“Gaza only non ha futuro”

Articolo pubblicato il 13 dicembre 2004
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Articolo pubblicato il 13 dicembre 2004

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“Solo uno stato palestinese può garantire una pace duratura”, afferma Margret Johannson, esperta in questioni mediorientali.

“L’Europa deve ricordare ai vari attori i propri obblighi, soprattutto a quel George W. Bush, ormai libero da calcoli elettorali” spiega Margret Johannson, esperta in questioni mediorientali, dall’Istituto di Ricerca sulla Pace e la Politica di Sicurezza di Amburgo dove lavora come senior research fellow.

Che difficoltà comporta la successione di Arafat?

Con Arafat i palestinesi hanno definito la propria identità nazionale. Il suo successore dovrà trovare un’altra fonte di legittimazione del potere. [...] In un sondaggio dello scorso settembre sulla nomina del vice di Arafat, Mahmud Abbas [attuale capo dell’Olp] e Ahmed Kureia [Presidente del Parlamento] hanno raccolto solo il 3% dei consensi. Anche il più giovane Mohammed Dahlan, noto come uomo forte di Gaza, ha raggiunto solo il 4%. La personalità nettamente più popolare di tutti è Marwan Barghuti che sta scontando un ergastolo nelle carceri israeliane [ma che ha annunciato in dicembre di non candidarsi alla Presidenza]. Così nessuno dei potenziali candidati di Al Fatah sembra trovare particolare appoggio tra la popolazione. Non ci sarà mai alcun candidato in grado di raggiungere il consenso di cui godeva Arafat. Per me questo significa che i futuri assetti politici palestinesi vanno modernizzati. Il presidente avrà una funzione più di rappresentanza, mentre il potere effettivo sarà nelle mani del Parlamento. È plausibile la creazione di una grande coalizione di unità nazionale. Di fondamentale importanza sarà la partecipazione degli islamici moderati, anch’essi interessati a obiettivi di politica nazionale.

Come reagirà il governo israeliano alle nuove dinamiche di potere?

Più che altro si tratta di vedere se la convinzione del popolo israeliano di non avere interlocutori, ceda il passo all’idea di trattare coi palestinesi. Se il governo palestinese riuscisse a garantire una tregua duratura, si potrebbe sperare in un clima più sereno, che impedirebbe al governo israeliano di proseguire nella sua strategia di violenza. Israele è una democrazia, quindi un cambiamento deve necessariamente passare per una svolta nell’ opinione politica dei cittadini. Se gli attuali detentori del potere riusciranno nei loro intenti, si arriverebbe a uno stato israeliano binazionale. Questo si troverebbe davanti al bivio di diventare un regime d’apartheid o restare uno stato democratico, ma privo dell’identità ebraica.

Quale può essere il contributo dell’Europa al Processo di pace in Medi Oriente?

L’Ue, per esempio, può appoggiare il ritiro unilaterale degli israeliani dalla Striscia di Gaza, aiutando i palestinesi ad assumere il controllo del territorio. Può finanziare la ricostruzione ed essere di sostegno nella formazione di forze di polizia conformi a uno stato di diritto, contribuendo al sequestro di armi illegali e al mantenimento del monopolio della forza legale. Si auspica la creazione di una leadership nella striscia di Gaza con capacità di governo. Questa nuova classe dirigente potrebbe finalmente modificare la percezione che la popolazione israeliana ha dei palestinesi, dimostrando che non sono solo una massa di individui violenti, ma un popolo degno di essere riconosciuto nella sua volontà e capacità di autogoverno. Ma l’Unione Europea deve impedire che il progetto di uno stato palestinese cada nel dimenticatoio. L’idea di ritirarsi solo da Gaza, il cosiddetto progetto “Gaza only”, non ha futuro. Vanno sgomberati anche alcuni insediamenti di grande valore simbolico nel corridoio di nord-ovest. L’antica terra di Israele non deve più essere un tabù. Tutti sanno che l’unica soluzione è la creazione di due stati lungo i confini del 1967. L’Europa dovrà insistere in tal senso con l’alleato d’Oltreoceano. Sarà necessario fare pressione sulla classe politica americana, anche nel dopo-Bush.