'Glocal' Europa!

Articolo pubblicato il 19 febbraio 2002
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Articolo pubblicato il 19 febbraio 2002

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Asfissia. L'Europa di Nizza, dell'euro e della mucca pazza è malata di asfissia. Un'asfissia cronica, di cui soffrono tutti i progetti per una reale integrazione europea.

Asfissia. L'Europa di Nizza, dell'euro e della mucca pazza è malata di asfissia. Un'asfissia cronica, di cui soffrono tutti i progetti per una reale integrazione europea. Che non riescono proprio a decollare, semplicemente perché rinchiusi nei vecchi container a tenuta stagna dei confini nazionali. Proprio Nizza ne è stata la dimostrazione più clownesca. Dirigenti in doppiopetto blu "europa", contrattazioni sottobanco, compromessi e interessi. Interessi, chiaramente, nazionali. L'europeismo diplomatico, a Nizza, si è tradotto in un triste valzer di carcasse. Di mucca pazza, ovviamente.

Ma il fatto è che non possiamo proprio pretendere una cultura europea, quando le istituzioni che contano sono ancora gli Stati. Una cultura - qualsiasi cultura - non può crescere senza un sistema istituzionale che le sia almeno propedeutico. E quello statuale, non solo impedisce l'integrazione (culturale e quindi politica) dell'Europa, ma ostacola pure il consolidamento delle sue culture particolari. Un'Europa integrata non può essere un'unione di Stati come oggi li conosciamo.

Per questo dobbiamo archiviare l'esperienza della 'formula istituzionale' statuale. Dietro lo Stato c'è la sua storia. Cioè la storia di un'istituzione abbastanza estesa territorialmente, da supportare col suo apparato normativo un nuovo schema economico e la sua espressione sociale. Non è una novità. "Datemi" un'economia fondata sul baratto e una gerarchia sociale feudale "e vi darò" l'Impero medioevale. "Datemi" il capitalismo e la borghesia "e vi darò", appunto, lo Stato moderno.

Questa casuale congiuntura, però, oggi è messa in crisi da due tendenze: mondializzazione e fuga dalla politica. Da un lato, infatti, la nuova dimensione tecnologica alimenta l'integrazione delle economie e la circolazione delle culture; dall'altro, invece, si registra un metafisico smarrimento del 'senso politico' da parte del cittadino. Gli Stati sono incapaci di rispondere a queste sfide. Sono incapaci, cioè, di predisporre un apparato normativo e decisionale abbastanza 'globale' e, allo stesso tempo, di restituire alla partecipazione politica masse ormai denazionalizzate.

A questa duplice deficienza si deve sommare l'incapacità funzionale, per gli Stati, di dar vita ad una reale integrazione politica in Europa: e d'altronde la storia (anche quella recente) lo prova. Il problema è di taglia: gli Stati europei esprimono entità territoriali troppo estese; dunque valori demografici eccessivamente alti e quindi realtà economiche troppo importanti. Infatti, se volgiamo per un attimo il pensiero agli Stati Uniti notiamo come questi costituiscano una federazione che funziona anche perché la popolazione media di ogni Stato è di 5-6 milioni di abitanti. Nell'UE di oggi, invece, bisogna quintuplicare queste cifre: la popolazione media dei 15 Stati membri è di circa 25 milioni di abitanti, anche se si tiene conto del minuscolo Lussemburgo. La verità è che in Europa gli Stati rappresentano potenze dal peso troppo elevato, perché vi possano rinunziare a profitto di un'integrazione politica che li priverebbe di quell'ampia sovranità di cui dispongono tuttora.

Bisogna aggiungere che lo Stato è un fatto storico: un'esperienza recente e forse temporanea. Una costruzione artificiale: un sistema di istituzioni spesso nate in cruento contrasto con le culture locali (è il caso dell'Italia) o solo dopo aver scavalcato 'confini' culturali naturali, perché forgiati dal tempo e dagli usi (è il caso di Francia e, pur se con esiti differenti, Spagna).

Quel che è più importante in questi casi è essere intellettualmente eretici: cioè ricercare soluzioni funzionali nuove a problemi storici. Per questo un'Europa integrata è importante: perché è necessario creare una entità politica di peso che possa risolvere positivamente la sfida della mondializzazione, muovendosi con incisività sulla scena internazionale: con l'obiettivo di propugnare degli interessi economici (che la moneta unica consoliderà), di veicolare un modello culturale europeo poliedrico (perché fondato su una 'cultura delle culture'), di difendere una posizione strategica e geopolitica (logica conseguenza dei consolidamenti economico e culturale).

Ma bisogna pure rispondere ad una seconda sfida, quella della fuga dalla politica: che non costituisce certo una tendenza irreversibile, ma che rappresenta comunque il risultato dello svuotamento di senso delle istituzioni democratiche . In effetti, la post-moderna crisi della politicità, con un'Europa 'globale', rischierebbe di acuirsi e di isolare l'individuo in misura ancora maggiore che adesso. Per questo servono, oltre a quelle europee, anche istituzioni più vicine al cittadino: altrimenti la globalizzazione sarà 'apolitica', nel senso più straniante ed esistenziale del termine. E non riuscirà nemmeno a risponderebbe all'emergenza di quelle tendenze localistiche di riscoperta delle radici nazionali, che altrimenti degenererebbero in terrorismo.

La soluzione è che bisogna dare dignità politica (e quindi istituzionale) all'Europa come alle sue 'nazioni' : per questo serve un'Europa delle 'macroregioni': entità territoriali non troppo grandi (come gli Stati), né tanto piccole (come le attuali regioni) da lasciarsi assorbire dalla dimensione europea. Macroregioni che siano, quando occorre, trasfrontaliere: perché le costruzioni territoriali e la repressione degli Stati non hanno potuto sradicare le origini culturali di un popolo e perché queste ultime debbono essere recuperate.

Macroregioni basate su una comunicazione, il cui livello risulterà sicuramente esaltato da una taglia territoriale, più funzionale perché capace, in primo luogo, di stimolare lo sviluppo culturale. Sia a livello locale: l'obiettivo è infatti di creare comunità - anche bilingue - 'ad alta compatibilità' . Sia a livello europeo: perché quando le frontiere si fondono, c'è più integrazione tra le parti ed il sistema intero è più fluido. E' questa la chiave del mio modello: la bidimensionalità. Cioè il fatto che il consolidamento di aree territoriali omogenee comporti una forza accresciuta di tutto il sistema.Questo grazie alla comunicazione culturale. Ma lo stesso avviene per lo sviluppo economico. Più comunicazione significa più scambi: di conoscenze, di 'know how' e quindi di merci e servizi. Le macroregioni, in effetti, potrebbero divenire i soggetti attivi della futura zona euro e mettere a punto, non solo un migliore consolidamento sul piano dei trasporti e delle infrastrutture, ma anche strategie di politica economica e sociale ad hoc. Troppo spesso, infatti, accade che le priorità di una determinata area non coincidano con quelle degli Stati.

Quando tutte queste relazioni si sviluppano, cresce pure quella coscienza collettiva, che gli Stati non sono stati capaci di dare, semplicemente perché non potevano. Quella coscienza collettiva che, se ci sono istituzioni comuni, significa anche coscienza civica. Cioè partecipazione: le macroregioni potrebbero divenire le nuove pòleis e svolgere una funzione politica nuova sul territorio.La transizione in atto è una grande chance per migliorare il sistema. Ma solo con lo sviluppo delle culture 'locali' la dimensione 'globale' dell'Europa politica può decollare. Un sistema è vivo quando vive sono le sue parti.