François Ruffin : « Noi non siamo i più forti, dobbiamo quindi essere i più furbi »

Articolo pubblicato il 29 settembre 2016
Articolo pubblicato il 29 settembre 2016

Il suo film « Merci Patron ! » è stato la scintilla per il più grande movimento sociale francese morto sul nascere dell'anno, la Legge sul Lavoro e "Nuis Debout". Sei mesi dopo un certo 31 Marzo, François Ruffin torna a parlare della produzione del film, il suo impatto oggi e il simbolo della lotta. Citando Molière et Marivaux.

CB : La sceneggiatura del film è stata scritta in precedenza o è stata creata mano a mano, in funzione di quello che accadeva e degli avvenimenti ?

François Ruffin : Lottare comporta sempre la necessità di adattarsi al terreno di battaglia e poiché non siamo i più forti, dobbiamo essere i più furbi. L'idea è partita dalla maglietta di Bernard Arnault (il capo del LVMH), conoscevo i Klur (la famiglia del film), la samaritana... avevo fatto un certo numero di sopralluoghi. Ma onestamente, c'è una magia in questo film: essa dipende da un incontro, i Klur e il commissario (l'intermediario tra i Klur e Bernard Arnault). Il film è creato all'impronta e in diretta, lo spettatore diviene complice dell'azione e si ritrova coinvolto della battaglia.

CB : Avevate pensato a questi sviluppi in anticipo ?

François Ruffin : No, non potevamo prevedere che Bernard Arnault avrebbe risposto alla lettera che gli avevamo indirizzato. D'altronde, a partire dal momento in cui l'abbiamo fatto, si sono aperte infinite e immaginarie possibilità sul testo del copione. C'è un quiproquo che viene dal teatro di Marivaux o Molière e tutto si incastra. La complicità che ho instaurato con il commissario rende questo film, un film di spionaggio e contro-spionaggio. Si arriva a far entrare un Cavallo di Troia all'interno del LVMH e ad intossicarli.

CB : Si vede nel film che l'intermediario di Bernard Arnault ha paura di Fakir, e si ha l'impressione che abbia più paura ancora di Fakir che degli altri media. Puoi spiegarci perché ?

François Ruffin : La frase esatta del commissario è « sono le minoranze agitate che riescono a far tutto ». Lì infatti, per lui, Fakir è più da temere di Le Monde, France Inter, Mélenchon, Hollande… Ma penso che non sia per Fakir come giornale. Del giornale, penso gli importi ben poco. E' per Fakir come attivista, per la sua capacità di attirare l'attenzione con testardaggine su un dossier, di riunire mondi diversi, vale a dire i sindacati, i militanti, i media... Io direi « le minoranze possono molto, a condizione di far breccia tra la gente, le masse e il popolo ». Una locomotiva che non si aggancia a nessun vagone, non è interessante. Il punto è come si arriva ad agganciare dei vagoni dietro ad una minoranza agitata.

CB : E come si può appunto far breccia tra le masse, tra il popolo ?

François Ruffin : Occorre far uscire il giornale dal proprio ghetto. Si parla di azione, è questa l'originalità di Fakir da un certo numero di anni a questa parte. E' di passare dall'informazione all'azione. Con molta regolarità, noi abbiamo, uno, due, tre dossier in atto, dei casi simbolici, sui quali si discute con i nostri abbonati che sono anche dei militanti. Penso che la denuncia oggi sia contro-produttiva. Se diciamo alla gente « ci sono delle ditte che tagliano la corda in Polonia » si sa, « i ricchi mettono i loro soldi nei paradisi fiscali », si sa anche questo. Denunciare rinforza il sentimento di impotenza. Occore trovare un modo  per presentare delle prospettive di cambiamento. Prendiamo un piccolo caso e vi mostriamo che si può arrivare a risolverlo. Quello che accade con i Klur ha un valore universale. Bernard Arnault è la prima delle fortune della Francia, ma se ci si mette, ecco quello che si può ottenere. I Klur hanno il valore di un esempio.

CB : Ciò che accade ai Klur può essere riproposto ?

