Giocare al pareggio: l’Italia vista dagli Usa

Articolo pubblicato il 03 aprile 2009
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Articolo pubblicato il 03 aprile 2009
Il Bel Paese visto da fuori: la terra di un eterno pareggio? Articolo di Francesca Barca La letteratura dello “straniero” che scrive del paese nel quale vive è sterminata. Quindi senza scomodare Diderot, gli usi e costumi degli indigeni e la grande letteratura, basta dire che Stai a vedere che ho un figlio italiano (Strade Blu, Mondadori), è una bella lettura.
È bella perché è la scrittura è scorrevole (grazie ad un’ottima traduzione di Simona Sollai), perché le affermazioni e le storie raccontate sono divertenti, opportune e “vere”.

«Non si solo pane vive l’uomo, e nemmeno di deliziose bruschette»

Israely, che ha vissuto dieci anni in Italia (per poi partire per la Francia) lavorando come corrispondente del Time, ha raccolto in questo libro pezzi che aveva precedentemente pubblicato sul Foglio di Ferrara. Tra gli aneddoti sul suo passaggio da New York a Roma – dal Paese delle libertà e quello della Casa delle Libertà – Israely riflette sul suo ruolo di padre, di giornalista e di cittadino. Riesce a raccontare di mafia, di immigrazione, di Andreotti, di Renato Zero e di Berlusconi. Il tutto senza smettere di parlare di parmigiana e calcio.

Stai a vedere che ho un figlio italiano è un libro d’amore. Lungo le 170 pagine Israely racconta dell’amore per la moglie, per i figli e per una cultura dalla quale si sente accolto: il cibo (perché sì, da noi si mangia bene), la famiglia e i legami sociali, le tradizioni, il sistema educativo (almeno quello elementare) la saggezza e lo stile di vita («Il fior fiore del Bel Paese può contare su misto di ingegnosità e tradizione, sicurezza e modestia; una qualità che si può solo definire grazia, nel senso più ampio del termine»). Ma ogni qualità dell’Italia è anche la sua maledizione: «la famiglia (o la cerchia allargata delle persone di fiducia) prende il posto delle dinamiche del mercato e dello Stato», le tradizioni rischiano di diventare superstizioni. Il tutto unito da un sistema sonnolento, immobile e anarcoide, con l’aggravante di un’inerzia tutta italiana: in America «al momento del fischio finale, ci sono un vincitore e uno sconfitto, e non resta spazio per i calcoli o discussioni. Gli atleti e i tifosi americani godono all’idea di una “brutta vittoria”. In Italia, invece, non importa se una squadra perde o pareggia, purché abbia fatto una bella figura». Una società dove una mano lava l’altra: non si vince e non si perde in un eterno gioco al pareggio. Un ritratto disincantato e allo stesso tempo romanzato, un occhio diverso sulla realtà del nostro quotidiano.

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