Giornata per la Siria: dobbiamo continuare a sostenere la popolazione siriana

Articolo pubblicato il 30 dicembre 2016
Articolo pubblicato il 30 dicembre 2016

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Il 10 dicembre, la Hall Maximilien ha aperto le porte a tutti coloro che desideravano saperne di più sulla situazione in Siria. L'occasione di riflettere sul destino di una popolazione estenuata da una guerra lunga e senza prospettive. Cafébabel ha raccolto le testimonianze di persone fuggite dagli orrori del conflitto

 « Mio padre dice che la vita è come un albero : a volte è in fiore, a volte è completamente spoglio » ci racconta Hamza, un Siriano di una ventina d'anni, in un inglese perfetto. «  In Siria, eravamo ricchi. Mio padre aveva numerose attività. E' arrivato in Europa con un passaporto ungherese falso che ha pagato 1700 dollari. Oggi, in Belgio, fa lo stesso lavoro che facevano i suoi operai laggiù » .

Cosa preferireste tra rischiare la vostra vita ogni giorno o rischiarla una volta e, una volta sopravvissuti, perdere la vostra dignità ?  « Molte persone piangono oggi. Piangevano ieri perché temevano di morire ogni istante. E piangono oggi perché devono lasciare il loro paese » scriveva poco tempo da Jared Malsin al The Time, per evocare Aleppo. (VOL 188, NO 27-28/2016).

Tentare di raccontare la Giornata per la Siria a quelli che non l'hanno vissuta è un'impresa ardua. Se è facile descrivere gli avvenimenti, è impossibile riprodurre le emozioni. Si parla effetticamente della crisi dei rifugiati da diversi anni, soprattutto da quando è scoppiata la Guerra Civile in Siria nel 2011, ma non si parla mai, o quasi mai, della storia e della vita di ogni singolo individuo. E senza dubbio non se ne parlerà mai. Si può discutere delle politiche di asilo, di integrazione e di accoglienza. Ma dare un volto e una identità a delle cifre astratte di cui sentiamo parlare tutto il giorno, è molto più difficile.

E' per questo che la Piattaforma cittadina  « Sostegno ai Rifugiati », una iniziativa che è partita nel 2015 per far fronte alla crisi dei rifugiati, offrendogli un sostegno individuale, ha organizzato l'evento del 10 Dicembre. Perché se perfino dopo cinque anni, la situazione non è cambiata, occorre continuare a testimoniare, a raccontare delle storie di vita che potrebbero essere le nostre. Questi dibattiti sono stati comunque accompagnati da un velo di frustazione poiché Théo Francken, segretario di Stato per le politiche di asilo e immigrazione, aveva promesso di prendere parte alla giornata ma alla fine non è intervenuto. Lo stesso Théo Francken che ha recentemente fatto scandalo per aver rifiutato di concedere un permesso umanitario a una famiglia siriana (http://bit.ly/2is0eOJ).

L'evento si è aperto con una presentazione della situazione di Aleppo, dope centinaia di migliaia di civili muoiono ancora per le atrocità della guerra. Aleppo, il simbolo della resistenza dei ribelli nei confronti del regime di Bachar Al-Assad. « Se una persona è minacciata di morte, è costretta a fuggire » dichiara in maniera pragmatica uno degli oratori del primo dibattito. Come Shahed, 13 anni, a Bruxelles dal 2014. I suoi occhi dolci parlano ben più della sua voce. O anche Kindal e Anas, una coppia di trentenni originaria di Swaida. Lei era farmacista, lui ingeniere. Un anno fa, lui ha deciso di partire, di lasciare la sua terra natale oramai distrutta dalle bombe, e di intraprendere il cammino verso l'Europa. « J’ero stato arrestato dal regime. Non avevo scelta : o con il regime, o con i ribelli islamici ». E' dunque arrivato fino alla Turchia, poi è salito a bordo di un gommone diretto in Grecia. Ed è infine arrivato in Belgio. «  Ho avuto la fortuna di essere accolto da una famiglia belga. Poi mi hanno raggiunto » ci dice in francese, facendo riferimento a sua moglie e ai suoi bambini.

Questa Giornata per la Siria è stata preceduta da due eventi-chiave nel quadro della questione dei rifugiati :  la presa di Aleppo, ufficializzata da Bachar Al-Assad il 13 Dicembre, e la non-riforma della politica di asilo dell'Unione Europea, a seguito dell'incontro dei capi di stato e di governo iin seno al Consiglio Europeo del 15 Dicembre. Grandi speranze tradite delle stesse logiche che hanno permesso all'accordo UE-Turchia sui rifugiati di continuare.

« Guardate la bellezza della mia città » ci dice Ahmed in inglese, mostrandoci le foto di Palmira nel suo cellulare. « Guardate, queste foto risalgono a prima della guerra. E questo, al contrario, è quello che resta dopo i bombardamenti. Palmira era così bella, così ricca di storia ! » aggiunge. Palmira, città che è stata riconquistata dallo Stato Islamico l'11 Dicembre. Ha continuato a mostrarci le sue foto, prima che noi ci soffermassimo sull'immagine di un corpo senza vita. Non avevamo il coraggio di domandargli chi fosse quella persona, ma Ahmed stesso ha risposto al nostro interrogativo sospeso. « E' mio figlio maggiore. Era a Homs per combattere con i ribelli, è un suo amico che mi ha inviato la foto. Io non l'ho mai più rivisto. Non c'è più alcuna soluzione a questa guerra. »

In un video messo in rete dai media dell'opposizione il 15 Dicembre, si può vedere un abitante che si prepara a fuggire scrivere sulla porta di un negozio « Aleppo, torneremo », come fa notare Malsin nel The Time. Noi abbiamo visto, sui volti dei partecipanti alla Giornata per la Siria, la stessa speranza, la stessa volontà di potere, un giorno, ritornare nelle loro terre, piene di storia e di cultura. L’Europa e la società civile non devono dimenticare che i loro cugini siriani hanno bisogno di loro. Perché un giorno, potremmo bussare alle loro porte per le stesse ragioni.