"Háwar" significa "soccorso" e ha bisogno d'aiuto

Articolo pubblicato il 10 febbraio 2016
Articolo pubblicato il 10 febbraio 2016

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In lingua curda "Háwar" è una richiesta di aiuto. Dopo gli attacchi nei villaggi Yazidi al nord dell'Iraq, da parte delle milizie terroristiche che si fanno chiamare Stato Islamico (IS),  questo termine si riferisce alla lotta per salvare gli Yazidi e le minoranze minacciate. Ma, soprattutto è sulla buona strada per diventare un invito a non ridurre la popolazione a causa della loro religione.

La lingua curda  non ha mai avuto vita facile. In Turchia, ad esempio, è stata a lungo vietata e dal 2012/2013 è stata riconosciuta come seconda lingua. Poichè  non c'è mai stato uno Stato curdo e i Curdi sono sempre stati sparsi tra quattro Stati (Iraq,  Iran, Siria e  Turchia) anche la lingua non ha mai avuto la possibilità di unificarsi e in effetti è composto da tre dialetti diversi: Kurmanji, Sorani e Curdo meridionale.

La parola "Háwar" è in generale in curdo una richiesta d'aiuto che può essere compreso in tutte e tre le varianti della lingua curda. 

Dopo che la milizia terroristica dello Stato isliamico  ha attaccato nel  2014 i villaggi Curdi di Yazidi, come ad esempio Shingal al nord  dell'Iraq,  gli uomini yazidi vengono giustiziati e le donne ridotte in schiavitù, il termine "Háwar" (it. aiuto) è diventato lentamente ma inevitabilmente un simbolo di aiuto per la lotta e la salvezza dei Yazidi e di tutte minoranze minacciate dal genocidio, in aree controllate dall'IS. Gli Yazidi sono seguaci di una religione monoteista nata 2000 anno prima del cristianesimo che ha il suo centro spirituale a Lalish nel nord dell'Iraq.

Nello stesso anno è stata fondata a Colonia l'associazione "Háwar". "Per noi è molto importante che la nostra iniziativa chiamata „Hawar – La carità per i rifugiati in Iraq“, non si rivolga solamente ai yazidi. Indipendentemente dalla loro etnia e religione, vogliamo aiutare tutte le persone che vivono in Iraq con lo status di rifugiato, allora, ad esempio, anche i cristiani  oppure la minoranza Schabak [...]" sostiene Shilan, il co-fondatore dell'associazione in un'intervista con il Köln global nel maggio 2015.

Tuttavia, l'attenzione delle organizzazioni umanitarie è rivolta soprattutto al tragico destino delle giovani donne yazide e sul trattamente brutale  che le attende nella violenza della milizia terroristica. Come scrive il giornale britannico Daily Mail nel 2014, le organizzazioni clandestine che lavorano ai confini dello Stato Islamico per liberare gli schiavi yazidi, come la diciottenne Amal. Amal è stata schiava del commendatore dell'IS, chiamato Selman, e delle sua guardie del corpo.

Il suo Hawar, il suo grido d'aiuto, suona come un grido di disperazione. "Mi ha violentata. Immerse la punta del piede nel miele e me lo ha messo in bocca. A un certo punto, giunsero sei guardie. Mi hanno violentata per tutta la notte fino alle prime ore del mattino. [...]" ha raccontato, avvolta nel suo velo, impotente e traumatizzata con gli occhi tristi, in una intervista sul canale televisivo tedesco ZDF nel luglio 2015, nel documentario "Fuga dalla schiavitù".

La storia di Amal di schiava del sesso non è l'unica. Nel 2015, la Human Rights Watch ha riconosciuto, da parte delle truppe IS, un uso sistematico dello stupro e dell'abuso sessuale, della schiavitù del sesso e dei matrimoni forzati. „Coloro che riuescono a fuggire, devono essere curate per superare quel trauma inimmaginabile che hanno vissuto.“ scrive Liesl Gerntholtz, direttrice della sezione sui diritti delle donne di Human Rights Watch.

La violenza sugli uomini da parte delle milizie IS non è meno brutale. Secondo i dati della comunità yazida nell'agosto 2014 sono stati giustiziati 3000 uomini yazidi nel nord dell'Iraq. E seondo i dati di una relazione delle Nazioni Unite del marzo 2015, anche i giovani yazidi tra l'età di 8 e 15 anni sono stati deportati e costretti a rinunciare alla loro religione.

I yazidi che sono riusciti a sfuggire al massacro di Shingal, la maggior parte di loro oggi vive nei campi profughi. Il destino dei sopravvissuti di Shingal è stato immortalato nel film della giornalista tedesco-yazida, Düzen Tekkal. Il suo documentario s'intitola Háwar esattamente come l'associazione da lei fondata per i Yazidi ancora perseguidati. Tekkal spiega ai microfoni della stampa il titolo del suo documentario e in linea con il suo lavoro ha dato una nuova definizione al grido d'aiuto dei Curdi:"Háwar è un  monito che non può finire nel momento in cui il numero di persone si riduce a causa della loro religione."