Hello crisis: dov'è la tua seconda patria?

Articolo pubblicato il 30 marzo 2014
Articolo pubblicato il 30 marzo 2014

Cosa significa patria per un giardiniere greco a Berlino? E quanto tempo può resistere una spagnola in Germania? Con il suo hello crisis! (2012) il fotografo tedesco-cileno Jean-Paul Pastor Guzmán ha vinto il Second Home Photography Contest. Nell'intervista ci racconta della crisi economica, del "curriculum dinamico" e del senso di appartenenza.

Chi chie­de a Jean-Paul Pa­stor Guzmán della sua pa­tria deve aspet­tar­si varie ri­spo­ste: "A Ber­li­no direi Bue­nos Aires. Ma quan­do sono in viag­gio per l'Ar­gen­ti­na ri­spon­do "Ger­ma­nia". In fondo è qui che sono cre­sciu­to­". Gra­zie al padre, emi­gra­to a 20 anni dal Cile in Ger­ma­nia, e la madre, am­mi­ra­tri­ce da gio­va­ne del­l'at­to­re fran­ce­se Jean-Paul Bel­mon­do, fin dalla na­sci­ta Jean-Paul si trova in bi­li­co tra due mondi. Dopo il di­plo­ma si tra­sfe­ri­sce a Bue­nos Aires, dove tra­scor­re un se­me­stre du­ran­te lo stu­dio in De­si­gn ad Aachen.  

Oro­lo­gi a cucù e il ser­vi­zio da te della nonna: cos'è la pa­tria?

"In te­de­sco, il con­cet­to di pa­tria suona piut­to­sto an­ti­qua­to. Si pensa su­bi­to all' Hei­ma­t­kun­de (stu­dio della sto­ria, geo­gra­fia e arte lo­ca­le, n.d.t.), agli oro­lo­gi a cucù e al ser­vi­zio da te della nonna". Ri­den­do, Jean-Paul cerca una de­fi­ni­zio­ne ade­gua­ta del ter­mi­ne home. "La pa­tria è il posto dove ci si sente bene e al si­cu­ro. È un in­sie­me di ri­cor­di, sen­ti­men­ti, le­ga­mi af­fet­ti­vi". Pro­prio per que­sto mo­ti­vo la sua pa­tria è sia Aa­chen, dove ha tra­scor­so la sua in­fan­zia e ado­lo­scen­za, che Bue­nos Aires, dove ha vis­su­to nuove espe­rien­ze e in­con­tra­to gente fan­ta­sti­ca. Ma la se­con­da pa­tria non è sem­pre frut­to di una scel­ta vo­lon­ta­ria, e di que­sto Jean-Paul ne è con­sa­pe­vo­le: "hello cri­sis!, con il quale mi sono lau­rea­to al­l'U­ni­ve­si­tà di Aa­chen, è un pro­get­to de­di­ca­to esclu­si­va­men­te ai gio­va­ni mi­gran­ti eu­ro­pei che ab­ban­do­na­no la loro pa­tria per mo­ti­vi eco­no­mi­ci. Pro­ta­go­ni­sti sono dun­que greci, spa­gno­li e ita­lia­ni ar­ri­va­ti a Ber­li­no in cerca di for­tu­na."  Ad ispi­rar­gli l'i­dea di rea­liz­za­re una rac­col­ta di foto è stata una sua amica spa­gno­la, tra­sfe­ri­ta­si in Ger­ma­nia per avere mi­glio­ri pro­spet­ti­ve di vita. "Ber­li­no, con il suo gran nu­me­ro di su­deu­ro­pei e La­ti­nos che la abi­ta­no , è stata una vera e pro­pria fonte di te­sti­mo­nian­ze per il mio la­vo­ro". La ri­cer­ca di per­so­ne di­spo­ni­bi­li a rac­con­ta­re le loro sto­rie e a farsi fo­to­ga­fa­re nei pro­pri ap­par­ta­men­ti è av­ve­nu­ta at­tra­ver­so grup­pi Fa­ce­book come Ita­lia­ni a Ber­li­no e Mov­imi­en­to 15-M, nelle varie scuo­le di lin­gua a Kreuz­berg e tra i co­no­scen­ti. "In to­ta­le ho ri­portato la te­sti­mo­nian­za di cin­que spa­gno­li, tre ita­lia­ni e due greci. L'i­dea è stata quel­la di dare alle foto una di­men­sio­ne per­so­na­le e te­stua­le, e non sem­pli­ce­men­te di mo­stra­re dei gio­va­ni volti ano­ni­mi della crisi. Per que­sto mo­ti­vo ho fo­to­gra­fa­to Di­mi­tris, Lucia e gli altri nei loro am­bien­ti quo­ti­dia­ni e ho in­te­gra­to alle im­ma­gi­ne le lun­ghe in­ter­vi­ste che mi hanno con­ces­so."

la ger­ma­nia come Tappa in­ter­me­dia: mo­bi­li­tà senza meta?

