Gli zapatisti della campagna belga?

Articolo pubblicato il 29 ottobre 2014
Articolo pubblicato il 29 ottobre 2014

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"Lotta patatista" ad Haren: contro la mega-prigione e per il diritto alla terra tra molta confusione

Se il gioco di parole che dà il nome all'evento vi evoca la rivoluzione messicana, gli svariati movimenti zapatisti nati in America Latina e, infine, le rivendicazioni del Sub-comandante Marcos nella regione del Chiapas, siete fuori strada. Ciò che ha avuto luogo ad Haren lo scorso 17 ottobre, nonostante il nome, ricorda più una sagra di paese all'insegna dello spirito di quartiere e della voglia di condividere momenti di riflessione, che una vera e propria lotta ideologica di stampo zapatista.

Ideologia dicevamo: sì, ma quale? La confusione è grande. La "Lotta patatista" trae la sua ragione d'essere dalla prossima costruzione di una mega-prigione nella periferia di Bruxelles, a pochi chilometri dall'aeroporto di Zaventem. Il fastidio per la costruzione di questa nuova prigione va però ad unirsi a una rivendicazione molto più ampia e legata all'accesso alla terra per tutti: “Niente terra senza contadini, niente contadini senza terra” recita il motto dell'evento. Lo sfruttamento della terra, il profitto senza scrupoli delle multinazionali dell'agricoltura, la scomparsa delle piccole fattorie a gestione familiare, la cementificazione delle periferie e il capitalismo più sfrenato sono solo alcuni dei temi che sono portati al centro dell'attenzione. Certo è che dietro queste pur nobili denunce, non è affatto facile trovare un filo conduttore che porti fino al “no” alla mega-prigione. Soprattutto quando le ideologie che convivono dietro questa manifestazione si rivelano essere le più disparate: si va come detto dalle aspirazioni pseudo-zapatiste, all'espressione di una contrarietà ad un progetto singolo – la mega-prigione - passando per le aspre critiche al modello capitalista di allevamento e coltivazione, arrivando fino all'anarchico “contro tutte le prigioni”, che lascia perlomeno perplessi tutti coloro che credono alla società fondata su un contratto sociale.

L'iniziativa resta comunque un interessante spunto di riflessione e di aggregazione. A metà aprile scorso, infatti, su quello stesso campo dove il governo federale vuole costruire la prigione, sono state piantate patate (da cui il nome della manifestazione) e altri ortaggi da più di cinquecento partecipanti, sostenuti da oltre sessanta organizzazioni. Sei mesi più tardi, nello stesso luogo, il programma vede al centro una grande cena, molto conviviale e ad offerta libera, ottenuta dalle patate piantate in primavera. In precedenza, la giornata era cominciata con la preparazione dei campi per la prossima stagione, quando, lavori per la prigione permettendo, il rituale andrà ripetendosi. Hanno fatto seguito interessanti discussioni alle quali tutti erano invitati a partecipare su metodi di coltivazione, OGM e sovranità alimentare. Sul terreno erano presenti una decina di stand che presentavano diverse iniziative legate ad alimentazione biologica, sostenibilità ambientale e sicurezza alimentare.

Lo sfondo genuinamente campestre, l'occupazione dei campi contro la costruzione del carcere, la condivisibile battaglia per ridare dignità alle periferie e combattere la cementificazione delle ultime aree coltivabili della regione di Bruxelles-capitale hanno fatto di quest'evento un importante forum dove idee e proposte hanno avuto modo di uscire allo scoperto. Un momento in cui ci si è fermati a riflettere sulle conseguenze nefaste delle nostre azioni più banalmente quotidiane.

Malgrado tutto ciò, le differenti anime sottese alla “Lutta patatista” portano a una confusione ideologica di fondo, a delle rivendicazioni alla rinfusa e poco strutturate che collocano l'evento a metà tra una manifestazione di stampo NIMBY (Not In My Back Yard), una alter-mondista e una festa di paese, rendendo così la voce dei partecipanti inudibile nei palazzi del potere. La convivenza di queste anime non è armonica e spesso stride con una prospettiva macroscopica: per esempio, come rivendicare il diritto alla terra per tutti, in un mondo in cui a volerla coltivare sono sempre meno?