Galizia: viaggio in una terra di giovani disillusi

Articolo pubblicato il 24 ottobre 2016
Articolo pubblicato il 24 ottobre 2016

La regione spagnola della Galizia è conosciuta nel mondo per due motivi: la Inditex e il Cammino di Santiago. Tuttavia, nessuna delle due cose crea grandi aspettative per il futuro dei più giovani. Stanchi di aspettare un'opportunità che non arriva, molti decidono semplicemente di andarsene, per cercare nuove prospettive.

È un giorno qualunque di autunno in calle Real ad A Coruña (nome galiziano della città iberica di La Coruña, ndr). La città si sveglia, rumorosa. I negozi aprono le porte e si comincia a sentire l’andirivieni della gente mentre l’odore dell’acqua salata del porto invade l'aria. Una città molto attiva in apparenza, ma la realtà mostra il contrario. Si calcola che in un giorno qualunque, specialmente dopo il ritorno dalle vacanze estive, 84 giovani tra i 20 e i 34 anni abbandonano la Galizia in cerca di migliori opportunità. A livello nazionale solo la comunità di Castiglia e León supera questo numero. Dietro alla Galizia, Castiglia la Mancha, Aragón e Extremadura. Molti si orientano verso Madrid o verso mete internazionali come la Svizzera o Inghilterra. Però c’è una parte che decide di restare. 

Santiago ha 27 anni, ed è impiegato in un’azienda di gru di A Coruña. Si ritiene fortunato di avere un lavoro, visto che «molte volte passi anni a prepararti per il futuro, e alla fine le porte sono chiuse». Nel suo caso la disoccupazione non è una preoccupazione immediata, diversamente dal 26,6% dei giovani nella fascia d’età 16-29 anni che non ha un lavoro. Tuttavia il suo contratto non è sinonimo di quella stabilità immediata necessaria per potersi rendere indipendente. «Con il tipo di contratti che vengono fatti oggi, le condizioni lavorative non sono ideali per potersene di casa» afferma. Doris Fernandes, giornalista e traduttrice di Mos (nei pressi di Pontevedra), ha la stessa età di Santiago e concorda sulla situazione di frustrazione di molti giovavni, la quale si traduce spesso in «un’accettazione generalizzata delle condizioni di lavoro precarie e instabili, che impediscono che i giovani sviluppino altri aspetti della propria vita, come quello personale o sociale».

In questo Paese l’indipendenza dalla famiglia non è l’unico tipo di emancipazione di cui si parla. Galiza Nova, l’organizzazione giovanile del Blocco Nazionalista Galiziano (BNG) è passata da posizioni nazionaliste alla difesa dichiarata dell'indipendenza territoriale. «Stiamo peggio che mai» dice Alberte Mera, segretario generale di Galiza Nueva, per il quale l’indipendenza deve convertirsi in un'azione concreta. Qualcosa che il giovane Santiago non condivide, visto che pensa i processi rivoluzionari, come la Brexit, lascino in realtà molti punti in sospeso. «Quello che dobbiamo incentivare è un trattamento paritario per tutti i territori» afferma Alberte, in riferimento alla Spagna e all’Europa. In merito all’UE ha i suoi dubbi: «Creare un' unione di Stati europei non era una cattiva idea, ma il problema consiste nel come essa è stata costruita».

E proprio l’Europa è la destinazione di molti di questi giovani galiziani. 

Berlino vive Olalla, una giornalista di 27 anni che spiega come non sarebbe possibile mantenere in Galizia lo standard di vita che ha in Germania. Parla di emigrazione come "libertà", che le ha permesso di uscire dal circolo vizioso del suo Paese. Come lei, all’estero, vive anche Yago Grela, ventenne originario di Vigo. Per lui la situazione è piuttosto sfavorevole, anche se la considera derivante dalla cattiva pozione geografica della Galizia, più isolata rispetto al resto del paese. Una volta terminati gli studi a Lannion (Francia), dove si trova grazie a una borsa Erasmus, pensa di andare a Madrid, dove spera di trovare lavoro. Qualcosa che Beatriz, una galiziana a Londra, non ha ancora ben definito. «L’unica alternativa che mi si prospetta nel tornare a casa sarebbe un lavoro indipendente» afferma.

 É... Una lunga storia

Dal 1981, anno in cui la Galizia è divenuta comunità autonoma dopo quattro decadi di "dittatura centralista", la mancanza di opportunità, l’emigrazione, l’invecchiamento della popolazione, il deficit delle infrastrutture e persino le difficoltà di sopravvivenza della lingua galiziana sono stati argomenti ampiamente dibatutti nelle campagne elettorali.

