Fukuyama: «Il soft power? Funziona solo in Europa»

Articolo pubblicato il 19 marzo 2007
Articolo pubblicato il 19 marzo 2007

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A 4 anni dall’inizio della guerra in Iraq, l'autore de La fine della storia spiega perché dice no sia a Bush che al multilateralismo europeo.

La guerra in Iraq nel 2003 ha spaccato a metà l’Europa. Ma «non è un motivo sufficiente per alterare le relazioni tradizionali tra Stati uniti e Unione Europea». Lo dice Francis Fukuyama, illustre pensatore americano 54enne, noto autore del libro La fine della storia e l’ultimo uomo (Bur, 1996). In opposizione ad alcuni vecchi compagni di viaggio – come l’ex Segretario americano alla Difesa Donald Rumsfeld – si è schierato contro le alleanze degli Stati Uniti con alcuni Paesi europei che ne escludendevano altri, certo. «Ma l’Europa ha un problema fondamentale di azione collettiva ed è difficile che possa pervenire a una vera unione politica».

È riduttivo schierare Fukuyama solo in base ai suoi forti legami con la destra neoliberale statunitense. Se a metà degli anni Novanta il professore di economia internazionale all’Università Johns Hopkins era ben ancorato al movimento neoconservatore, nel 2003 prese le distanze dalla guerra in Iraq. E infine, nel 2004, negò a Bush il suo appoggio alle elezioni presidenziali. Nel 2006 ha pubblicato un nuovo libro, America al bivio (Lindau, 2006). Nel quale reitera il fine solito del neoconservatorismo, ovvero il trionfo della democrazia liberale nel mondo. Ma, quanto ai mezzi, si dice contrario all’uso eccessivo del potere militare Usa.

Libano, «Europa coraggiosa. Ma attenti a un'escalation di violenza»

Fukuyama da tempo analizza gli Stati in fallimento o failed States. Il Libano ne è un esempio. Minato dalla guerra tra Israele e il gruppo terrorista Hezbollah dell’estate scorsa, l’Ue si era offerta di guidare una forza delle Nazioni Unite per stabilizzarne la frontiera sud, dopo il ritiro di Hezbollah. Fukuyama parla di «coraggio degli europei» nell’accettare di intervenire in uno scenario così esplosivo, ma si mostra scettico sull’esito della missione a lungo termine. «La guerriglia di Hezbollah è stata indebolita, ma non eliminata, e dal punto di vista della propaganda e dell’immagine il gruppo si è rafforzato notevolmente. E anche se Hezbollah si è ritirato dalla frontiera sud, non ha accettato di disarmarsi, cosa che continua a preoccupare Israele». Tenendo conto che lo spazio di manovra delle Nazioni Unite non basta per disarmare Hezbollah, prevede che «ci sarà un’escalation di violenza».

Secondo Fukuyama l’ultima guerra in Libano è legata al conflitto israelo-palestinese, che però non ne è l’unica causa. «Risolverlo non sarà sufficiente per stabilizzare la regione». Per di più, un accordo tra Israele e Palestina darebbe fastidio a molti estremisti, incluso Hezbollah, che sarebbero disposti a continuare con la violenza». Questo non impedisce a Fukuyama di riconoscere, in aperto dissidio con i suoi vecchi compagni neoconservatori – difensori ad oltranza dell’alleanza tra Stati Uniti ed Israele – che l’allineamento con Israele nella guerra in Libano non è stato vantaggioso per gli Stati Uniti.

Né Realpolitik, né multilateralismo

Fukuyama riconosce i benefici della politica “estera” dell’Ue, centrata sull’uso del soft power (ovvero influenza politica, economica e culturale) rispetto all’uso dell'hard power (rappresentato dalla forza militare) degli Stati Uniti: «La prospettiva di una futura adesione all’Ue ha permesso il processo di trasformazione pacifica dell’ex Europa comunista». Tuttavia il pensatore ritiene che la strategia e la prospettiva europee non siano efficaci in altri scenari, in particolare in Medio Oriente, dal momento che manca l’incentivo dell’adesione: «Al di fuori dell’Europa, il soft power fatica a farsi sentire, anche nelle missioni di carattere umanitario (peraltro molto utili) in Africa o in altri continenti».

Il rifiuto della politica neoconservatrice e militarista dell’amministrazione Bush non lo costringe però tra le fila dei multilateralisti alla maniera europea, contrari all’uso della forza per principio, né tra i realisti tradizionali, preoccupati solo di conservare la stabilità del sistema internazionale. «Il realismo si preoccupa solo delle relazioni di potere, minimizzando l’importanza degli affari interni, come gli abusi dei diritti umani e la mancanza di diritti civili. D’altra parte il multilateralismo non può essere efficace nel sistema delle Nazioni Unite: non è adatto a risolvere i problemi attuali». In ultimo Fukuyama respinge anche la teoria dello “scontro di civiltà”. Perché l’identità nazionale è più importante dell’appartenenza ad una civiltà, e sono solo i fondamentalisti islamici a credersi parte di una civiltà distinta».