Giulio Regeni: la verità è la strada su cui corre la giustizia

Articolo pubblicato il 18 maggio 2016
Articolo pubblicato il 18 maggio 2016

A tre mesi dal ritrovamento al Cairo del corpo senza vita orribilmente torturato di Giulio Regeni non ne sappiamo molto di più sulla sua morte. Ma gli elementi per farsi un'idea precisa ci sono tutti, e gettano una luce sull'inquietante livello dei diritti umani in Egitto.

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Otterrete circa 13.000.000 risultati, insieme probabilmente all'idea che si tratti di una vicenda ricca di risvolti e molto complessa da analizzare. Ciò in realtà non è troppo distante dal vero, considerando che a più di tre mesi dalla sparizione di Giulio Regeni al Cairo e dal ritrovamento il 3 febbraio del suo martoriato corpo senza vita, non ne sappiamo molto di più su modalità e motivazioni del suo assassinio. Gli elementi per farsi un'idea ci sono però tutti, e sono proprio quei 13 milioni di risultati a permettere di avere un quadro abbastanza verosimile di tutta la storia. Ma andiamo con ordine.

Sviare, confondere, insabbiare

Lo scandalo non nasce unicamente dallo sdegno per la barbara uccisione di un giovane e brillante accademico italiano in un paese straniero, quasi certamente a causa delle proprie ricerche. Il vero problema sono i maldestri del governo egiziano di insabbiare, camuffare e confondere la verità, sviando a più riprese le indagini con il palese scopo di tentare di nascondere quello che è ormai evidente al mondo: l'inquietante livello dei diritti umani in Egitto. Tentativi di depistaggio a dir poco improbabili, a partire dalle prime ricostruzioni ipotizzate dalla polizia egiziana, secondo le quali Giulio sarebbe stato in contatto con giri di spaccio e criminalità, poi addirittura un agente segreto, fino a giungere alla grottesca messinscena del ritrovamento dei documenti del giovane in un borsone presente nell'appartamento di due rapinatori.

Il governo italiano si è mantenuto a lungo in una posizione di difficile equilibrio, tra la richiesta di una verità e la volontà di non rovinare una proficua partnership commerciale con Il Cairo. Questo fino a quando il 30 marzo la signora Paola Regeni, madre di Giulio, decide di mettere in gioco se stessa ed il proprio dolore in una struggente conferenza stampa al Senato. «Io su quel viso ho visto tutto il male del mondo. L'unica cosa che vi ho ritrovato di lui è stata la punta del suo naso», queste le sue parole. È da questo momento che il governo e la diplomazia italiana iniziano a muoversi, chiedendo con più forza risposte ed arrivando a pressioni diplomatiche di un certo spessore, come il richiamo a Roma dell'ambasciatore italiano al Cairo per "consultazioni sul caso". Tutto ciò senza tuttavia fermare le azioni liberticide del governo egiziano, come l'arresto in aprile di tutti i giornalisti impegnati in inchieste sulle sparizioni forzate o il tentativo di censurare tutte le notizie riguardanti il caso Regeni sulla stampa egiziana e non solo. 

Lo spaventoso livello dei diritti umani in Egitto

Questo caso ha avuto paradossalmente un effetto positivo, quello di scoperchiare un gigantesco vaso di Pandora sullo spaventoso livello di libertà di espressione in Egitto. È per questo motivo che l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) ha lanciato lo scorso 9 maggio un appello al governo egiziano per mettere fine a questa situazione. Situazione definita come «Grave, molto grave dopo la caduta di Mubarak nel 2011, ma dal 2015 la situazione si è ancora aggravata», da Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, organizzazione promotrice della campagna "Verità per Giulio Regeni". «Torture e sparizioni forzate sono prassi comune. La legge antiterrorismo, molto vaga ed interpretabile nella sua formulazione, permette di incriminare chiunque si opponga al governo di Al-Sisi. Gli stessi giornalisti rischiano di essere incriminati se non si limitano a riportare la versione dei fatti approvata dal governo» continua Noury. La stessa Amnesty International è stata forzata a lasciare il paese nel 2011, a seguito di un'indagine su oltre 100 organizzazioni non governative accusate di ricevere finanziamenti illeciti dall'estero. I numeri riportati da Amnesty International sono spaventosi: si parla di 1.167 torture nel solo anno 2015, di cui quasi 500 con esito mortale e circa 500 sparizioni forzate. La vicenda di Giulio Regeni ha portato alla luce quella che è la normalità per gli egiziani. «Giulio era uno di noi, ed è stato ucciso come veniamo uccisi noi»: queste le parole di El Teneen, uno dei più importanti graffitisti egiziani su un murales raffigurante il giovane.

«Occorre mettere a fuoco misure concrete che mirino a ristabilire un accettabile livello di diritti umani in Egitto. In primis non andrebbero fornite armi a questo governo, visto e considerato come esse vengono utilizzate contro la popolazione civile. Ma non bisogna nemmeno fornire loro dei software per la sorveglianza dei civili, visto che facilitano il compito di chi deve controllare il dissenso», afferma Noury. «Se i buoni rapporti non servono ad avere cooperazione e trasparenza non si vede il motivo per cui essi debbano continuare ad esistere nonostante tutto», sostiene Noury. «(...) Milioni di persone in tutto il mondo sanno cosa succede in Egitto, ma questo non basta: occorre che si prenda coscienza della situazione a livello diplomatico, e si agisca di conseguenza»

La verità è l'unica strada su cui corre la giustizia

«La tortura è un metodo di coercizione fisica e psicologica che ha il fine di estorcere solitamente delle informazioni, talvolta accompagnata da strumenti atti ad infliggere punizioni corporali». Questa è la definizione di Wikipedia, ma è una definizione che in realtà non definisce, perché leggendola vengono in mente parole e immagini di un dizionario, ma non un ragazzo di 28 anni di nome Giulio Regeni, morto con il collo girato dopo giorni di atroci supplizi. In realtà la tortura e l'uccisione di Giulio ci fanno inorridire, indignare e mobilitare perché si tratta di "uno dei nostri". Un ragazzo come tanti, che rappresentava il meglio che la società era riuscita a produrre. Aveva imparato a fare il tiramisù per la propria ragazza con la sua amica Noura qualche giorno prima, solo che la madre di Noura poi ne aveva mangiato metà: evidentemente Giulio aveva imparato bene. Aveva deciso che la sua casa, la Gran Bretagna e l'Egitto erano posti confinanti nella propria vita, e che allargare i propri gusti ed orizzonti gli avrebbe permesso di capire che il sapore di ogni cosa è più buono se lo mischi a quello del mondo. Sicuramente non aveva deciso di essere seviziato, ucciso ed abbandonato con il collo rotto sul ciglio di un'autostrada in Egitto. Il problema è che Giulio non è "uno dei nostri". È "uno dei tanti" che dalle carceri e dalle tombe urlano per avere verità e giustizia. Perché la verità non è un'eventualità, una possibilità, una scelta, uno spiacevole incidente dovuto a qualcuno che la chiede con insistenza. La verità è l'unica strada su cui corre la giustizia.