Ma ciò non ha portato cambiamenti al voto negli ultimi anni. Chiedendo ai giovani circa i risultati delle scorse elezioni regionali del 25 settembre, nelle quali il Partito Popolare ha nuovamente vinto ottenendo la maggioranza assoluta, quasi tutti mostrano una certa irritazione. Soltanto Beatriz considera questa vittoria positiva per un aspetto: nel Parlamento sono entrate molte più forze di quelle che vi erano in passato. «Mi intristisce e mi fa infuriare vedere come un partito immerso nella corrruzione non solo resti impunito, ma ne esca rinforzato», commenta invece Doris, la giovane giornalista e traduttrice di Pontevedra. Sia Yago che Olalla concordano nel dire che era un risultato prevedibile, che mostra oltretutto un grave gap generazionale. Un partito come il PP, appoggiato principalmente dalla popolazione galiziana più anziana, dirige e gestisce i progetti della comunità, anche se sono i giovani a influenzare le politiche attuali.

 "Zara non è il modello da seguire"

Se i giovani galiziani non si sentono in sintonia con il partito leader del proprio Paese (PP), non lo fanno tuttavia nemmeno con Inditex, il grande simbolo internazionale della Galizia. Alla maggiore impresa tessile del mondo, proprietaria di marchi come Zara, Bershka o Stradivarius, viene criticata la produzione dei capi in Paesi in via di sviluppo, cosa che non crea alcun beneficio all’economia locale. «Si basa sulla distruzione della competenza, per questo non credo che sia il modello da seguire» afferma Olalla. Anche Yago critica il modello di produzione, e pensa che Amancio Ortega, il proprietario di Inditex, «potrebbe realizzare i disegni, produrre e confezionare tutta gli abiti in Galizia, creando migliaia di posti di lavoro e migliorando l’economia della comunità. Tuttavia preferisce localizzare le sue industrie in Cina o India, dove sfrutta la manodopera a basso costo» conclude. 

"Si dice che i galiziani preferiscano fuggire che combattere"

L’emigrazione non è un fenomeno recente in Galizia. La generazione precedente a quella attuale sa bene cosa vuol dire andarsene di casa. Luis Castro ha 41 anni, e proviene da Santiago de Compostela, proprio dove finisce il famoso Cammino di Santiago. Negli anni novanta fu il primo della sua famiglia ad andare all’università e a studiare ingegneria. Nonostante la sua formazione però è dovuto emigrare. Ha vissuto 8 anni fuori dalla Galizia, a Valencia, ma quest’anno è tornato per lavorare a Pontevedra. Per lui la comunità ha due necessità primarie: migliorare qualità dei servizi pubblici e l’occupazione. «Si dice che i galiziani preferiscano fuggire che combattere» ci dice. «La Galizia potrebbe trasformarsi in un punto d’ingresso dell'Europa attraverso l’Atlantico con i porti di Vigo e A Coruña; potremmo essere la nuova Rotterdam, ma per far questo avremmo bisogno di una buona rete commerciale». Le principali arterie della regione, l’autostrada che collega i tre grandi nuclei urbani (A Coruña, Santiago de Compostela e Vigo) è a pagamento, cosa che rende difficili gli scambi commerciali. Per quanto riguarda le ferrovie, la diminuzione di treni ad alta velocità ha reso rendere il tragitto fino a Madrid non percorribile in meno di 6 ore. E gli effetti delle carenze non si sono fatti attendere, con l’incidente dell’AVE galiziano nel 2013, la peggiore tragedia ferroviaria della storia recente della Spagna.

Tuttavia, nonostante la situazione poco stimolante, sono molti i giovani che cercano di lottare contro il conformismo di molti galiziani.

È contro il "questo è quel che c’è" che autori come Manuel Rivas o Xosé Neira Vilas si sono scagliati, denunciando questo atteggiamento nelle proprie opere. Ma il problema più grave non è solo il fatto che la Galizia non sia conosciuta nel mondo per Inditex, quanto il fatto che, secondo Doris, vengano ignorate «la sua idiosincrasia, la sua saggezza ancestrale, la sua cultura, la sua lingua, il suo paesaggio, la sua gastronomia, la sua natura, ma sopratutto per ciò che le sue università , le sue industrie, i suoi movimenti sociali e la sua letteratura riescono a creare».

Non tutto è perduto, tuttavia. Restano ancora inziative che indicano che le cose possono cambiare. Uno di questi esempi che fanno ben sperare sono il festival di arte urbana DesOrdes Creativas, organizzato dal 2010 a Ordes, a metà strada tra A Coruña e Santiago de Compostela.

Al suo interno artisti da tutta la Galizia riabilitano le facciate malconce della città, creando a loro volta un effetto rebound in altre località galiziane, che stanno iniziando a prenderlo come esempio. Un festival che, probabilmente, sarebbe passato inosservato se non avesse avuto il sostegno di una generazione disposta a ribellarsi davanti a un presente grigio e privo di opportunità.