“GiornalisTI minacciatI”: quando i numeri diventano umani

Articolo pubblicato il 03 luglio 2013
Articolo pubblicato il 03 luglio 2013

Viviamo in un mondo numerizzato: le attività umane sono digitalizzate e trasformate in dati. Le nuove tecniche narrative usate dal data journalism possono ridonare umanità ai numeri e raccontare i fatti in modo più coinvolgente e diretto per i lettori: lo dimostra un progetto multimediale che racconta le storie dei giornalisti minacciati in Italia.

Sono storie troppo a lungo lasciate nell’ombra quelle dei giornalisti minacciati a causa di inchieste scomode e coraggiose. Una sorta di censura indiretta minaccia non solo il lavoro del giornalista, ma persino la visibilità delle intimidazioni subite: i dati rimangono parziali e le storie spesso ignorate.

Nel 2008 il Rapporto Ossigeno ha cominciato a monitorare i casi di giornalisti minacciati in Italia. Numeri alla mano: secondo l’ultimo Rapporto del 2012, dalla segnalazione di 30 giornalisti minacciati nel 2008, si è passati a 325 casi nel 2011. L’aumento dei giornalisti coinvolti sembrerebbe legato in parte al cambiamento del metodo di osservazione, nonché allo sviluppo dell’attenzione sul tema. Ma quanto è realmente visibile questo fenomeno? I dati sono sufficientemente attraenti e fruibili da favorire un’ampia diffusione al pubblico? È probabile che un report fatto di soli numeri e statistiche tenda a far calare la nostra attenzione nel tempo di qualche battito di ciglia: è qui che entra in gioco la vivacità del giornalismo 2.0.

Le storie dentro i dati

Andrea Fama, Jacopo Ottaviani e Isacco Chiaf hanno deciso, con il progetto Giornalisti Minacciati, di donare nuova luce e forma ai numeri raccolti dal Rapporto Ossigeno. L’obiettivo è di rendere i dati più umani e comprensibili: "Dataset e database rimangono fuori dall’attenzione dei lettori, e raccontarli con nuove tecniche narrative aiuta a umanizzare e diffondere le storie che i dati celano sotto numeri e statistiche, troppo spesso ignorati o trattati con distacco e freddezza". Il progetto si è evoluto dinamicamente, dalla numerizzazione delle attività umane all’umanizzazione dei numeri. Il data journalism rilanciato da Andrea, Jacopo e Isacco utilizza le timeline su Facebook come tecnica innovativa ed efficace a sviluppare la narrazione dei numeri: “Creando diverse pagine (una per ogni caso), si è cercato di raggiungere l´umanizzazione dei fatti avvenuti ai giornalisti. Il poter seguire, commentare e condividere ogni avvenimento che ha condotto alla minaccia del giornalista, aiuta a coinvolgere maggiormente l'utente.” I dati sono generali, e le storie estrapolate dai numeri e pubblicate su un social media particolarmente popolare, narrativo e multimediale come Facebook, rendono conto in profondità di ogni singolo caso di giornalismo minacciato. Un elemento supplementare non banale: vengono condivise.

Informazione interattiva e pubblico attivo

La datafication ritrova un aspetto umano ed il pubblico conquista un ruolo attivo nell’interazione con l’informazione: “Tra i benefici per chi interagisce con i dati c’è sicuramente una maggiore consapevolezza dei fatti a dispetto delle opinioni”. Questo anche grazie alla possibilità di geolocalizzare i fatti non solo attraverso le timeline, ma sviluppando lo strumento delle mappe interattive che offrono una visione del fenomeno secondo la distribuzione geografica: “I lettori possono eventualmente individuare, approfondire e diffondere le vicende più vicine al proprio contesto territoriale, di cui spesso si ignora perfino l’esistenza”.

Ma l’Italia è pronta per il data journalism? Secondo i tre fondatori di Giornalismo Minacciato, il nostro paese “si sta avvicinando lentamente a ciò che nel mondo giornalistico anglosassone è prassi comune da diversi anni. Questo dovrebbe, spingere giornalisti ed editori italiani a lanciarsi un po’ di più in questo territorio di conquista. Non è possibile invertire la tendenza o frenare il progresso per riconfermare i vecchi modelli dell’informazione”. In effetti il trattamento dei dati che riguardano un fenomeno o un evento attraverso le nuove tecnologie digitali, hanno preso piede da tempo soprattutto nei paesi anglosassoni, dove, nella concezione dell’informazione, la descrizione del fatto puro prevale sull’opinione. Il sito online della testata britannica The Guardian ha aperto addirittura un datablog, dove le notizie vengono trattate esclusivamente attraverso gli strumenti del data journalism. Non è un caso quindi che sia stato proprio il The Guardian a dare spazio e visibilità al primo progetto di mappazione dell’informazione di Jacopo Ottaviani (Patrie Galere), precedentemente pubblicato in Italia su Il Fatto Quotidiano.

Una collaborazione 2.0

Come spesso accade, non è solo il media project a vivere su internet, ma anche la collaborazione dei tre che l’hanno creato. Andrea, Jacopo e Isacco hanno sviluppato i primi contatti grazie alla mailing list  Data Journalism Italia. “Poi ci siamo incontrati di persona in occasione del numero zero di Dig.it, manifestazione sul giornalismo digitale tenutasi a luglio 2012 a Firenze. In quell’occasione, vista anche la presenza di Alberto Spampinato, direttore di Rapporto Ossigeno, è nata l’idea di un progetto che raccontasse attraverso un linguaggio innovativo e crossmediale il fenomeno dei giornalisti minacciati in Italia”. I tre collaboratori provengono da percorsi differenti, ma hanno saputo convergere le loro diverse esperienze e competenze in modo innovativo e coerente in questo progetto: “c’è chi ha studiato informatica, chi design, chi invece si è sempre dedicato al giornalismo. Abbiamo provato a contaminarci, cercando di imparare l’uno dall’altro”.

Andrea, Jacopo e Isacco vivono in tre paesi diversi (Italia, Inghilterra e Portogallo) e sono sempre in viaggio per il mondo: per questo gestiscono la loro collaborazione a distanza attraverso le email o le conversazioni skype, “ma cerchiamo di incontrarci di persona, quando possibile, come all’International Journalism Festival di Perugia”, precisano. In un mondo in continuo movimento, soprattutto per chi lavora in questi settori, è normale spostarsi e cambiare, ma tra di loro chi abita all’estero “attende e spera – tra mille contraddizioni – il ritorno in Italia”.