Homo Erasmus: la festa infinita 

Articolo pubblicato il 14 ottobre 2013
Articolo pubblicato il 14 ottobre 2013

In venticinque anni, il programma Erasmus ha dato adito a molti dubbi, fino a sollevare, di recente, la questione della sua utilità. Nel suo sarcastico libro, Léos Van Melckebeke, studente francese, dipinge un ritratto dell'Homo Erasmus che è, allo stesso, tempo grottesco e inquietante. Ecco l'intervista con l'autore.

Cafébabel: Come ti è venuta in mente l'idea di scrivere il libro?

Léos Van Melckebeke (LVM) : Quando avevo 21 anni (oggi ne ha 23, nda.), ho seguito un corso di lingua italiana a Venezia per prepararmi al semestre che avrei passato a Bologna l'anno successivo. Ero circondato da Erasmus. Durante quei mesi mi sono reso conto che pochissimi studenti si sforzavano di stare insieme agli italiani e di parlare la lingua del Paese. Eppure, è l'idea che sta alla base dell'Erasmus. Ho notato, quindi, che l'Erasmus poteva anche essere qualcosa di completamente diverso, lontano dal messaggio positivo del programma. Con il mio libro ho voluto fare luce sulle ombre del programma di scambio europeo.

Cafébabel: Prima di partire per l'Italia, cosa pensavi dell'Erasmus?

LVM: Lo trovavo straordinario e lo penso tutt'ora. L'idea è geniale, ma sono rimasto sorpreso dalla sua realizzazione concreta e dai pochi scambi che l'Erasmus riesce a creare. Il fatto che ci siano 20 europei in una stanza non vuol dire che ne debba uscire per forza qualcosa di interessante. Anzi, in genere si parla di sciocchezze. Tutti gli studenti ben presto iniziano a difendere i cliché dei propri Paesi senza che vi sia un reale scambio di idee. Non ho mai ascoltato una discussione su come dovrebbe essere l'Europa o sulla situazione della nostra generazione, per esempio.

«Discorsi senza senso»

Cafébabel: Ma, secondo te, ci sono studenti che si sforzano di comunicare realmente?

LVM: Sì. A Bologna ho incontrato ragazzi con cui ho dialogato davvero, uno svizzero e un tedesco: persone che avevano scelto di staccarsi dagli altri Erasmus e stare con gli italiani. È per questo che non ho mai frequentato le famose associazioni di Erasmus, che non portano a niente. Ed è anche per questo che il libro è più che altro un'esagerazione comica di situazioni assurde.                                                                   Cafébabel: Quindi non è un attacco all'Erasmus?                                                     LVM : No. È una descrizione del reale che si vuole sbarazzare dei soliti discorsi piatti, deliranti ed elogiativi nei confronti dell'Erasmus. Hai presente i vecchi studenti Erasmus? È sempre la solita storia.

Cafébabel: Sebbene non sia scritto in prima persona, il libro è un po' autobiografico. Allora, chi è davvero l'Homo Erasmus?

LVM: Ho creato questo personaggio-simbolo perché mi ha permesso di affrontare contemporaneamente tre aspetti specifici. L'Homo Erasmus infatti, riunisce i vari studenti che ho osservato, me stesso e la caricatura esasperata dello studente Erasmus ufficiale, in una fiugura sola.

Cafébabel: Pensi che l'Homo Erasmus sia selettivo?

LVM: Sì, nel senso che non prova interesse verso la cultura del Paese in cui si trova. Rimane tra i suoi compatrioti. È decisamente assurdo, perché si parte in Erasmus per scoprire culture e cose nuove, ma alla fine quello che trovi è un monoculturalismo dominante. Puoi tranquillamente passare un anno in Erasmus a Bologna e non entrare per niente in contatto con la città, con la sua storia, la popolazione, le sue peculiarità. A quel punto, viene da chiedersi quale sia lo scopo del viaggio.

Critica della letargia nomade

Cafébabel: L'utilità del viaggio è anche il punto di partenza del libro e tu sembri coltivarne una visione molto intellettuale... (mi interrompe) 

LVM: Parto dal presupposto che si dovrebbe viaggiare perché si è curiosi. Oggi invece si viaggia per rafforzare e imporre le proprie idee. Per me, il desiderio di visitare un Paese nasce dal desiderio di scoprire cose nuove. Con questo non voglio dire che tutti la debbano pensare come me, ma mi stupisce il fatto che dei giovani si spostino senza la curiosità di scoprire il posto in cui arrivano.

Cafébabel: Una scena del tuo libro descrive l'Homo Erasmus completamente esterrefatto davanti a un gay pride, come se non sapesse cosa fosse. Il tuo libro è anche una critica caustica della tua generazione?

LVM: Quell'episodio è un'illustrazione del potenziale comico della nostra generazione. Quando vedo qualcosa del genere, rido. Mi prendo gioco della nostra epoca che non rispetto per niente. Ho provato a mostrare gli aspetti deliranti del "lato serio" della realtà contemporanea. Ionesco Molière, per esempio, se ne fregavano della loro epoca e sono riusciti a estrarre questo potenziale comico.

Cafébabel: Che tipo di sguardo rivolgi alla nostra generazione?

LVM: Siamo risucchiati dalla noia. Credo che i giovani cerchino di riempire questo stato d'animo seguendo la massa: una festa perenne dove tutti si divertono per nulla. Ho uno sguardo decisamente scettico sul modernismo, sulla nostra epoca e sui miei coetanei.

Cafébabel: Si vede, sia nella forma che nella sostanza. Con questo libro, non hai paura di passare per un troglodita?

LVM: Lo so e ripeto: questo libro è un'esagerazione comica! Non sono un tipo che evita le feste, ma trovo i party di oggi tristi e insipidi. Quello che voglio, è far ridere. Il mio libro non ha grosse pretese, non è un programma politico. È una cosa di piccolo conto. 

Cafébabel: In definitiva, cosa consiglieresti a un giovane studente che parte per l'Erasmus?

LVM: Non lasciarsi risucchiare dal programma, avere la curiosità di incontrare gli autoctoni. Sì, è vero, richiede uno sforzo. Il punto è che siamo in un'epoca dove ci viene chiesto di fare il meno possibile. La tentazione di farsi guidare dalle associazioni e di stare tra studenti Erasmus è forte. Ma cercando solo le cose facili, non si formano che pecoroni. 

Il libro : Homo Erasmus, critique de la léthargie nomade, éditions Dasein