Gelsenkirchen, il quartiere invaso dai giovani artisti 

Articolo pubblicato il 08 luglio 2014
Articolo pubblicato il 08 luglio 2014

Gli appassionati di calcio sanno che Gelsenkirchen è la città di Schalke 04, i più esperti vi diranno anche che è proprio qua che Mesut Özil è venuto al mondo. Gli altri invece difficilmente sapranno localizzare su una cartina questo posto che simboleggia la rovina della vecchia industrializzazione in Germania. Ma è proprio qui che alcuni sognano di costruire l'arte contemporanea. Reportage.

Nella Bo­chu­mer­stras­se molti edi­fi­ci hanno mat­to­ni rossi, non sono male, e ci si trova anche qual­che esem­pla­re di ar­chi­tet­tu­ra wi­lhel­mia­na. Ma si stan­no sgre­to­lan­do, per man­can­za di ma­nu­ten­zio­ne. Molti piani terra sono spazi com­mer­cia­li, al­cu­ni dei quali chiu­si o ab­ban­do­na­ti. Se si guar­da più da vi­ci­no, ci si ac­cor­ge che le fi­ne­stre sono stor­te: certi edi­fi­ci sono stati in­fat­ti co­strui­ti su fon­da­men­ta sbi­len­che. Im­pos­si­bi­le de­mo­lir­li uno per uno, sa­reb­be trop­po pe­ri­co­lo­so, con­si­de­ra­ta la loro strut­tu­ra anar­chi­ca. De­mo­li­re tutto in­sie­me co­ste­reb­be trop­po. Mo­ra­le, ci sono edi­fi­ci che con­ser­va­no an­co­ra una certa so­li­di­tà e altri che hanno rag­giun­to uno stato di "vec­chia­ia" da un bel po' di tempo ormai. Ben­ve­nu­ti nel cen­tro del "quar­tie­re crea­ti­vo" di Ücken­dorf a sud di Gel­sen­kir­chen. Ov­ve­ro il mi­glior posto che la città avreb­be po­tu­to sce­glie­re per "spe­ri­men­ta­re il suo po­ten­zia­le crea­ti­vo".

Il ghet­to di Gel­sen­kir­chen

Se è vero che Bo­chu­mer­stras­se è stata di­men­ti­ca­ta per trop­po tempo da chi di com­pe­ten­za, si fa fa­ti­ca a cre­de­re che il quar­tie­re sia il ghet­to di Gel­sen­kir­chen. L'at­mo­sfe­ra sem­bra piut­to­sto ri­las­sa­ta, fa­mi­lia­re. Ep­pu­re "anche la gente che abita a un iso­la­to di di­stan­za evita di pas­sar­ci", spie­ga Vol­ker, in­via­to del sin­da­co. "Hanno paura dei rom, per la mag­gior parte ru­me­ni e bul­ga­ri che vi si sono tra­sfe­ri­ti di re­cen­te". In breve, la dif­fi­den­za regna so­vra­na tra que­sti abi­tan­ti, di cui molti si sono spo­sta­ti nella Ruhr spe­ran­do di tro­va­re la­vo­ro in un'in­du­stria da tempo fio­ren­te.

In que­sta via si ve­do­no uo­mi­ni e donne di 42 ori­gi­ni di­ver­se. A volte è un grat­ta­ca­po, ma so­prat­tut­to è "un enor­me po­ten­zia­le che resta ine­spres­so per­ché ognu­no cuoce nel suo brodo", con­ti­nua Vol­ker. In­sie­me ad altri, sta cer­can­do di cam­bia­re la si­tua­zio­ne, av­va­len­do­si anche di gio­va­ni ar­ti­sti, stu­den­ti del se­con­do anno della Riet­veld Aca­de­mie di Am­ster­dam. Nel­l'ar­co di due set­ti­ma­ne, 53 gio­va­ni ve­nu­ti da tutto il mondo hanno va­lo­riz­za­to que­sti posti ab­ban­do­na­ti nel quar­tie­re con per­for­man­ce ispi­ra­te al vis­su­to dei suoi abi­tan­ti. Chri­stia­ne, che di­ri­ge il pro­get­to, è con­vin­ta che ci siano già dei suc­ces­si:"da quan­do sono ar­ri­va­ti, ab­bia­mo no­ta­to che la gente ha vo­glia di par­te­ci­pa­re, di rac­con­ta­re la pro­pria sto­ria. L'al­tro gior­no men­tre an­da­vo al la­vo­ro sono pas­sa­ta da­van­ti a un ri­sto­ran­te ita­lia­no. Avevo no­ta­to altre due volte che il pro­prie­ta­rio era cu­rio­so, ma que­sta volta mi è ve­nu­to in­con­tro e mi ha in­vi­ta­ta ad en­tra­re. Mi ha rac­con­ta­to la sua sto­ria, o al­me­no credo per­ché non ho ca­pi­to tutto. Non par­la­va quasi una pa­ro­la di te­de­sco!"

