Gli espatriati sono i veri cittadini europei?

Articolo pubblicato il 03 giugno 2009
Articolo pubblicato il 03 giugno 2009
Per tutti i giovani che si sono installati in un altro paese dell'Unione europea, la nozione di cittadinanza si confonde con quella d’identità europea. Dal 4 al 7 giugno voteranno i loro candidati al Parlamento europeo nello Stato membro che hanno eletto come loro domicilio.

«Essere cittadini europei vuol dire essere liberi di viaggiare ovunque». Nel 2005 Mirouna incontra la sua ragazza francese, Marine. Fino al 2007, anno dell'adesione del suo Paese all'Unione europea, la giovane venticinquenne rumena doveva affrontare tutti i problemi amministrativi per raggiungere l'amata. «Per passare la frontiera mi serviva l'invito di una persona residente in uno stato dell'Unione. Dopo di che, dovevo dimostrare agli agenti di frontiera che avevo 100 euro in contanti per ogni giorno che avrei passato fuori dalla Romania. Era difficilissimo», ricorda. Oggi, Mirouna abita a Berlino con la sua compagna, nella vita di tutti i giorni parla tedesco, francese, inglese e approfitta al massimo della sua nuova possibilità di circolazione.

Cittadinanza: marketing?

Come lei, Emmi incarna il sogno europeo. Questa giovane Finlandese di 27 anni parla perfettamente cinque lingue ufficiali dell'Unione e vive da tre anni nella capitale tedesca con il suo ragazzo francese, Simon. La coppia si è conosciuta durante un anno di Erasmus in Austria. «Eppure mi sento più finlandese, confessa lei. Forse perché non so cosa significhi la cittadinanza europea». Simon, invece, si sente europeo. «Mi sento a casa mia in qualunque paese d'Europa. Se domani decidessi di vivere in Portogallo o in Grecia, mi sentirei come a casa mia perché avrei i miei punti di riferimento, il diritto di lavorare e vivere come qualunque cittadino di quel paese», spiega Simon. Questo architetto di 27 anni ha appena finito di realizzare un film documentario sulle frontiere nello spazio di Schengen. Per quasi tre anni ha setacciato le strade dell'Europa con Nicolas, un altro giovane francese che abita a Berlino da due anni. «Per me, la nozione di cittadinanza europea, è un'operazione di marketing, fatta per dare alla gente l'impressione di appartenere a qualcosa, ma è solo ipocrisia, butta lì. Questo concetto, è burocrazia, ma non tocca la mia identità...». Secondo Benjamin, «ci si deve sentire Europei». Questo giornalista francese di 28 anni vive da cinque anni a Bucarest, dove sta organizzando un festival di film per bambini. «Le mie radici, il mio percorso intellettuale, le mie convinzioni sono impregnate della cultura francese. ma io mi sento comunque rumeno in quanto ho assimilato alcuni loro modi di pensare che fanno ormai parte della mia vita di tutti i giorni, spiega. Idealmente, voglio essere europeo, non solo allo scopo del buon sviluppo della Romania, luogo in cui vivo, ma anche per spirito di appartenenza a uno spazio comune. Inoltre, gli interessi sono comuni, le priorità sono comuni»

Sous la place Alexander à Berlin

L'Europa dei miei valori

Nel 1992 il trattato di Maastricht ha definito i diritti e i doveri del «cittadino europeo»: il diritto di studiare, di lavorare, di circolare e di soggiornare liberamente in altri paesi europei; il diritto di petizione davanti al Parlamento europeo; il diritto di indirizzare al mediatore europeo una lamentela contro un atto di cattiva amministrazione commesso da un'istituzione o da un organo dell'Unione e soprattutto il diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni municipali e alle elezioni del Parlamento europeo nello Stato membro di residenza. Lo statuto di cittadino europeo semplifica dunque il compito di coloro che andranno a votare dal 4 al 7 giugno 2009 ma non abitano nei loro paesi d'origine. «Bisogno solo iscriversi alle liste elettorali della nostra città. Se votassi in Francia, dovrei ottenere una procura e passare attraverso l'ambasciata, cosa che mi costerebbe troppo tempo e sarebbe troppo complicata», si rallegra Chantal, traduttrice e giornalista a Berlino. «Trovo frustrante vivere in un paese e non poter partecipare attivamente alla politica nazionale. È la ragione per cui sono contenta di poter votare alle elezioni europee, sono le uniche elezioni nel mio paese d'adozione per le quali posso mettere la mia scheda nell'urna», prosegue Séverine, giornalista francese residente in Germania da quattro anni. «Per me, che sia un greco o un giapponese, è la stessa cosa. Quello che conta, è l'ideologia per la quale voto», riprende Simon. Ecologista, indipendentista, liberale, euroscettico... Le tendenze politiche sono diverse, «ma non ci sono ancora veri partiti politici europei» denuncia il suo collega Nicolas. «Spesso gli interessi nazionali prendono il sopravvento nel dibattito europeo... Se ci fossero dei veri partiti europei, sarei più motivato a votare». Non si è iscritto alle liste elettorali. Peccato! Forse sta perdendo una possibilità per capire perché si sente europeo, cioè avere il diritto di scegliere i valori dell'Europa che ci rappresentano.