Gli iracheni chiedono di più all’Europa

Articolo pubblicato il 06 giugno 2005
Articolo pubblicato il 06 giugno 2005

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Un anno fa l’Ue prese l’impegno di appoggiare la ricostruzione democratica dell’Iraq. Cos’è successo da allora?

Con le elezioni del gennaio 2005 gli iracheni hanno posto la prima pietra per la ricostruzione democratica del Paese. Tuttavia alla luce della persistente violenza sarà difficile per loro garantire la sicurezza interna e il rispetto dei diritti democratici senza un aiuto esterno. Lo scorso anno in una dichiarazione comune con gli Stati Uniti, l’Ue aveva assicurato il proprio sostegno alla lotta alla povertà, al rafforzamento del governo e della società civile così come all’introduzione dei diritti umani. Ma quali fatti hanno seguito queste candide parole degli europei?

Un paese spaccato

Le elezioni in Iraq hanno portato a una divisione del potere molto eterogenea, sia a livello nazionale che nelle province. A imporsi è stata la formazione sciita Alleanza Irachena Unita che con il 48,2% dei consensi si avvale di una rosicata maggioranza assoluta. Il secondo grande blocco è formato dalla lista curda con il 25,7% delle preferenze. Da una parte i fanatici religiosi che vorrebbero imporre la sharia come fonte principale della Costituzione, dall’altra gli autonomisti curdi di impostazione secolare. Il moderato Ibrahim Al-Jaafari è il nuovo. Gli arabi sunniti tuttavia hanno in gran parte boicottato le elezioni sotto «l’occupazione americana» e ne hanno riconosciuto solo parzialmente i risultati. Alla luce delle continue violenze e degli interessi opposti degli schieramenti politici la situazione resta di forte tensione.

Se i partiti politici troveranno un accordo l’Assemblea Costituente approverà entro il 15 agosto 2005 una nuova Costituzione sulla quale due mesi dopo i cittadini verrebbero chiamati al voto. Se anche i cittadini approvassero il testo costituzionale si dovrebbe arrivare all’elezione di un parlamento entro la fine dell’anno. Senza dubbio l’Iraq sarà destinato a dipendere ancora dall’appoggio internazionale, soprattutto se le truppe straniere dovessero ritirarsi entro la fine dell’anno come prescritto dalla risoluzione 1546 dell’Onu.

Per ora è forte la presenza dei soldati europei sul territorio iracheno, soprattutto quella di inglesi, italiani e polacchi. La popolazione locale tuttavia, come mostrato dai continui attentati ai danni dei soldati, continua a considerarli più come occupanti che come liberatori. Dal punto di vista civile il contributo europeo è concentrato sul settore economico. Gran parte del sostegno finanziario va a favore della ricostruzione dell’amministrazione pubblica, delle infrastrutture, ai ministeri del petrolio e dell’elettricità e alla lotta alla povertà. Solo un quinto dei duecento milioni stanziati verranno impiegati per il rafforzamento dello sviluppo democratico e della società civile, per la difesa dei diritti umani.

L’Europa titubante

Una società civile forte è un presupposto fondamentale per un Iraq democratico. Gli europei hanno una serie di possibilità per impegnarsi in questo obiettivo. Per esempio il nuovo governo iracheno ha pregato l’Ue di aumentare la propria visibilità aprendo una sede diplomatica. Questa presenza civile potrebbe mostrare ai cittadini iracheni che l’Europa non è presente solo con le truppe militari, ma l’Ue è titubante, non da ultimo per via delle condizioni di sicurezza. L’Iraq potrebbe guadagnare molto dalla formazione da parte dell’Ue della polizia, dei giudici e degli uomini politici che si trovano per la prima volta a far parte di uno stato multipartitico. L’Ue oltretutto è dotata di una notevole esperienza che potrebbe tornare utile agli iracheni nella costruzione di sistemi politici. Una struttura federale è considerata tutt’oggi la soluzione più accreditata per integrare i tre gruppi etnici in un unico stato. In questo campo l’Europa potrebbe offrire la sua grande esperienza per essere d’aiuto all’Iraq.

L’Ue dovrebbe chiedersi perché l’Iraq non faccia parte della partnership euro-mediterranea instaurata con i tre paesi confinanti, ovvero Siria, Giordania e Turchia. Questo programma è stato creato per sostenere gli attori della società civile e inserirli in una rete regionale. Ora si potrebbe utilizzare questa struttura già esistente invece di sforzarsi a sviluppare nuovi progetti. L’Ue dovrebbe superare la propria divisione sulla politica irachena e intraprendere una serie di misure per la stabilizzazione della giovane democrazia del Paese che vadano oltre al contributo militare.