Per­chè, no­no­stan­te i tanti punti in co­mu­ne, le vite dei gio­va­ni mi­gran­ti eu­ro­pei sono piut­to­sto dif­fe­ren­ti. Di­mi­tris, per esem­pio, ha stu­dia­to or­ti­col­tu­ra in Gre­cia ed è ar­ri­va­to in Ger­ma­nia alla ri­cer­ca di for­tu­na. Ora la­vo­ra in un'a­zien­da di flo­ri­col­tu­ra di Ber­li­no. Fátima, in­ve­ce, ha ter­mi­na­to gli studi in scien­ze della co­mu­ni­ca­zio­ne in Spa­gna e colma i tempi di at­te­sa fa­cen­do degli stage in Ger­ma­nia. Con suo il la­vo­ro, Jean-Paul ha vo­lu­to rap­pre­sen­ta­re la real­tà dei fatti: "Ho vo­lu­to ri­trar­re que­ste si­tua­zio­ni nel modo più rea­li­sti­co pos­si­bi­le, per que­sto ho op­ta­to per uno stile do­cu­men­ta­ri­sti­co: le foto sono state scattate senza uso di luci artificiali, con la presenza di og­get­ti per­so­na­li e con una sce­no­gra­fia po­ve­ra". Al­cu­ni dei sog­get­ti rap­pre­sen­ta­ti, nel frat­tem­po, non vi­vo­no più a Ber­li­no: "Po­lo­nia, Tan­za­nia o Por­to­gal­lo sono state le mete suc­ces­si­ve di al­cu­ni in­ter­vi­sta­ti. Per loro, la Ger­ma­nia è stata sol­tan­to una tappa in­ter­me­dia. Per que­sto ho pen­sa­to possa es­se­re in­te­res­san­te in­con­trar­li di nuovo fra un anno per do­cu­men­tar­mi sui loro nuovi do­mi­ci­li. Sa­reb­be si­cu­ra­men­te un esem­pio lampante della mo­bi­li­tà del ven­tu­ne­si­mo se­co­lo". Mobilità che, tut­ta­via, non va con­fu­sa con l'Era­smus o pro­gram­mi europei si­mi­li. Si trat­ta, in­fat­ti, di ben altro tipo di  mi­gra­zio­ne.     

Non ci si sposta, ad esempio, a Barcellona alla ricerca di di­ver­ti­men­to. I protagonisti delle foto di Jean-Paul hanno bi­so­gno di la­vo­ro e scel­go­no Ber­li­no. I mo­ti­vi che spin­go­no alla mi­gra­zio­ne sono dif­fe­ren­ti, ma lo sfon­do po­li­ti­co ed isti­tu­zio­na­le è lo stes­so. In un pe­rio­do sto­ri­co di sem­pre mag­gio­re li­ber­tà di cir­co­la­zio­ne delle persone, di viag­gi low cost e in­ter­net a banda larga, i con­fi­ni geo­gra­fi­ci sfu­ma­no. Alla first home si ag­giun­ge un'am­bi­va­len­te se­cond home, a cui è de­di­ca­to il con­cor­so fo­to­gra­fi­co di Ca­fe­ba­bel Ber­lin. Jean-Paul la vede in un'ot­ti­ca po­si­ti­va: "È di­ven­ta­to così nor­ma­le pren­de­re ve­lo­ce­men­te un aereo per Pa­ri­gi o te­le­fo­nar­si con skype con la ra­gaz­za a Ma­drid. E non c'è nien­te di stra­no ad avere due pa­trie". E no­no­stan­te le sempre più evidenti fram­men­ta­zio­ni geo­gra­fi­che delle iden­ti­tà, si pos­so­no os­ser­va­re anche sce­na­ri com­ple­ta­men­te op­po­sti. 

"A Bue­nos Aires ho no­ta­to che molti ar­gen­ti­ni, ci­le­ni e altri su­da­me­ri­ca­ni si de­fi­ni­sco­no sem­pli­ce­men­te come La­ti­nos. Que­sto ter­mi­ne espri­me un certo or­go­glio con­ti­ne­nta­le che ha na­tu­ral­men­te le sue ra­di­ci nel co­lo­nia­li­smo e nel­l'op­pres­sio­ne oc­ci­den­ta­le". Pro­ba­bi­le che in Eu­ro­pa stia suc­ce­den­do qual­co­sa di si­mi­le, no­no­stan­te le dif­fe­ren­ti pre­mes­se sto­ri­che e po­li­ti­che. "Ma­ga­ri ci de­fi­ni­re­mo pre­sto sem­pli­ce­men­te come eu­ro­pei", ma a Jean-Paul que­sto sem­bra al­quan­to im­pro­ba­bi­le.  Se do­ves­se cer­ca­re la sua se­con­da pa­tria, la cosa non gli sa­reb­be del tutto sem­pli­ce: "Si­cu­ra­men­te Bue­nos Aires mi piace molto, ma vi­ve­re lì per sem­pre? Que­sto non riu­sci­rei pro­prio ad im­ma­gi­nar­lo". Anche la vita ad Aa­chen è di­ven­ta­ta al­quan­to piat­ta. Non ri­ma­ne che Ber­li­no.  "Al mo­men­to si. Qui mi sento a mio agio, con il cuore e con la testa". E se Jean-Paul do­ves­se avere no­stal­gia di Bue­nos Aires, al­lo­ra gli in­con­tri in­ter­na­zio­na­li di Ber­li­no gli ga­ran­ti­reb­be­ro ab­ba­stan­za "La­ti­nos" per par­la­re una se­ra­ta in­te­ra spa­gno­lo.