Giorgio Boris Giuliano, il poliziotto che veniva dal futuro

Articolo pubblicato il 21 luglio 2016
Articolo pubblicato il 21 luglio 2016

Il 21 luglio 1979 Palermo perdeva il suo capo della Squadra Mobile per mano della mafia. Giorgio Boris Giuliano sembrava un poliziotto venuto direttamente dal futuro, la cui attività segnò un punto di svolta nella storia delle forze dell'ordine e della lotta alla criminalità. 

«Se altri organismi statali avessero adeguatamente compreso e assecondato l’intelligente impegno investigativo del Giuliano, probabilmente le strutture organizzative della mafia non si sarebbero così enormemente potenziate e molti efferati assassini, compreso quello dello stesso Giuliano, non sarebbero stati consumati» (P. Borsellino, tratto dall'ordinanza-sentenza del Maxi-Processo di Palermo)

Giorgio Boris Giuliano e i suoi baffi caddero a terra nella calda mattinata del 21 luglio del 1979. Il capo della squadra mobile venne ucciso da un "coraggiosissimo" Leoluca Bagarella, che gli sparò alle spalle mentre lui stava impugnando un "temibilissimo" caffè, l'ultimo della sua vita. Nessuna foto del cadavere, Giorgio Boris Giuliano doveva essere ricordato vivo. 

Ed ancora una volta, come abbiamo fatto per Giovanni Falcone, non vogliamo che il ricordo rimanga impresso su una lapide posta dal senso di colpa di alcuni misto alla disperazione di altri, vogliamo che il ricordo sia vivo nelle sue attività, nella sua professionalità, nel suo senso dello Stato. Boris Giuliano era infatti, senza dubbio, un uomo di Stato. 

La Squadra e i nuovi interessi di Cosa Nostra

Giuliano era un poliziotto moderno, aveva capito che l'organizzazione e il coordinamento erano l'unico modo per affrontare la nuova malattia che stava infettando Palermo e che ancora, almeno ufficialmente, non si conosceva (il reato di associazione mafiosa non era ancora nemmeno stato inserito nel codice penale). Creò praticamente dal nulla la Squadra Mobile, insieme con Bruno Contrada, che per la prima volta fu davvero Squadra. Ne facevano parte Tonino De Luca, Paolo Moscarelli e Vincenzo Boncoraglio. Il lavoro venne organizzato in modo tale che ciascun funzionario fosse responsabile di un settore della criminalità. Durante le riunioni, poi, ciascuno forniva i dati appresi, che venivano scambiati. Accumulare informazioni, scambiarle e trovare il nesso logico che univa tutti i dati. Era questo il Metodo Giuliano e che in quegli anni poteva davvero salvare la pelle. Saverio Lodato scrive che la regola d'oro che Giuliano impartiva ai suoi collaboratori era questa: «Se venite a conoscenza di un segreto non tenetelo per voi. Scrivetelo, ditelo, telefonatelo, ma non diventatene i depositari». 

 Così il dottor Giuliano iniziò a capire che qualcosa di grosso si stava muovendo, che Cosa Nostra stava progressivamente mutando volto, che aveva nuovi interessi, nuovi appoggi e diverse dinamiche. Spinse Palermo sulla strada della cooperazione internazionale, specie con gli Stati Uniti, dove si era formato nel quartier generale dell'FBI a Quantico. Negli anni della sua reggenza della Squadra Mobile, gli agenti dell'FBI e della DEA (Drug Forcement Administration) erano di casa in città. Capì prima di tutti che Palermo e la Sicilia stavano diventando il centro nevralgico della raffinazione dell'eroina che prima avevano la propria sede a Marsiglia e in Costa Azzurra. La sua rimarrà soltanto un'intuizione quanto alle raffinerie, perchè queste saranno trovate soltanto dopo la sua morte. Il "teorema Giuliano" però fece in tempo a dimostrarlo. Nel giugno del 1979, poco prima di morire, in due valigie rinvenute dai suoi uomini sul nastro bagagli dell'aeroporto di Punta Raisi, vennero trovati cinquecentomila dollari. Qualche giorno dopo i colleghi americani sequestrarono all'aeroporto Kennedy di New York eroina per il valore di dieci miliardi di dollari. Palermo era diventato il crocevia della droga in tutto il mondo. 

