Giuseppe Rizzo inventa la nuova Sicilia

Articolo pubblicato il 12 luglio 2013
Articolo pubblicato il 12 luglio 2013

Come dichiarare guerra all’isola più a sud d’Italia? Distruggendo i luoghi comuni e mostrando il vero volto dei mafiosi. Così Giuseppe Rizzo racconta la Sicilia di oggi: sfide, ironia, “minchiate”, polizia omertosa e ragazzi che non tengono a freno la lingua, amori che nascono nel momento sbagliato o proprio quello più giusto,  e “storie di merda” che attorcigliano il ventre. 

La guerra è dichiarata

Non è raro per uno straniero fare conoscenza con un italiano ed esplodere nei luoghi comuni che contraddistinguono il “bel paese” (altra espressione logorata dall’uso). Italia? Pizza, spaghetti e mandolino. O ancora l’assimilazione alla figura di Berlusconi. E come dimenticare la celebre esclamazione “mamma mia!” pronunciata con tono ironico e divertito.  Le icone, i miti e le storie più popolari, diventano spesso il simbolo con cui identificare un intero paese.  Soprattutto nel caso di un’isola - che è pur sempre un piccolo mondo a parte - come la Sicilia. Per questa ragione, i protagonisti del libro di Giuseppe Rizzo  dichiarano una "Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia": contro i luoghi comuni e le rappresentazioni letterarie, mediatiche, banali, che gli stanno ormai troppo strette, ma soprattutto contro i mafiosi di provincia soprannominati ironicamente dall’autore “pidocchi”.

“La Sicilia non esiste. Io lo so perché ci sono nato”

Tra il ricordo degli assassinii e le stragi mafiose, le serie televisive, i film, i romanzi polizieschi, le cartoline del mare e dei templi, i cannoli siciliani e gli arancini, cosa resta della Sicilia di oggi?  Rizzo vuole mettere bene in chiaro che quella Sicilia è una sempificazione della realtà, una rappresentazione inadeguata a raccontare il presente. Lo fa con una frase esemplare: “La Sicilia non esiste. Io lo so perché ci sono nato”. La pronuncia uno dei protagonisti del libro, mentre si trova a discutere con un americano che crede di sapere tutto sulla terra e la cultura siciliana solo perché “ha buttato giù una tesi in Storia del Mediterraneo”. Per l’autore quest'espressione rappresenta “una specie di amuleto contro le mille minchiate e luoghi comuni: bisogna capire la Sicilia di oggi, mettendo da parte quella fossilizzata nella retorica letteraria e cinematografica di ieri”. Cosi il giovane scrittore sente la necessità di inventare lettarariamente la nuova Sicilia di oggi, ben deciso a prendere le distanze da ogni postura fatalista e romantica che riguarda la sua terra: “Nel libro, uno dei protagonisti attacca ferocemente Pirandello, Tomasi di Lampedusa e Camilleri. Io non ce l'ho con gli autori in questione, ma con chi usa i loro libri per descrivere la Sicilia di oggi. Non si può, non è possibile. Tutto questo rischia di bloccare i siciliani stessi, convinti di essere gli ultimi romantici di una romanticissima decadenza”.

Giovani siciliani, migranti e cosmopoliti

Rizzo parla di Sicilia e siciliani con uno sguardo nuovo e uno stile irriverente, quello della sua generazione: i trentenni di oggi. Sono loro che sono partiti per il “continente” e, sperimentando la diversità culturale, sono diventati allergici ad ogni semplificazione della realtà. Sarcasmo e impertinenza sono centrali nella narrazione, espressioni stilistiche e visione del mondo di uno scrittore che ha bisogno di “vedere immediatamente il risvolto ridicolo di ogni situazione, anche di quella più tragica”. Raccontare una storia dal punto di vista della nostra generazione “è vivo perchè ci racconta le contraddizioni e le mille storture del presente e delle nostre vite bislacche”: migranti e cosmopoliti, alle prese con un mondo sempre in movimento e con mille identità e culture. Arriva poi il momento di fare i conti con le proprie origini, premesso che la parola “radici” all’autore “dà un po’ l’orticaria”.

Anche il ritorno assume un senso diverso in questa generazione: possiamo infatti mettere a paragone il ritorno sull’isola dei tre trentenni protagonisti che sono andati a studiare e lavorare in giro per l’Europa, e quello dei fratelli Bonanno, che, emigrati per necessità durante gli anni ’70, tornano dopo 30 anni spinti da profonda nostalgia, e vengono assassinati dai “pidocchi” del paese per aver aperto un negozio di fiori che dava fastidio. Al contrario la “generazione dei biglietti a prezzi ridicoli di Ryanair e dei divani da condividere in giro per l'Europa” riflette sulle proprie origini in maniera “dissacratoria”. Ma il giovane siciliano aggiunge con amarezza: “un Paese che non permette a chi lo abita di scegliere cosa fare della propria vita, se passarla fuori dai propri confini o dentro, è feroce”.

La mafia tra realtà, retorica e invenzione

Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia è “una una storia, con dentro molte cose vere e un mucchio di invenzioni”. Il racconto della mafia in Sicilia è stato epicizzato da film e serie televisive (Il Padrino, I Soprano), i cui personaggi sono spesso divenuti degli eroi nell’immaginario degli spettatori. La vuota retorica anti-mafia italiana degli ultimi decenni non ha migliorato il modo di rappresentare la realtà. Giuseppe Rizzo cerca di riportare uno sguardo più realistico e attuale sulle storie di mafia e specialmente sui loro protagonisti: “Lo dico semplice, che si capisce facile: il mafioso è un meschino merdoso miserabile personaggio di serie B. Le loro vite reali non sono più epiche, se mai lo sono state. Possono accumulare capitali incredibili, ma finiscono a vivere come ratti, dentro buchi e nascondigli. Una storia con un protagonista del genere non sarà molto letterario e forse non farà vendere molte copie, ma rispecchia di più la realtà”.