Grecia-Spagna: il contagio è già avvenuto

Articolo pubblicato il 06 luglio 2015
Articolo pubblicato il 06 luglio 2015

La Grecia non sta causando incertezza solo nei mercati e nelle economie dell'Europa meridionale. Il rifiuto delle politiche di austerità da parte del governo Tsipras sta generando a sua volta nuovi modi di intendere la politica e l'economia in Europa, specialmente in Spagna.

Qualche giorno fa, mentre stavo per gettarmi su una pizza in un ristorante di Venezia, una cameriera cubana si è accorta che la mia lingua madre è lo spagnolo. Nel giro di un paio di minuti stavamo già parlando del tema più scottante dell'estate: la crisi greca.

Grecia alla radio, Grecia al bar, Grecia persino nella pizza. Il piccolo Paese mediterraneo, madrepatria della democrazia, tiene mezzo mondo col fiato sospeso e minaccia le fondamenta dell'Unione Europea (non solo della zona euro), nonostante non rappresenti che l'1,6% del suo PIL.

Lo stato dell'economia greca

L'economia greca si trova su un campo minato. Il trio conosciuto come l'ex Troika (Banca Centrale Europea, Commissione Europea e FMI) per cinque anni le ha prestato migliaia di milioni a interessi ridotti in cambio della promessa di una «austerità ogni volta più dura, una specie di vicolo cieco», come la definisce il Nobel per l'economia Paul Krugman. La Grecia continua a dissanguarsi. Dal 2010 ad oggi la sua economia si è contratta del 25%, mentre il suo debito pubblico è al 175% in rapporto al PIL.

Lo stesso FMI riconosce che l'austerità che ci si aspetta dalla Grecia continuerà a deteriorare la sua economia almeno fino al 2030 e ammette che «mettere in atto concessioni significative migliorerebbe la sostenibilità» del suo (spropositato) debito pubblico. Mentre scrivo queste righe, Wikileaks ha intercettato un cablogramma in possesso della NSA, nel quale Angela Merkel esprime i propri dubbi sull'efficacia dell'austerità per superare questa crisi.

Martedì scorso la Grecia ha oltrepassato la linea rossa, non rimborsando una rata in sospeso con l'FMI pari a 1,5 miliardi di euro. Dieci ore più tardi il Primo ministro greco, Alexis Tsipras (Syriza), ha scritto una lettera alla Troika chiedendo un terzo salvataggio. Gli è stato risposto che non se ne farà niente fino a dopo il referendum, convocato questa domenica, nel quale i greci diranno la loro sull'accettare o meno le condizioni del nuovo piano di aiuti.

Passano i giorni, l'accordo non si trova e i leader europei cercano di rassicurare i loro cittadini per quanto riguarda la "Grexit". Il nervosismo implicito in questi messaggi (che avrebbero l'intento di essere tranquillizzanti) è palpabile nei governi del PIGS (l'acronimo dispregiativo usato per indicare Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna, n.d.r.). Ripetono che la situazione economica è diversa rispetto a cinque anni fa e che la Grecia non ha fatto il suo dovere, mentre loro invece sì.

Per il loro peso economico, potremmo dire che il Portogallo e l'Irlanda giocano nella seconda divisione della zona euro, come la Grecia. La Spagna invece è la quarta economia dell'euro (11,2% del PIL della zona euro), una fetta troppo importante, che non può permettersi di sopportare i guai che sta passando la Grecia.

C'è il rischio di un contagio in Spagna?

Sì, certamente. E il "contagio" si sta già manifestando in due modi: in finanza e in politica. Il contagio economico obbedisce ai soliti parametri, nonostante stavolta gli investitori siano stati relativamente cauti. Lunedì scorso le Borse europee avevano aperto con preoccupazione, dopo la giornata di domenica che non aveva portato a nessun accordo con la Grecia. L'indice di riferimento della Spagna era sceso del 4% e lo spread è salito fino a 150 punti, una caduta che è molto lontana dalle turbolenze del 2012. L'euro era sceso rispetto al dollaro, passando da 1,12 a 1,10 dollari per 1 euro, una buona notizia per le economie che dipendono sempre più dalle esportazioni, come quella spagnola.

D'altro canto, però, se la Grecia dichiarasse bancarotta e non pagasse più un euro per il suo debito, la Spagna perderebbe circa 26 miliardi di euro. Questo farebbe crescere il debito pubblico spagnolo di 2,5 punti percentuali.

Le conseguenze politiche della crisi greca sulla Spagna sono già percepibili adesso. In Spagna, a fine anno, ci saranno le elezioni e saranno influenzate dall'exploit di Podemos, una coalizione che, con le dovute differenze, simpatizza con le rivendicazioni di Syriza e vuole ridefinire le dinamiche europee.

Tanto per cominciare, la Grecia ha messo ai voti una decisione economica vitale per il suo futuro. «Il popolo greco pagherà le conseguenze del referendum», ha detto Luis de Guindos, ministro dell'economia spagnolo, dopo aver saputo della decisione. Anche gli investitori hanno interpretato questo "tic" democratico dei governi di sinistra come un sintomo di debolezza e insicurezza. L'esempio greco e il suo discorso pieno di speranza sono contagiosi, soprattutto per i partiti di stampo progressista come Podemos, che ha in mano i comuni di Madrid e Barcellona.

La paura per il futuro dell'Europa unita

D'altro canto, l'uscita della Grecia dall'euro aprirebbe la porta ad uno scenario sconosciuto e renderebbe reale l'impensabile. La legittimazione dell'euro e l'Unione Europea come progetto politico ed economico, ne uscirebbere indebolite dopo aver perso uno dei loro pezzi, anche se piccolo. L'incertezza riguardo la "Grexit" alimenta i dubbi nel sud dell'Europa che, dopo diversi anni a tirare la cinghia, si è trasformata in un terreno fertile per idee che prima erano impronunciabili.

Un'altra forma di contagio è la paura, un'arma che va di moda nella politica europea e che si diffonde velocemente. L'uscita traumatica e dolorosa della Grecia, con lunghe code ai bancomat e altre immagini tipiche di un crollo finanziario, potrebbe servire da pretesto per i governi pro-austerità, come quello di Mariano Rajoy, per attuare nuove privatizzazioni e rimettere mano ai tagli e alle manovre di aggiustamento fiscale.

Senza dubbio il referendum greco di domenica è stato decisivo per la Grecia, la Spagna e il resto d'Europa. Brindiamo con moderazione.