La con­fer­ma che la cu­rio­si­tà della gente del quar­tie­re non sia un'il­lu­sio­ne non tarda ad ar­ri­va­re. Una gio­va­ne si pre­ci­pi­ta nel­l'o­pen space e in­ter­rom­pe la no­stra con­ver­sa­zio­ne. Que­sta gen­ti­le bru­net­ta sulla tren­ti­na è vi­si­bil­men­te ubria­ca e sono solo le 4 del po­me­rig­gio. Bot­ti­glia di birra in mano, ci parla in un in­gle­se im­prov­vi­sa­to e sem­bra vo­ler­ci rac­con­ta­re del­l'im­por­tan­za che hanno i gio­va­ni ar­ti­sti sul quar­tie­re: "this is not a ma­sca­ra­de, it's about life". Vol­ker e i suoi due col­le­ghi sono sin­ce­ra­men­te com­mos­si, ad­di­rit­tu­ra or­go­glio­si che la gente del posto pren­da parte al pro­get­to. Que­sta è la loro in­ten­zio­ne.

Due set­ti­ma­ne per « fare arte »

Gli stu­den­ti della Riet­veld Aca­de­mie si sono sta­bi­li­ti in un vec­chio ne­go­zio di bi­ci­clet­te. Tutto è stato si­ste­ma­to in fret­ta e alla meno peg­gio: 3 mesi prima del loro ar­ri­vo non c'era nien­te. I muri sono vuoti, a parte quel­li che sono stati in­va­si dai graf­fi­ti dei ra­gaz­zi del quar­tie­re. Dei pan­nel­li di com­pen­sa­to se­pa­ra­no grez­za­men­te le "stan­ze". La più gran­de funge da ate­lier, da sala riu­nio­ni, ma anche da ga­ra­ge per bi­ci­clet­te e da ma­gaz­zi­no. In fondo, si sente un tra­pa­no, il che ci fa pen­sa­re che que­sto posto è come un al­vea­re in cui non si è mai smes­so di crea­re. Al­l'e­ster­no, al­cu­ni gran­di stri­scio­ni espo­sti in ve­tri­na pub­bli­ciz­za­no il pro­get­to in corso. Que­sta è enor­me, come per mo­stra­re che qui tutto è aper­to, tra­spa­ren­te: gli ar­ti­sti in erba non na­scon­do­no nien­te. Bran­co­la­no, esplo­ra­no e al­cu­ni non sem­bra­no an­co­ra aver ca­pi­to cosa fac­cia­no esat­ta­men­te in un posto del ge­ne­re.

Chi li ha por­ta­ti qua è Joost van Haaf­ten, pro­fes­so­re di arti pla­sti­che alla Riet­veld Aca­de­mie. Tutto è co­min­cia­to con una chiac­che­ra­ta che ha avuto con un so­cio­lo­go esper­to della re­gio­ne, che ha in­con­tra­to la scor­sa esta­te.  stato come un colpo di ful­mi­ne ar­ti­sti­co", dice en­tu­sia­si­ta, "mi rac­con­ta­va di que­sto quar­tie­re tra­scu­ra­to e quasi ab­ban­do­na­to al pro­prio de­sti­no, al­lo­ra gli ho spie­ga­to la no­stra vo­lon­tà di far co­no­sce­re il mondo agli stu­den­ti, per farli usci­re dalla loro cam­pa­na di vetro. Vo­glia­mo che af­fron­ti­no la real­tà".

In que­sta scuo­la, che offre ogni ge­ne­re di for­ma­zio­ne ar­ti­sti­ca, dal de­si­gn alla moda alla ce­ra­mi­ca, sco­pria­mo che agli stu­den­ti viene chie­sto di svi­lup­pa­re il pro­prio "stile" in quan­to ap­pun­to ar­ti­sti. Ad esem­pio, ve­dia­mo tre ra­gaz­ze che oc­cu­pa­no la ve­tri­na di un ne­go­zio ab­ban­do­na­to: una fila la lana al­l'in­ter­no, men­tre le altre due la­va­no i vetri al­l'e­ster­no, ve­sti­te di un az­zur­ro cielo, "wa­shing bri­ga­de", con delle let­te­re d'oro. Non è fa­ci­le ca­pi­re da que­sta pic­co­la per­for­man­ce quale sia il loro stile, ma sem­bra­no di­ver­tir­si tutte e tre.