Gli uomini del candidato

Articolo pubblicato il 07 giugno 2004
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Articolo pubblicato il 07 giugno 2004

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Chi sono i consiglieri del candidato Kerry in politica estera?

Chi sarà la Condoleeza Rice di domani? Per rimediare alle sue celebri lacune, George W. Bush si era circondato di un’équipe di piccoli Rasputin, a volte non molto più cosmopoliti del Presidente stesso, ma molto vicini al potere decisionale in materia di politica estera americana. John Kerry, uomo mondano e poliglotta, vissuto tra la casa di famiglia in Bretagna e il delta del Mekong, diventato, oggi, un pilastro della Commissione agli Affari Esteri del Senato, non ha bisogno di intermediari per comprendere la situazione internazionale. In caso di vittoria elettorale, i collaboratori di Kerry avranno un ruolo meno decisivo rispetto ai loro predecessori.

Un’aria di dèjà vu

Conoscere l’identità dei consiglieri può però aiutare a comprendere i contorni di una eventuale amministrazione Kerry. In effetti, il candidato stesso è estremamente prudente nella formulazione delle sue politiche e gioca la carta della discrezione e del timore di suscitare un antagonismo prematuro nei suoi possibili elettori. Kerry è sicuro, infatti, che a questo punto della campagna elettorale l’equipe Bush non abbia bisogno di aiuto per perdere punti nei sondaggi. A dispetto di tutto, nella lista dei consiglieri di Kerry ci sono personalità come Sandy Berger, Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Clinton, Richard Holbrooke, il famoso negoziatore degli accordi di Dayton che hanno segnato la fine del conflitto in Bosnia e, soprattutto, Randy Beers che, non senza fragore, dopo venti anni di carriera nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale, ha dato le dimissioni a causa di incomprensioni con l’amministrazione Bush.

Beers ha subito sostenuto la campagna di Kerry e, oggi, è il suo principale collaboratore. In caso di vittoria democratica, dovrebbe essere il successore di Condoleeza Rice al Consiglio per la Sicurezza Nazionale, ritornando così alle origini.

Da chi è formata quest’equipe di Kerry (se di equipe si può parlare)? Che rapporti intrattengono i membri e in che modo contribuiscono alla campagna?

Operazione riciclaggio?

Nessuna equipe di “vulcani” si è formata intorno al candidato Kerry. La sua politica estera è, per diverse ragioni, molto più “decentralizzata” e meno nazionalista di quella di Bush. Nel 2001, dopo la sconfitta elettorale, i membri dell’entourage di Bill Clinton, seguendo la tradizione di Washington, sono scomparsi nei Think-Thank e nelle società di consulenza, ma in realtà solo tre anni fa si sono allontanati dal potere senza neanche andare troppo lontano. Sandy Berger ha creato una società di consulenza in geostrategia e lobbying, Madeleine Albright insegna all’università di Georgetown, Richard Holbrooke è diventato consigliere del Council on Foreign Relation e di altre fondazioni.

Ognuno di loro è influente nel proprio campo e un ritorno sulla scena pubblica sarebbe più che naturale, soprattutto se si tiene conto che negli Stati Uniti lo spirito di parte si è considerevolmente rafforzato negli ultimi anni e che la posta in gioco di queste prossime elezioni è molto più alta rispetto alle ultime cinque o sei consultazioni. In tali circostanze, nessun rappresentante del Partito Democratico rinuncerebbe alla possibilità di lasciare la propria impronta sulla campagna elettorale e su una futura amministrazione democratica, al prezzo, forse, dello smarrimento di una certa coerenza.

I compagni di merenda repubblicani

Ma le numerose esperienze di John Kerry in materia di relazioni internazionali allargano il pool di candidati potenziali al di là dell’equipe di Clinton. Il passato militare gli ha garantito il solido appoggio degli ufficiali, rivelatosi fondamentale per le primarie. Ufficiali superiori ancora in servizio o in pensione si sono avvicinati al candidato Kerry, tra questi l’ex Segretario della Difesa John Skalikashvili, “in pensione” dalla primavera del 2003 in seguito a discussioni burrascose con la parte civile del Pentagono sulla preparazione della guerra in Iraq.

Durante il ventennio al Senato e in particolare alla Commissione Affari Esteri, Kerry ha stretto rapporti con i Repubblicani moderati, uomini “realistici”che, oggi, combattono la frangia radicale del partito. I Senatori John McCain, Chuck Hagel o Richard Lugar sono paradossalmente molto vicini al candidato democratico sulle questioni di politica estera. Kerry Presidente continuerà a godere delle stesse relazioni del Kerry Senatore e non è da escludere l’eventualità che uno dei suoi amici repubblicani ottenga una poltrona nella futura amministrazione democratica. Per quanto riguarda i democratici, invece, tra gli amici di Kerry, spiccano i nomi dei senatori Joe Biden, Gary Hart, Bob Kerrey.

Le primarie hanno segnato la campagna elettorale di Kerry. La politica estera è stata l’argomento che più di tutti ha diviso i democratici. Se da un lato Kerry cerca di mantenere il partito unito dopo una campagna particolarmente acrimoniosa, dall’altro non deve sottovalutare il sentimento antiguerra incarnato da Howard Dean che potrebbe perciò spostare i voti su Nader, il candidato indipendente.

Si possono fare due osservazioni importanti sul risultato di questa collaborazione tra personalità diverse che potrebbe portare i democratici alla Casa Bianca nel 2005, cercando sempre di non emettere giudizi prematuri.

Anche i consiglieri di Kerry sono coscienti della situazione post 11 settembre, ma l’esperienza diplomatica o militare e quella dei forum multilaterali li distingue dai collaboratori di Gorge Bush, che guardano il mondo da Washington attraverso un cannocchiale. Pragmatici, coscienti delle realtà di terreno e dei limiti della potenza americana, reduci dalla risoluzione dei conflitti nei Balcani o dal defunto Processo di Pace in Medio Oriente, l’equipe democratica dovrebbe applicare i vecchi metodi per risolvere i nuovi problemi che l’amministrazione Bush ha affrontato rivoluzionando la politica estera americana.

Il passaggio di mano alla Casa Bianca, se ci sarà, segnerà un cambiamento di tono e di stile. Non una rivoluzione di fondo.