Germania: se cambia il sistema

Articolo pubblicato il 03 novembre 2003
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Articolo pubblicato il 03 novembre 2003

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In Germania si profila un cambio di sistema nella politica pensionistica. Sarà questo a risolvere i problemi sociali del paese?

Il problema delle pensioni è attualmente in cima all’agenda politica di tanti paesi dell’Unione Europea. In un contesto di debito pubblico in forte crescita, il dibattito verte su obiettivi e principi del sistema pensionistico pubblico e sui ruoli rispettivi di Stato e attori privati. In Germania, dopo aspre discussioni, nel 2001 è entrato in vigore un esteso pacchetto di riforme. L’elemento centrale riguarda la sostituzione parziale del sistema pubblico di assicurazione pensioni (Gesetzliche Rentenversicherung, GRV) con un sistema capitalizzato di fondi di pensione privati. La GRV, che rappresentava finora la fonte dominante di reddito per la maggior parte della popolazione tedesca in pensione conosce quindi un cambiamento radicale ed un’importante perdita di significato.

Riforma del 2001: le certezze crollano

La necessità di una riforma è stata ufficialmente giustificata con l’invecchiamento della popolazione, considerando l’attuale livello elevato di costo del lavoro e spese sociali. Perciò, in ogni ramo della Sicurezza Sociale, la stabilizzazione dell’aliquota sociale è diventata il dogma dominante.

La GRV, la quale era sinora legata ai contributi, si è trasformata in un sistema di redditi fissi, con l’aliquota allo stesso tempo « gelata » al di sotto del 20%. Quest’ultima misura ha per conseguenza: l’abbassamento sensibile del livello delle pensioni GRV, la parziale sostituzione – e non il complemento – dell’assicurazione pubblica finora basata su un sistema di ripartizione con degli schemi privati basati sulla capitalizzazione. Tramite questo, lo Stato in quanto fornitore, si ritira a favore del mercato, con lo scopo – così almeno ha calcolato il governo Federale – di liberare il Budget pubblico dal « peso » della GRV per ripartizione. Tuttavia, l’assicurazione privata significa nuovi rischi per gli assicurati. Questi rischi sono dovuti direttamente agli investimenti sui mercati finanziari internazionali, con le loro inerenti instabilità e alle crisi inflazionistiche e di scambio a loro associate. Questo rende impossibile la valutazione del valore sia nominale che reale della previdenza privata per le pensioni di domani.

Giustificazioni dubbiose, scelte non convincenti

Come ci si può spiegare che è stata decisa e realizzata proprio questa riforma delle pensioni che chiaramente non ha come obiettivo principale di garantire i redditi dei pensionati? In fondo, la GRV era stata sottomessa a simili pressioni anche negli ultimi decenni. Come allora, riforme interne al sistema di pensioni per ripartizione sono possibili anche oggi. Invece, un cambio sia pure parziale dal sistema a ripartizione a quello a capitalizzazione non è né desiderabile né fondamentalmente necessario. E la letteratura scientifica ha da tempo dimostrato che il sistema a capitalizzazione non è in nessun modo superiore a quello a ripartizione.

Ovviamente, ci sono altre emergenze e pressioni, che appaiono in filigrana. Come detto prima, i futuri pensionati si troveranno, tramite riduzioni delle prestazioni e rischi supplementari, doppiamente peggio. Chi sono, allora, i “beneficiari” di questa riforma? I vantaggi vano da una parte a chi dispone di redditi elevati e dall’altra ai datori di lavoro, i quali non partecipano al finanziamento della previdenza privata. Ma sopratutto, si apre ai prestatori privati di servizi finanziari tipo Assicurazioni o Fondi di pensione un settore di attività con considerevoli prospettive di crescita e profitti. Se si suppone spesso che la riforma sia stata disegnata sotto l’influenza di questi attori e dei loro interessi, questo però non è ancora stato effettivamente dimostrato.

Motivazioni politiche

Rimane poi da determinare se la riforma delle pensioni in Germania non significhi il salvataggio dei redditi di anzianità, bensì una subordinazione ed una strumentalizzazione del sistema di previdenza a profitto di altri obiettivi di natura finanziaria e politico-economica. In questo senso, le riforme delle pensioni implementate, ma anche quelle in preparazione in Germania, riflettono in modo esemplare un processo che si sta svolgendo in modo simile in tutta Europa: l’UE è infatti focalizzata sulla “sostenibilità” a lungo termine delle finanze pubbliche e sulla promozione della competitività internazionale. È in questi termini che il Consiglio Europeo di Lisbona del 2000 ha esplicitamente fissato un nuovo obiettivo strategico per il prossimo decennio: diventare, nel 2010, l’economia più competitiva e dinamica del mondo. E tutti i campi politici, politica sociale compresa, dovranno essere adattati alla realizzazione di quest’obiettivo. Quest trend europeo non dovrebbe sorprendere. Certo, la flessibilità d’interpretazione dei trattati fondatori apre la via anche per un’integrazione sociale in Europa, se è vero che, sin dall’inizio, la Comunità è stata concepita come uno spazio socio-economico. Ma quest’idea è però il frutto dell’ottimismo di europeisti idealisti. Nei fatti, oggi, l’UE è anzitutto un’unione economica e monetaria.

Un’alternativa per l’Europa...

Non solo nella prospettiva di un mondo ampiamente globalizzato – ma

fondamentalmente – è necessario determinare a quale livello politico va decisa la politica sociale. Andrebbe considerata necessaria, o magari solo auspicabile una delegazione del livello nazionale a quello europeo? Almeno, la Convenzione Europea aspira a tale delega, e cerca di rafforzare la dimensione sociale dell’UE in termini di valori, obiettivi e diritti fondamentali – una novità nella storia dell’integrazione europea. È però criticabile il fatto che questa Convenzione dia il sopravvento ai prerequisiti del mercato interno e della libera concorrenza rispetto al pubblico interesse e alla politica sociale.

In cosa consiste l’alternativa per l’Europa? A livello nazionale come a quello europeo, obiettivi ed incombenze della politica sociale dovrebbero servire da guida per la politica. La scelta di queste priorità avrebbe come effetto di orientare le riforme nel quadro dell’UE in un’altra direzione. L’UE ha la capacità di indurre e sostenere queste riforme. Ma finora è mancata la volontà politica. L’aspirazione ad un’UE sociale rimane insoddisfatta.

...o un’Europa alternativa?

Una richiesta poco realistica, finché Stati e associazioni di Stati in tutto il mondo si valuteranno principalmente dalla crescita economica e orienteranno la loro intera politica sulla base di questo criterio. In questo contesto, la previdenza vecchiaia e con questa, la persona anziana vengono considerati un “peso finanziario” che va sminuito, per alleviare i Budget pubblici e il fattore di produzione “Lavoro”. La prospettiva piuttosto piacevole dell’allungamento della speranza di vita viene così trasformata in un problema di finanziamento. Per questo, la proposta per un’Europa alternativa si basa sulla richiesta fondamentale di orientare la politica verso l’uomo e i suoi bisogni. Che questo riorientamento sia in principio possibile nel quadro del sistema economico attualmente dominante, o che i due si contraddicano fondamentalmente, su questo non litigano solo gli autori di questo articolo. Perciò vale la pena, appunto a causa di quest’apparente assenza di alternative, di sviluppare idee che superino i limiti della fissazione quasi mondiale su profitto e crescita. Un’Europa orientata sui bisogni degli esseri umani è una vera alternativa !