Gli ultimi, che accendano la luce

Articolo pubblicato il 05 febbraio 2016
Articolo pubblicato il 05 febbraio 2016

Dopo il passaggio dalla dittatura alla democrazia, questo è il momento politico di maggior importanza nella storia recente di Spagna. Si avvicinano cambiamenti desiderati e temuti al contempo, colmi di parallelismi con l'UE più di quanto previsto.

Non dimentico il giorno di 15 anni fa, quando un gruppo di amici mi fece notare un'ovvietà gravida di speranza: il fatto che esista in molti Paesi Europei una generazione che ha vissuto tutta la sua vita, o quasi tutta, essendo parte dell'Unione Europea. Una generazione pronta ad affrontare la storica sfida di avanzare, e costruire un nuovo significato da dare alla fraternità tra i popoli di questo remoto e castigato angolo del pianeta. Un significato finalmente democratico e solidale, diverso da quello paternalista e tecnocratico che dominava sino ad allora e ancora oggi.

Olandesi, italiani, portoghesi, tedeschi, irlandesi o spagnoli, seguiamo ormai decenni interessandoci delle lingue e del patrimonio degli uni e degli altri, completando i nostri studi nei paesi vicini, affascinati dall'accento straniero di molti colleghi, innamorandoci della nostra dolce metà senza far troppo caso al suo passaporto.

Con tutta naturalezza, ci comportiamo come europei capaci di chiudere gli occhi e di tornare ad aprirli fra gli occhi della nostra gente dall'altro lato del mappamondo. Questa Eurogenerazione, come la chiamavamo allora nel 2002, è cresciuta compatta attraverso antalgici discorsi sulla trita e ritrita cittadinanza europea, e le promesse congelate che questo diritto sembra contenere come un albero senza la primavera.

La cittadinanza europea è sempre stata un diritto svuotato della sua radice primaria, ogniqualvolta i poteri europei considerano del cittadino europeo solo l'aspetto passivo. Il cittadino comunitario ha il diritto di scegliere i membri di un Parlamento che, comunque, non può proporre leggi; un Parlamento con competenze decaffeinate e, ciliegina sulla torta, tutelate dai governi nazionali e da una Commissione di burocrati liberi da ogni scrutinio e controllo popolare.

Milioni di cittadini che circolano all'interno dell'UE sono inevitabili esiliati economici e sempre considerati sospetti di bracconaggio. L'economia e i mezzi pubblici dei cittadini di un paese comunitario possono essere operati, ma i cittadini non possono intervenire nella prassi che regola l'intervento. In più, i cittadini dell' UE possono usare una moneta comune, ma solo per pagare, senza esser consultati, alcuni debiti contratti dalle banche, che condizionano le politiche pubbliche, senza mostrare il benché minimo accenno di solidarietà.

A nulla serve la possibilità di noi europei di sollevare petizioni e manifestare il nostro malcontento, se però non disponiamo di spazi comuni di dibattito che diano adito alla formazione e all'evoluzione dell'opinione pubblica europea. Ed è per questo che nel 2004, un gruppo di 24 cittadini, di cui faccio parte, ha creato l'associazione Babel Spagna ed ha dato vita alla versione spagnola del mezzo di comunicazione cafebabel.com. Una formula inedita di giornalismo partecipativo nato dalla gente comune, nato dal basso, senza obblighi partitici e con una linea editoriale completamente autonoma. Approfittando delle nuove tecnologie, abbiamo compreso che era giunto il momento che il giornalismo libero, organizzato in rete da tutto il continente, contribuisse alla nascita e al rafforzamento dell'opinione pubblica europea, per dare più visibilità ad una cittadinanza adulta, che non si accontenta di esser trattata come sporadica comparsa da coloro i quali, da sempre, hanno monopolizzato il timone della costruzione europea.

Personalmente non mi ritengo ancora pienamente soddisfatto. Da allora siamo avanzati poco. Le successive crisi istituzionali, quella economica e quella sociale, dell'Unione Europea, sono servite ai gerarchi trincerati nel Quartiere Léopold di Bruxelles e ai suoi alleati nelle capitali nazionali, ad occultare il sentimento che alimenta la crisi, vale a dire la carenza di un progetto sicuro di democrazia europea.