Il controllo del territorio

«Boris era un fanatico, un patito, di quello che si chiama il controllo del territorio»a parlare è Vincenzo Boncoraglio, uno degli uomini di Boris Giuliano, in un'intervista rilasciata qualche tempo fa. «Intuizione del nostro capo fu quella di arrivare a disegnare anche una mappatura delle famiglie mafiose, attraverso gli omicidi, i controlli, molto spesso anche su strada».  Non era un uomo da scrivania Boris Giuliano, stava sulla strada, conosceva ogni angolo, ogni vicolo di quella città in cui chiese di essere mandato, Palermo. Sapeva parlare con la gente, ascoltarla; capiva chi agiva perchè non aveva scelta e chi invece era spinto dall'avidità e dalla ferocia. Non a caso il suo funerale fu una sfilata di piccoli borseggiatori e ladruncoli, la sua gente. Uno striscione fu appeso in via dei Biscottari, piccolo vicolo di Palermo: "Via dei Biscottari in lutto. Eravamo tutti amici di Boris".  

Il lavoro d'archivio  

Quando Giorgio Boris Giuliano giunse a Palermo nel 1963, la lotta delle forze di polizia contro la criminalità era una lotta assolutamente impari anche per la mancanza assoluta di strumenti tecnici: nessun computer, nessuna telecamera, nulla.

Giuliano non si fermò davanti a questo impedimento. Creò il suo data base. Incrociò i dati. Creò per ciascun personaggio una scheda personale, in un semplice foglio dentro a un fascicolo annotò tutte le informazioni anche quelle apparentemente più irrilevanti, l'appartenenza alla famiglia, frequentazioni di pregiudicati e non. Le relazioni di servizio ogni giorno venivano poi inserite nel fascicolo di ciascun pregiudicato. Si venne a creare così un patrimonio investigativo enorme e impareggiabile per l'epoca, un lavoro di intelligence senza precedenti. 

I rapporti con la stampa

Giuliano intuì un aspetto fondamentale che fino ad allora era stato del tutto ignorato: l'importanza di far girare le notizie. Una nuova generazione di cronisti è protagonista di quegli anni a Palermo, alcuni di questi, la mattina del 21 luglio del 1979 davanti al Bar Lux, piansero, si resero conto di essere dalla stessa parte di quel poliziotto che aveva chiuso gli occhi per sempre. 

Le porte della Squadra Mobile si aprirono, i cronisti potevano avere un rapporto diretto con i funzionari dell'ufficio. Con ruoli diversi l'obiettivo era lo stesso, fornire un servizio ai cittadini. 

Giorgio Boris Giuliano

Era un poliziotto che sembrava venuto dal futuro, con idee e intuito fuori dal comune. Era un uomo dello Stato, innamorato dell'idea di servire i cittadini, innamorato del proprio mestiere. Uomo e padre esemplare, pieno di fantasia e immaginazione, nel lavoro così come nella vita privata. Ai suoi figli raccontava la favola di Cappuccetto rosso ambientandola non nel bosco, bensì nel folklore del mercato del Capo: aneddoto, contenuto nel libro Raccontami l'ultima favola della giornalista Alessia Franco, che ne svela il lato più inedito, giocoso. 

Come sempre avveniva in quel periodo il suo lavoro non venne valorizzato, si scontrava contro muri invisibili, ma ancora troppo forti per aprirvi una breccia. Solo molti anni dopo il valore della sua professionalità venne riconosciuto e rimase impresso per sempre, con quelle parole scritte da Paolo Borsellino scelte come incipit di questo breve articolo.

Dottor Giuliano, Palermo le deve delle scuse, l'Italia le deve delle scuse. Se Leoluca Bagarella quel giorno non l'avesse aggredita alle spalle, oggi l'Italia avrebbe un uomo di Stato dal valore impareggiabile che sarebbe rimasto come sempre con un occhio rivolto al futuro. Se può, le scusi.