto preparare una missione di osservazione nel Darfur, alla quale prenderò parte. Sarò inoltre a capo di una delegazione permanente del Parlamento Europeo, in merito allo stato di Israele. La mia partecipazione in veste di membro di destra del Parlamento a questa delegazione è importante, visto che rappresenta l’unica opportunità di reale comunicazione. La delegazione avrà un ruolo significativo sulla scena politica del Parlamento Europeo.