Geremek: «occorre ridefinire il progetto europeo»

Articolo pubblicato il 03 ottobre 2005
Articolo pubblicato il 03 ottobre 2005

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Cosa pensa Bronislaw Geremek della crisi istituzionale dell’Ue? Intervista all’intellettuale polacco testimone del passato e pensatore del futuro.

Europeo, polacco, poliglotta: questo è Bronislaw Geremek, eurodeputato del gruppo parlamentare Alleanza dei liberali e Democratici europei. Geremek fa parte della generazione di politici e intellettuali che hanno fatto uscire la Polonia dal comunismo. Famoso medievalista, cervello del sindacato Solidarnosc, ex Ministro degli Esteri in Polonia, Bronislaw Geremek non ha mai nascosto il suo amore per l’Europa. Ma il suo sogno europeo adesso è in crisi. È il tempo, quindi, delle domande.

Bronislaw Geremek, dove va l’Europa?

Credo che il carattere drammatico di questa domanda descriva bene la situazione in cui ci troviamo. L’Unione Europea sta attraversando un periodo di interrogativi sul proprio futuro, mentre l’allargamento del 1° maggio 2004 avrebbe dovuto suscitare un sentimento di rinnovamento del progetto di integrazione europea. Penso che ci siano almeno due elementi alla base di una certa angoscia sul futuro dell’Ue: innanzitutto i risultati negativi dei referendum sulla Costituzione in Francia e nei Paesi Bassi. Poi il fallimento del summit di Bruxelles (16 e 17 giugno 2005), che non ha permesso di raggiungere una decisione sulle prospettive finanziarie dell’Unione per il periodo 2007-2013. L’Ue si trova oggi di fronte a una nuova sfida: occorre rimettere in discussione il progetto europeo, ridefinirlo. Bisogna di nuovo vedere come – oltre mezzo secolo dopo l’inizio dell’integrazione europea – ci prefiguriamo il futuro dell’Europa.

È solo da poco più di un anno che i Paesi dell’Europa orientale e centrale hanno aderito all’Unione. Che significato ha per loro la crisi istituzionale che l’Europa sta attraversando?

Noi proviamo una certa delusione verso le opinioni pubbliche europee che sembrano non aver colto il carattere storico e positivo dell’allargamento. Dopo tredici mesi possiamo constatare che l’allargamento è stata un’operazione win-win per entrambi i lati del continente. Perché non rispondere allora alle aspettative dei nuovi Paesi membri? Dopo il fallimento dei negoziati sul budget dell’Unione, i nuovi Paesi temevano che l’Ue non tenesse fede agli impegni verso di loro. Non siamo nemmeno sicuri sulla strada prenderà la costruzione europea: cerchiamo nell’Ue una struttura forte, capace di creare un sentimento di sicurezza sul continente.

È una scelta pertinente quella di aprire i negoziati con la Turchia adesso mentre l’Europa attraversa una crisi così cruciale per il suo futuro?

A me sembra che si debba mantenere fede alle promesse fatte e quindi sì, bisogna intavolare i negoziati con la Turchia. Non possiamo proporre altre carte alla Turchia, facendo piazza pulita di tutto il periodo che ha preceduto l’inizio dei negoziati. Che prenderanno molto tempo, forse anche quindici anni, nella misura in cui Ue e Turchia divergeranno d’opinione. E sarà solo dopo i negoziazioni che le due parti prenderanno una decisione: da un lato in base alle capacità di assorbimento dell’Ue e dall’altro secondo la volontà della Turchia di aderire all’Unione.

Come si può contrastare questa crisi che attraversa l’Europa? Dove deve indirizzarsi questo rinnovamento?

L’Europa dovrebbe mettere da parte i suoi timori e guardare al futuro con speranza. Abbiamo bisogno che l’Europa occupi un posto di rilievo nel mondo, per questo bisogna ripensare la strategia di Lisbona e fissarci degli obiettivi all’altezza delle sfide che la globalizzazione ci impone. Una delle debolezze della situazione attuale è ancora l’assenza di un motore nella costruzione europea. Io credo che la spinta franco-tedesca resti importante per il futuro dell’Ue, ma che tuttavia non sia più sufficiente. Sono sicuro che i nuovi Paesi, in collaborazione con gli altri, possano contribuire parecchio all’Unione.

Gli euroscettici affermano che le istituzioni europee sono molto distanti dal mondo reale e Bruxelles non è che una torre d’avorio burocratica…

Penso che bisognerebbe accantonare lo scetticismo e avere più fiducia nelle forze motrici dell’Europa. Ciò non significa che è euroscettico rimproverare l’Ue d’essere lontana dagli interessi quotidiani dei cittadini. Bisogna solo reagire positivamente a questa situazione, avanzando proposte per lottare contro la disoccupazione: bisogna porre in primo piano educazione e ricerca. Queste sono macchie che non dovrebbero pesare solo sui governi nazionali: bisogna creare un’armonia più coraggiosa tra le politiche nazionali e quella europea.

Come avvicinare allora cittadini e istituzioni?

È questo il più grande pericolo per l’Europa adesso, e bisogna essere in grado di affrontarlo. Non è solo con decisioni delle istituzioni europee che si farà fronte a questo problema. Adesso occorre rivolgersi direttamente ai cittadini, superando i clan dei politici e degli intellettuali. Quello di cui l’Europa ha bisogno è un più grande dibattito dei cittadini sul futuro che li attende.