Geocaching: storie di cacciatori 2.0

Articolo pubblicato il 09 aprile 2015
Articolo pubblicato il 09 aprile 2015

Ho due occhi. Uno funziona bene, l’altro meno, gli oculisti lo chiamano pigro. Io però so che gli occhi pigri ce li abbiamo tutti, l’ho capito giocando a un gioco strano. Si chiama Geocaching, è stato inventato in America ed è una caccia al tesoro senza limiti di spazio, una caccia al tesoro da giocare in tutto il mondo.

Se vi dovesse capitare di vedere qualcuno aggirarsi in maniera sospetta intorno a un cespuglio o intento di sera ad arrampicarsi su un albero, niente panico. Non si tratta di persone poco raccomandabili o di qualcuno che ha perso qualcosa, probabilmente è un semplice geocachers.

Alla ricerca delle "cache"

Geocaching è un’attività nata in America quindici anni fa ma ancora poco conosciuta in Italia; nella sua forma più semplice è un gioco in cui viene nascosto un contenitore, chiamato “cache”, e la sfida per gli altri utenti consiste ovviamente nel trovarlo. Una volta che il contenitore è stato ritrovato, il geocacher firma il recupero su un logbook nascosto all’interno e riposiziona tutto al proprio posto in modo da renderlo nuovamente disponibile per gli altri giocatori. Iniziare è facile, basta andare sul sito, registrare gratuitamente un account, scaricare l’app, connettersi e attivare il GPS. Poi, naturalmente, uscire di casa.                                                                                                                             I tesori sono spesso delle piccole scatole ma a volte si possono trovare pupazzi, oggetti strani a forma di grillo, ape, sasso e nulla vieta di inventarne di nuovi. A volte sono macchine fotografiche usa e getta utilizzate per scattarsi una fotografia ricordo, appuntamenti tra turisti o buste da portare e lasciare in altri posti, in una sorta di staffetta tra viaggiatori. Pur conoscendo le coordinate del nascondiglio non è così semplice trovare i cache: l’imprecisione dei GPS crea un margine di errore che oscilla tra i 2 e i 15 metri e in più i contenitori, a prova di intemperia, devono essere sapientemente nascosti.

Il primo geocache

Nel 2000 il governo degli Stati Uniti rimuove il segnale che disturbava i GPS civili rendendo più precise le coordinate geografiche. Un appassionato di informatica e tecnologie dell’Oregon, David Ulmer, decide allora di mettere alla prova i servizi di localizzazione nascondendo un oggetto in un bosco e sfidando gli utenti a ritrovarlo. Questo è l'inizio del geocaching. Quattro mesi più tardi, il 2 settembre del 2000, l’americano Jeremy Irish inaugura il sito geocaching.com, pagina web nata per estendere agli utenti della rete l’hobby dell’esplorazione e del ritrovamento di oggetti nascosti. I 75 cache presentati all’inaugu-razione del sito, sono diventati oggi 2,5 milioni, nascosti in 184 Paesi.                                   

Custodi di storie                               

Da esseri umani tendiamo sempre a percorrere gli stessi tragitti. Ogni giorno i passi che facciamo per recarci al bar, al lavoro, in palestra o a cena dagli amici, sono sempre gli stessi ed è raro cambiare strada. Questo accade perché ci abituiamo. Ma ad abituarsi non sono solo le gambe, sono anche (e soprattutto) gli occhi. Non tutti saprebbero dire il colore dell’edificio dove ogni mattina fanno colazione o la forma degli alberi della corte interna del loro palazzo. La spiegazione è semplice, ci abituiamo a quello che abbiamo intorno, l’occhio è veloce nel fare una panoramica del paesaggio che lo circonda ma raramente è altrettanto abile nel mettere a fuoco i dettagli.

La prima volta che ho impostato la ricerca per trovare i cache più vicini a me, mi ha stupito trovare sei o sette posti molto familiari sui quali però non mi ero mai concentrata. Una tra tutti, la Sedia del diavolo in piazza Elio Callistio a Roma, un'architettura funebre antica di cui non sapevo nulla ma a cui passavo davanti ogni volta che dovevo cercare parcheggio lì vicino. Sono anche entrata all’interno di quella piccola chiesa che vedevo dall’autobus tutte le mattine, ho scoperto giardini fioriti nascosti dietro ai binari della ferrovia, mi sono fermata a chiacchierare con un artigiano che lavora sull’argine del fiume vicino a casa dei miei genitori.

Per ognuno di questi posti, ho scoperto una storia. Come quella di Gaetano Farfalloni detto il Fuco, «un uomo alto, corporatura massiccia, di poche parole e di azione rapida. Nessuno sapeva quale lavoro avesse svolto nella vita: aveva le mani da minatore e il fare del poeta. Un giorno decise di partire, andava dicendo che il quartiere gli stava "stretto di spalle" e così partì. Nessuno per dodici anni seppe dove andò fino a quando un giorno tornò all'improvviso con un alberello in mano e disse: questo è tutto quello che mi è rimasto, ma sono contento. Lo piantò molti anni fa e ancora oggi è possibile vederlo, lì al centro di una bellissima piazza romana» come si legge sulla sua descrizione.

«C’è un motto nella comunità dei geocachers che si è dimostrato vero più volte, – racconta Eric Schudiske, social media manager per Geocaching– chi si lascia coinvolgere da questo gioco è una persona viva. Geocaching dà alle persone un motivo potente per esplorare il mondo che le circonda. C'è qualcosa nel nostro DNA che vuole vedere cosa c'è dietro l'angolo o al di là della collina. Ogni cache offre una storia, un luogo, una posizione». Un aspetto molto divertente riguarda le disavventure incontrate durante la caccia: c'è chi ha rischiato di farsi arrestare per aver mal interpretato le coordinate del GPS finendo in prioprietà private, chi si è perso sui monti finendo addirittura sui giornali locali e chi si è spaventato a morte

«Il momento più strano – continua Eric Schudiske è stato trovarmi in un bosco di notte alla ricerca di un cache chiamato “qualcuno vi sta osservando”. Già il nome era abbastanza inquietante, il luogo e l’orario poi non aiutavano: insomma, il tesoro era la testa di un manichino che penzolava dal ramo di un albero, vederla in lontananza mi ha terrorizzato, non la dimenticherò mai». Infine, c’è anche chi ha pensato di scambiare un cache per un ordigno esplosivo: storia vera successa qualche mese fa a Padova, in Piazza dei Signori, con tanto di evacuazione dei turisti e intervento degli artificieri.

Chi gioca di più?

Geocaching è giocato negli Stati Uniti ma anche in tutta Europa. Il primo cache europeo è stato messo in Irlanda, ma è la Germania ad aver fatto propria la filosofia dei geochachers come pochi altri. I giocatori tedeschi sono moltissimi e hanno il tasso più alto di partecipazione rispetto a qualsiasi altro Paese europeo. Su circa un milione di cache sparse per tutta Europa, infatti, più di 330.000 si trovano in Germania. In Italia ce ne sono attualmente circa 14.500 e gli utenti che hanno giocato nel nostro Paese sono 100.000. Il primo geocache è stato nascosto in Italia il 27 marzo del 2001.

E per giocare? Per giocare serve il giusto equipaggiamento: guanti da giardiniere, un paio di pinze, una torcia, carta e penna e, infine, scarpe comode e abbigliamento adatto.