Guerra e opinione pubblica nella società soft

Articolo pubblicato il 25 febbraio 2003
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Articolo pubblicato il 25 febbraio 2003

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La crisi irachena sta forgiando uno smagliante “cittadino europeo comune”. Nonostante la paradossale posizione di Madrid. Ma il pericolo è la sua americanizzazione.

L’oggettività del diritto, la sua condizione “hard”, si basa sull’esistenza di prove e fatti da applicare nel quadro di ciò che potremmo definire come una scelta corretta tra diverse opzioni possibili: la giustizia.

Ma quando applichiamo il diritto senza prove né fatti oggettivi, però, tutta la sua giustificazione concettuale crolla sotto i colpi di un suo uso relativo sulla base di alcuni “interessi concreti”. La realpolitik esprime proprio questo relativismo, contrapponendosi cosí alla concezione “hard” di ciò che deve essere il diritto in un contesto internazionale, e facendo prevalere il potere della forza sulla libertà del resto degli attori di agire nel quadro della loro sovranità.

Quando l’Iraq invase il Kuwait, violando oggettivamentequesto diritto, emanazione dell’ONU, la comunità internazionale lo sanzionò con l’unione militare, che restaurò le originali frontiere sovrane.

Oggi la situazione è diversa. La prospettiva di “prevenzione” – della proliferazione e dell’uso di quelle supposte armi, o nei confronti della possibilità (non dimostrata) di un qualche vincolo tra l’Iraq ed il terrorismo islamico di Al Qaida – ci presenta una rottura col diritto internazionale ed i principi dell’ONU. Mentre l’Europa basa scrupolosamente la sua politica estera sulla realizzazione di questo diritto internazionale come garante legittimo dell’ordine giustificato, gli Stati Uniti operano sulla base di interessi concreti, secondo il momento e il contesto, dove entrerebbero in gioco diversi fattori dinamici: la strategia politica, l’economia, l’opinione pubblica interna etc.

Quanto ai principi del diritto internazionale, il rischio che questo relativismo comporterebbe sarebbe: un “nuovo ordine mondiale” (per molti aspetti che esiste già) basato sulla mera forza dell’Occidente rispetto al resto del mondo; lo smarrimento della funzione politica dell’ONU come fonte di diritto internazionale e strumento di compensazione tra gli squilibri di forza; e un relativismo morale proprio alla società soft, la società del pensiero debole (Vattimo), della guerra come consumo di massa e videogioco televisivo analogo ad un concorso a premi. L’applicazione della soggettività trionferà sul rigore teorico di “ciò che ragionevolmente deve essere sempre”, cioè dei principi etici astratti applicati ugualmente in tutti i casi e elevati a verità kantiana, genesi del diritto.

Lo stato di diritto spagnolo e la posizione di Madrid

In Europa l’opinione pubblica ha rifiutato in blocco la guerra. Ma esiste uno scisma patente tra i suoi dirigenti: Berlusconi, Aznar e Blair appoggiano la visione degli Stati Uniti; Chirac e Schröder no. I primi tre difendono un’azione che dinamiterà, una volta per sempre, questo già fragile ordine mondiale; gli altri due, fino ad ora, lo difendono. In Spagna, per esempio, lo Stato di diritto, sorto tra la democrazia dopo gli abusi del franchismo, protegge con cura qualsiasi cittadino, incluso un terrorista di ETA, che nella sua barbarie sarà sí condannato ma che, come cittadino, sfrutta gli stessi diritti di qualsiasi altro e condanna un “terrorismo di Stato” che “assassina impunemente” i membri di ETA. Si tratta dell’applicazione corretta e rigorosa del nostro codice legale.

Ma se l’idea di forza come “azione preventiva” finisce per imporsi, il governo spagnolo potrebbe (siamo in uno scenario virtuale) bombardare quei villaggi baschi dove si sospetta – anche senza prove – che l’ETA nasconda fabbriche di esplosivi. Si tratterebbe di distruggere un villaggio per evitare futuri attentati. Si potrebbe addirittura annientare il governo basco del PNV (Partito Nazionale Basco) per il fatto di non collaborare allo smantellamento dell’entourage di ETA, cosa che, tra l’altro, effettivamente bisognerebbe fare.

In definitiva è questo ciò che sta per accadere in Iraq. Sta per aprirsi la strada delle guerre preventive e dell’apprezzamento soggettivo di pericoli e minacce. Il potere politico si accumulerà, concentrerà e monopolizzarà la trasgressione della legge – la legge potrà essere trasgredita solo da quelli che riceveranno l’avallo del potere politico.