François Ruffin : Non sotto quella forma, non si può utilizzare la stessa tattica. E' un film sui rapporti di forza. Come ricreare un rapporto di forza quando si è Davide davanti ad un mastodontico Golia ? Io credo alla mobilitazione degli affetti. Tutti i discorsi come quelli di story-telling, non sono un bene, io li ritengo falsi. Lo story-telling ha un ruolo nella vita delle persone e occore utilizzarlo in maniera progressiva. Non si può far muovere la gente senza emozionarla e dunque quando si racconta la storia dei Klur non si parla di qualcosa di astratto, non si tratta più di 7 milioni di precari, ma si tratta di Joceline e Serge, che loro malgrado diventano i rappresentanti di milioni di persone nel paese. E' necessrio far emergere dei visi dalla massa. Si ottiene più dalla loro testimonianza che da tutti i discorsi sulla precarietà messi insieme.

CB : E dopo il film, tu hai visto un cambiamento nella visibilità del vostro giornale e delle vostre azioni ?

François Ruffin : Senza alcun dubbio, ma nello stesso modo in cui il film porta avanti una campagna per la situazione dei Klur, così al di fuori del film io conduco una battaglia per far uscire il film stesso dal ghetto. Il film può rivolgersi a chiunque. Sono convinto che possa abbattere barriere sociali, e per questo sto portando avanti una strategia affinché possa funzionare, perché ci sono diversi ostacoli da abbattere ! Ma a volte l'avversario ci fa un favore. Quando Bernard Arnault ha risposto alla nostra lettera, ad esempio, ha aperto una falla.

CB : Che consigli daresti ai giornali locali, giornali associativo, alternativi, per sopravvivere in un sistema piuttosto precario. Occorre necessariamente passare all'azione e alla denuncia ? O ci sono di modi differenti di agire ?

François Ruffin : Io non mi sono mai interessato a ciò che può far sopravvivere Fakir, come giornale, ma puttosto a come può fare Fakir a produrre degli effetti politici. E là, siamo noi che dobbiamo fare delle domande. Io penso che sul piano economico, se non occorre far altro che pagare il tipografo, non c'è problema. I progetti che muoiono, non muoiono per ragioni economiche, ma perché le persone che li portano avanti, che li compongono, non ne vedono più il senso. La domanda è: come possiamo trovare un senso in quello che facciamo ?

CB : Quando vediamo quello che succede a Caterpillar, ciò risuona di tutto quello che voi avete denunciato negli ultimi anni. Qual è il futuro della lotta operaia in Europa ?

François Ruffin : Fakir si è creato dalla decolonizzazione della fabbrica Yoplait, dal momento in cui ha cessato di prendere la difesa del settore. Il cuore di Fakir è il movimento operaio, compreso il mondo operaio in decadenza, malridotto. Si dice di me che sono "ouvriériste", che esalto gli operai, in realtà li contesto un pò. Lo sono in un certo senso, perché c'è una forte presenza degli operai e dell'industria in Fakir, ma allo stesso tempo essere "ouvriériste" implicherebbe credere che gli operai siano il futuro dell'umanità e io non lo penso. Io credo che si tratta di una classe sociale che sta soffrendo e che si prende i colpi della globalizzazione dritti in faccia. C'è un dovere di solidarietà sociale con una classe che si trova in questa situazione, senza che per questo io consideri che l'avvenire dipenda solo e soltanto da essa. Le lotte possono durare, Goodyear è durata 7 anni grazie alla resistenza dei sindacati e degli operai. Hanno guadagnato tempo. Ma infine la fabbrica è stata delocalizzata. Le più belle azioni per Caterpillar/Goodyear sono comunque destinate a fallire se non si accompagnano ad una modifica a livello di macro-economia. Io sono un difensore del protezionismo, metto in discussione la libera circolazione dei capitali e delle merci e finché non si avrà la volontà di regolare il mercato, non si otterrà nulla.

CB : Ci sarà un seguito per « Merci patron ! » ?

François Ruffin : Il seguito si scrive da sé tutti i giorni. Là, siamo in una ditta Ecoplat a Saint-Vincent-de-Mercuze, ce la prendiamo con Macron , il ministro dell'Economia, si intraprendono strategie con i sindacati... ma ciò non si scrive in modo cinematografico.