Grandina sulla riforma della politica agricola

Articolo pubblicato il 12 dicembre 2005
Articolo pubblicato il 12 dicembre 2005

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La prospettiva di una maggiore liberalizzazione del settore agrario mette in crisi il futuro degli agricoltori europei.

Si avvicina il vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc, anche nota come Wto) ad Hong Kong, durante il quale si dibatterà del futuro dei mercati agricoli mondiali. E in programma ci sono notizie sulla proposta dell’Ue di ridurre le tariffe e le sovvenzioni dirette ai prodotti agricoli. Queste misure danneggeranno più di dieci milioni di agricoltori europei, che lavorano il 40% del territorio dell’Ue. Prendere in considerazione queste misure rafforzerà la riforma della Politica agricola comune (Pac) approvata nel 2003 e basata su tre punti: svincolamento dei sussidi dalla quantità prodotta, istituzione di un legame tra sovvenzioni e rispetto degli standard di qualità alimentare e ambientale, creazione di una nuova politica di sviluppo agricolo.

Disgregazione del mondo rurale europeo?

Nonostante sia una grande potenza produttrice di cereali, frutta e ortaggi, l’Ue è la maggiore importatrice mondiale di prodotti agricoli dal Terzo Mondo. La competitività di grandi produttori agricoli come Brasile e Marocco, lascia prevedere grandi difficoltà. Juan Manuel Peiró, coordinatore di servizi tecnici dell’Associazione degli agricoltori di Valencia (Ava), afferma: «Con la liberalizzazione dei mercati, il problema che sorge è che si compete solo per il prezzo, senza tener conto della qualità o del valore aggiunto. Dinanzi la concorrenza di prodotti molto più a buon mercato prodotti in altri paesi c’è poco da fare».

La riduzione delle sovvenzioni alla produzione spaventa gli agricoltori, che prevedono una progressiva «perdita del tessuto agrario» dice José Luis de Miguel, responsabile della politica agricola della più importante organizzazione di contadini spagnola, la Coag. Per Claude Soudé, capo del servizio di politica agricola della Federazione nazionale dei sindacati dei proprietari agricoli (Fnsea), la liberalizzazione radicale del settore agrario «minaccia molti posti di lavoro» e la situazione sarebbe «catastrofica per il mondo rurale». Secondo questo sindacato in un paese come la Francia, cui spetta il 22% del budget della Pac, il 15% della popolazione vive più o meno direttamente grazie ai proventi derivanti dal settore agricolo.

Uguaglianza di condizioni?

Uno degli argomenti di forza dell’Omc per liberalizzare il settore primario è il riequilibrio della ricchezza e la valorizzazione dei prodotti dei paesi più poveri. Una spiegazione che non convince la maggioranza dei contadini europei. Secondo José Luis de Miguel «queste misure non aiutano l’agricoltura dei paesi poveri perché li obbligano a produrre senza le condizioni e le infrastrutture necessarie». Inoltre, continua, «né le piccole e medie imprese del Nord del pianeta, né i contadini del Sud beneficeranno di questa riforma. I beneficiari saranno i paesi esportatori di agrumi e le multinazionali che operano nella distribuzione», e in futuro esisterà un «oligopolio europeo di quattro o cinque catene di supermercati che controlleranno la produzione», conclude Juan Manuel Peiró.

Il fatto che altri mercati non siano soggetti ai controlli dell’Ue ingenera negli agricoltori la sensazione di essere svantaggiati. Il pagamento delle tasse, dei contributi sociali e il rispetto delle normative ambientali sono norme cui sono soggetti gli agricoltori europei e non i concorrenti di tante altre parti del mondo.

Le carte dei contadini europei

Agli agricoltori e agli allevatori europei rimane ancora un asso nella manica per competere nel mercato: la qualità che vantano i loro prodotti, sottoposti a controlli molto serrati. A tal proposito Claude Soudé della Fnsea avverte: «ci sarà sempre chi offre prodotti ad un prezzo più basso perché non osserva normative molto rigide. Altrimenti non resta altro che guardare al mercato della carne agli ormoni degli Stati Uniti». Per questo si richiede la creazione di normative per la qualità di produzione anche di quei prodotti più economici ma che non sono stati soggetti a questi controlli.

Un’altra richiesta unanime è la necessità di stabilire un prezzo minimo per i prodotti. Secondo Albert Castelló, coordinatore dell’Associazione agricola di giovani agricoltori, Asaja Catalunya, «hanno rubato la libertà agli agricoltori europei» perché non possono decidere autonomamente il prezzo del prodotto.

Se il panorama generale è di preoccupazione e paura, la principale organizzazione agricola italiana, la Coldiretti, opta per l’ottimismo quando afferma che la Pac è una «buona opportunità per rilanciare il made in Italy di qualità», come recita il Giornale di Brescia. A questo spirito positivo Albert Castelló ne aggiunge uno imprenditoriale: «dobbiamo essere in grado di competere nel mercato internazionale». Guardando al futuro e di fronte alle prospettiva di crescita della popolazione mondiale, Castelló pensa che il mercato agrario europeo non sia «minacciato dalla liberalizzazione».