Gheddafi, Tito e la NATO: l'eco della crisi libica nei Balcani

Articolo pubblicato il 23 marzo 2011
Articolo pubblicato il 23 marzo 2011
Da alcuni giorni non si fanno che paragoni tra la guerra libica e la crisi balcanica degli anni novanta, e le potenze occidentali reiterano quelle argomentazioni umanitarie che allora giustificarono il loro intervento militare. Che relazione c'è però tra la situazione in Libia e quella balcanica? Che rapporti ci sono tra Gheddafi ed i leader dei Balcani?

Storie dalla doppia morale e giochi politici al tempo dei bombarbamenti

Le fortunate rivoluzioni di Tunisia ed Egitto hanno portato nuove speranze a molto scontento in altri paesi; persino tra alcuni di noi osservatori della attualità balcanica ci azzardiamo ad immaginare che forse anche a Sarajevo, Belgrado, Zagabria, Pristina, o Podgorica la gente si getterebbe per le strade esigendo un cambiamento. Però la terza rivoluzione (quella libica) si è trasformata in una guerra ed è sulla buona strada per finire in un terribile disastro, con Gheddafi che da un lato difende a ferro e fuoco il proprio trono e dall'altro un intervento straniero tanto affrettato quanto incerte soni le sue motivazioni. L'illusione di un cambiamento dal basso è svanita in un batter d'occhio.

A differenza di Iraq e Afghanistan, questa è la sua prima guerra non ereditataSettimane prima dell'inizio dei bombardamenti internazionali già si delineavano le argomentazioni che giustificherebbero questa decisione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Dei suoi 15 membri cinque si sono astenuti, ed il resto, tra i quali Bosnia Herzegovina, hanno votato a favore, autorizzando "le misure necessarie" per difendere la popolazione civile, e per dare una risposta alle "legittime richieste del popolo libico". L'obbiettivo lo ha condensato in poche parole il presidente statunitense e premio Nobel per la pace Barack Obama: “Evitare che si ripeta quello che è successo nei Balcani”.

Giorni dopo, non appena partito l'intervento alleato contro la Libia, una dozzina di belgradesi manifestavano per dimostrare la propria solidarietà al popolo libico; è che i serbi ricordano ancora benissimo i bombardamenti della coalizione internazionale, di cui sono stati due volte vittime, bombe che alla fine caddero su ponti, tunnel e fabbriche, se non addirittura nel centro città, e che falciarono  la vita di centinaia di “vittime collaterali”.

Nei Balcani la questione libica provoca nervosismo e non lascia indifferente nessuno. Le relazioni tra questa regione ed il regime di Gheddafi si sono altalenate a secondo delle maree della politica internazionale: prima fu un saldo alleato di Tito nel Movimento dei paesi non allineati. Poi durante gli anni 80 e 90, come capofila dell'antiamericanismo, Gheddafi fece sua la massima "il nemico del mio nemico è mio amico" e appoggiò apertamente Slobodan Milosević. La Libia è stata la prima a prestare aiuti umanitari alla Serbia dopo la conclusione delle operazioni delle forze alleate nel 1999 e, poco dopo, il dittatore libico ricevette da Milosević la "Grande Stella di Yuogoslavia", massimo riconoscimento da parte di una potenza che oramai non esisteva più.

Gheddafi, che nel 1970 si sposò con una donna originaria della città bosniaca di Mostar, ha sempre saputo coltivare buone relazioni con i paesi balcanici. A parte la sua relazione con la Serbia, la Libia è stata il primo Stato africano a riconoscere l'indipendenza della Croazia, paese che con il presidente Gheddafi ha mantenuto una intensa relazione di amicizia, non esente da polemiche (il presidente Stjepan Mesić, tra l'altro, ha visitato Tripoli in tre occasioni). Croazia, Serbia, Bosnia Herzegovina... Tutti i paesi balcanici hanno stabilito relazioni con la Libia da quando la comunità internazionale aveva dimenticato i peccati di Gheddadi, visto che questi si è dichiarato "in guerra contro Al-Qaeda" dopo gli attentati dell'11 settembre, e avrebbe pagato un indennizzo milionario per l'attentato de Lockerbie.

Solo il Kosovo ha avuto gravi dissapori con Libia, e pare che il nuovo presidente kosovaro, Behgjet Pacolli, sia stato umiliato in una recente visita alla haymah (tenda libica) di Gheddafi, dove è andato per chiedere il riconoscimento dell'indipendenza per il suo paese. Non solo la delegazione kosovara non ha ottenuto l'obbiettivo, ma gli fu chiesto pure di cantare e ballare per soddisfare le eccentricità del presidente libico.

Alcuni (Ue e Regno Unito), spingono perché la Nato prenda le redini della missione, altri (la Francia) si oppongono. Non sono neppure d'accordo sul destino del dittatore Gheddafi.Adesso che Gheddafi ritorna ad essere la pecora nera, i governi balcanici non abbandonano il copione e hanno mostrato il loro appoggio all'intervento internazionale. I costi della crisi sono grandi, e si contano decine di imprese balcaniche trasferite in Libia. Soltanto quelle bosniache calcolano in mille milioni di euro il valore dei contratti firmati con il paese nordafricano, soprattutto nel settore dell'ingegneria civile, delle infrastrutture e dell'energia. Vari cittadini bosniaci sono stati feriti da quando è incominciata la crisi, e migliaia di lavoratori della regione sono stati evacuati dal loro posto in Libia.

La crisi libica ha avuto altri effetti distorsivi, come il discorso del ministro serbo della difesa, il quale nega categoricamente che le forze aeree serbe stiano partecipando agli attacchi degli insorti. Però senza dubbio la situazione più imbarazzante la vive la comunità islamica di Sarajevo, che ha plaudito alla donazione da parte di Gheddafi di 5 milioni di dollari per la costruzione della splendida sede della comunità. Il leader spirituale Mustafà Cerić, in segno di gradimento, ha deciso di intitolare a Gheddafi il nuovo edificio in costruzione, però adesso si trova davanti al dilemma su cosa fare del milione che la Libia ha inviato a inizio febbraio. L'ufficio bosniaco del Comitato Helsinki dei Diritti Umani ha già chiesto che venga restituito.

Però alla popolazione di Sarajevo interessano poco queste vicende. La gente assiste incredula allo svolgersi dei fatti che vengono considerati una dimostrazione di proverbiale cinismo da parte delle potenze occidentali. Considerato che il mondo s'è messo d'accordo in appena una settimana per intervenire in Libia, e ha però tardato più di tre anni per farlo in Bosnia Herzegovina. A Sarajevo non sono disposti a fare paragoni come quello che ha fatto Obama, soprattutto quando palesano che qui non c'è il petrolio.

L'articolo originale è stato pubblicato sul sito Balcanidades.com.

Foto: home-page: fermo immagine del film 'No Man's land'; (cc) Obama: Mr. Wright/Flickr; (cc) B.R.Q/Flickr