L'attuale sottomissione della sovranità dei paesi del sud europeo agli interessi dell'accordo finanziario del nord, incarnato da una Banca Centrale Europea e una Troika estranea a qualsiasi controllo democratico, è un gravissimo sbandamento nella direzione sbagliata, in un momento in cui occorrerebbe invece difendere la fraternità europea. In più, non fa che anticipare un rapido appianamento dei diritti conquistati, con sforzo e sacrificio, dai nostri antenati per la grande maggioranza degli europei, per la sua gente per bene, le sue famiglie, i suoi contribuenti, i suoi sovrani.

Supponiamo si proponga ad un cittadino finlandese o greco di cedere la propria sovranità nazionale. Se si tratta di una cessione a favore di un Parlamento ed un esecutivo europeo trasparenti, scelti dal suffragio universale diretto ed orientati a completare le politiche pubbliche insufficienti degli Stati, per raggiungere l'uguaglianza delle opportunità, la giustizia e l'equilibrio sociale o la libertà delle frontiere, è probabile egli dica "Sì". Ma, se è vero che dietro le parole e le promesse non mantenute, la sovranità si è ceduta al settore finanziario, o dalla maggior parte degli Stati ad un paio di altri Stati, a condizione di privilegi per un maggior vantaggio e beneficio di questi ultimi, allora scenderanno per le strade per dire "No".

Quest'ultimo caso è quello che purtroppo si sta verificando e la popolazione europea, Eurogenerazione in prima linea, si schiera per cercare soluzioni. E non è detto che ve ne siano di adatte per salvare il progetto europeo di patrimonializzazione che alcuni stanno facendo dello stesso. Così, assistiamo alla nascita di un Orbanistan xenofobo in Ungheria, un Kaczynskistan omofobo e autoritario in Polonia, forse presto un Lepenistan autarchico in Francia, una fantomatica Isola Barataria nel Regno Unito o uno Stato di polizia in uno qualunque dei Paesi balcanici.

Per questo motivo, vale la pena di valutare in positivo l'attuale esperienza spagnola. In questo paese dei paesi, in questa unione europea ante litteram, la popolazione -con l'Eurogenerazione in prima fila- è scesa per le strade pacificamente per rincontrarsi con se stessa, dopo esser stata per molti anni disdegnata e ingannata da una mancia di privilegiati. Genti di origini diverse si sono organizzate per l'avanzamento verso la democratizzazione dell'economia e delle relazioni sociali, affinché la Spagna istituzionale assomigli un giorno alla Spagna reale. Gli strumenti di cui si servono sono la collaborazione in rete, la trasparenza, l'informazione e la conversazione aperta. Il tutto, aprendo dal basso, spazi di dibattito con la trama politico-industriale che, alle spalle delle grandi maggioranze, monopolizza il potere e il suo setaccio, nel panorama dei mezzi di comunicazione tradizionali.

Dal 13 gennaio, un nuovo parlamento si è costituito in Spagna. All'interno di esso, più del 50% dei deputati sono debuttanti e i partiti politici che propugnano il cambiamento sono assai presenti per difendere gli interessi del 99%. Il loro comportamento all'interno delle istituzioni è lo specchio fedele del comportamento naturale della gente al di fuori di esse, e le loro iniziative appaiono conformi e leali alle domande di milioni di spagnoli che si sono sentiti truffati o esclusi da parte dei governanti. Queste domande hanno a che fare soprattutto con la concretizzazione dei diritti umani, con la separazione dei poteri, con la lotta implacabile contro la corruzione e le porte girevoli tra la politica e i settori strategici o con il riscatto della gente che ha pagato il conto del salvataggio delle banche. Perché i paesi con meno diseguaglianze sociali sono quelli che presentano, poi, i più bassi livelli di corruzione e il maggior grado di efficienza economica e di crescita.

In Spagna ci stiamo giocando niente meno che l'Europa. L'Europa dell' Eurogenerazione, castigata ed esclusa, che cerca il suo cammino, la sua luce in fondo al tunnel, e che troverà un senso soltanto se scommetterà sul suo modello sociale. Un’ Eurogenerazione orgogliosa dei singolari sforzi e risultati compiuti dai nostri antenati per bandire l'odio e la guerra dalle nostre vite, ma che sappia che c'è da rinnovare e rafforzare il patto sociale tra gli europei, di fronte a chi lo vuole invece svigorire e riservare a pochi.   In caso contrario, l'Europa si sgretolerà.

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Fernando Navarro Sordo è il fondatore di Babel España Comunicación. Ha diretto per 6 anni la versione in spagnolo e le sezioni di Politica ed Economia su cafebabel.com. Oggi è il coordinatore della segreteria di Acción Institucional di PODEMOS.