La divisione dei poteri è qualcosa di relativo. La società soft, l’irrazionalismo del pensiero post-moderno attacca per proteggere il viavai capriccioso e la promiscuità degli investimenti della new economy che è, scrivono alcuni, la base del nostro benessere (?), cui nessuno, inclusi quelli che noi opponiamo alla guerra ipocritamente (?), potrebbe rinunciare.

Il paradosso spagnolo è: come può Aznar aver difeso lo Stato di diritto in Spagna, la Costituzione (che egli stesso non votò), e utilizzato l’argomento del terrorismo di Stato contro il precedente governo, quello del PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo), quando adesso difende la trasgressione militare degli USA, che in sé non altro che un terrorismo di coalizione internazionale contro uno Stato sovrano, le cui conseguenze saranno migliaia di morti e uno smarrimento internazionale di valori e di ordine razionale? In definitiva: come appoggiare e sostenere all’estero quel che nel tuo paese è contrario all’etica, i principi democratici e, in ultima analisi, alla legge?

L’opinione pubblica in Europa: finalmente uniti!

Ma questa guerra si profila come una guerra di opinioni pubbliche. Negli USA i videogiochi dispiegati da Powell, e i suoi discorsi, generano adesioni istantanee.

Anche in Europa lo stato delle rispettive opinioni pubbliche viene attualmente monitorato con scrupolo. Ma si apprezza l’effetto contrario: gli argomenti, ripetuti fino alla sazietà, di Washinton, e gli effetti speciali ripetuti come prove “irrefutabili” del fatto che l’Iraq nasconde armamenti proibiti provocano, in effetti, lo scetticismo ed il rifiuto della guerra.

Le cifre sono le stesse ovunque: tra il 70% e l’80% dei cittadini di tutti i paesi dell’UE sono contrari all’intervento. Tra i candidati dell’Est, invece, questa tendenza si riduce, ancge se di poco, per avvicinarsi al 50%-60%.

La maggioranza dell’opinione pubblica dell’Unione Europa, inclusa quelle italiana, spagnola ed inglese, i cui governi appoggiano l’attacco, rifiuta l’intervento. In altre parole ci troviamo di fronte alla nascita di un “cittadino europeo comune”: una coscienza collettiva che si riafferma contro quella americana che, nell’immaginario europeo è concepita come infantile, binaria, semplicista e incolta. Il “cittadino europeo” ha bisogno di un’identità propria, comune, unificante, e la trova con soddisfazione proprio in questo rifiuto di imitare il citatdino statunitense: affermazione dell’identità per negazione del contrario. Il fratello minore nega il maggiore e trova la sua personalità nella famiglia...

Forse Chirac a Schröder hanno capito, opportunisticamente, questa fatto e, attraverso l’apparente difesa della legalità internazionale e di un ordine basato sull’ONU come organismo indipendente ed equo e non al servizio degli USA, si trova un desiderio, segreto, di unificare le emozioni e capitalizzare politicamente questa futura coscienza europea. Forse i due leader stanno investendo nella futura identità di un’UE capace di rafforzare una democrazia comune – che dovrebbe però basarsi su una cultura politica simile a tutti i paesi – che sia percepita come il punto d’arrivo (l’unione politica) della costruzione europea. Questa posizione sarebbe un investimento in contenuti, in software made in Europe, in un succulento e promettente European way of life che diverrà marchio registrato, per competere con quello yankee, per un mercato assetato di “contenuti”, valori, principi e non solo di pantaloni ed auto, europee o americane...

Perché, se c’è un pericolo nel pacifismo dell’opinione pubblica europea, è quello di diventare un continente incapace di riflettere; quello di ergersi, da questo assassinato psicologico del cittadino americano che tutti, confessiamolo, eseguiamo psicologicamente con un certo complesso di inferiorità; è il pericolo che la pace si converta in uno slogan, un “item” pubblicitario, condiviso da una maggioranza che, nell’era dell’informazione, nella società soft, consumi contenuti, “etica” o politica, come se si trattasse di ritornelli-tormentone ideati da pubblicitari ingegnosi. A volte, con una certa coscienza (e a volte no).

Se è così, avremo perso, che ci sia o no la guerra. E tutti – coscienze europee tranquille – ci opporremo ad essa (contrariamente a riprovevoli politici) solo perché saremo, alla fine, cittadini-spettatori-consumatori nella videopolitica (Sartori) di massa. I nostri valori avranno la stessa volatilità degli archivi che infestano promiscuamente il Web. Il politicamente incorretto, l’informazione contraria alloEuropean way of life sarà un brufolo superficiale, un problema di informazione uguale ad un virus informatico. E saremo strutturalmente equivalenti proprio a ciò che crediamo superare: la mentalità USA, creatrice, nel suo mercantilismo assoluto, dell’etica di consumo. E di un’opinione pubblica disegnata da esperti di marketing.