Geronimo non danza abbastanza

Articolo pubblicato il 25 novembre 2014
Articolo pubblicato il 25 novembre 2014

Tony Gatlif si è dimostrato un regista importante nell'ambito delle rarissime letture cinematografiche della cultura Rom, ma il suo ultimo film, Geronimo,  mantiene poco le aspettative.

Tony Gatlif è un regista franco-algerino, di origini tzigane, che ha dedicato quasi interamente la sua carriera alla valorizzazione della cultura Rom, nell’intento di dare visibilità a un popolo misconosciuto e allontanato. Le sue rappresentazioni appassionate e piene di sentimento per questa cultura, in film come Les Princes, Gadjo Dillo, Swing, Latcho Drom, Liberté sono tra le poche presenti nel grande schermo a restituire un rilievo centrale a un tema troppo spesso lasciato da parte. Il suo ultimo film, però, questa volta nel complesso non colpisce come ci aspettavamo.

La trasposizione di Romeo e Giulietta in chiave postmoderna 

Il punto di partenza di Geronimo è come sempre l’osservazione dei margini della società, in questo caso dall’ottica principale di una educatrice che lavora da anni in un quartiere di una periferia francese del sud, vicina ai confini della Spagna. Geronimo – è il nome della donna – conosce bene il quartiere, i suoi abitanti, i suoi problemi, le sue speranze e, oltre al sostegno verso i minori, cerca di aiutare, senza cedere alle minacce, una coppia molto unita ma ostacolata dal fatto che entrambi fanno parte di due gruppi rivali: Turchi e Gitani. Lei, Nil, è scappata dal matrimonio che le era stato combinato per raggiungere lui, Lucky, il suo vero amore. Seguono allora varie evoluzioni drammatiche comprendenti sfide tra bande, fughe amorose, risentimenti familiari, ferimenti finali. L’intrigo, come si può dedurre, non riserva dunque molte sorprese, né presenta validi punti di interesse.

Unico motivo di originalità nella sceneggiatura: la trasposizione della storia di Romeo e Giulietta (e musicalmente di West Side Story), o almeno della sua struttura simbolica, nell’ambiente della cité estraniata da tutto e da ogni controllo, in uno spazio congiunturale intriso di un’atmosfera mediterranea, con personaggi gitani, métis, outsiders (anche se già nel 1996 Baz Luhrmann aveva riadattato il classico shakespeariano in chiave postmoderna, metropolitana e plurietnica). Il ruolo della protagonista, mediatrice, aiutante, veicolo di resistenza e di coesione nelle dispute, presentata come una “santa” che si trova là da anni “perché continua a credere ai miracoli”, convince poco francamente. Narrativamente, si esaurisce infatti in una presenza positiva ma forzata e dopo un po’ ci chiediamo anche perché sia con insistenza nella mischia ad ogni frangente.

La passione per la musica in scena 

Da un punto di vista critico, data la semplificazione dei personaggi e del contesto socio-culturale, ciò che desta più interesse è la vibrazione intensa che trasmettono le scene di puro spettacolo, di musica, seguite abilmente da una regia che sente il ritmo, la pulsazione sensuale e profonda della rappresentazione. Come sempre, infatti, Gatlif dà il meglio di sé quando mette in scena la sua grande passione per la musica (lui stesso è musicista). Che sia manouche o flamenco, solo cantata o anche danzata, la musica è una voce essenziale nell’opera del regista per comprendere la sua idea della cultura Rom come fortemente comunitaria nonostante la lunga diaspora, come dimostrano per esempio i suoi bellissimi documentari musicali Latcho Drom e Vengo. In Geronimo sono presenti perfino degli elementi di modernità, di ibridazione: un dj che accompagna la performance gitana di flamenco, una scena di sfida hip hop, una rissa con coreografia danzante sulle note di Va’ pensiero.

La musica non è solo una delle forme espressive principali di questi popoli rappresentati, ma diventa anche il punto di contatto – e d’attrazione – tra l’esterno e l’interno dello spazio culturale. Perché nel suo cinema è la prossimità che conta. La filmografia gatlifiana è interamente retta dal motivo dell’incontro (con l’implicito slittamento drammatico verso lo scontro): quasi in ogni film troviamo un individuo che entra, da esterno, in una comunità isolata dotata di un forte carattere identitario e finisce per mescolarsi nel tessuto sociale del gruppo fino a esserne quasi incorporato. L’incontro, ai margini della società, si compie non nel senso dell’assimilazione forzata o funzionale, ma in nome della libertà che anima i personaggi. Se Gadjo Dillo, Swing e, in parte, Exils, restano i migliori esempi di questo cinema, Geronimo, pur inserendosi nelle stesse preoccupazioni, galleggia in superficie, aggrappandosi a un tronco narrativo troppo vuoto e poco levigato. C’è l’incontro, ma manca qualcosa, probabilmente la poesia e l’energia che altrove erano maggiormente evocate. La prossimità, dunque, non basta.