Fra spiragli e porte chiuse, per evitare la 3° Intifada

Articolo pubblicato il 04 gennaio 2005
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Articolo pubblicato il 04 gennaio 2005

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Panoramica delle prospettive di pace alla vigilia delle elezioni palestinesi che dovrebbero incoronare Mahmud Abbas. Firmata Uri Avnery, fondatore del movimento Gush Shalom.

Nei suoi 45 anni come leader della lotta per la liberazione, Yasser Arafat è largamente riuscito a mantenere unita la sua gente, un compito vicino all’impossibile. Molti avevano predetto che dopo la sua morte il paese sarebbe andato in frantumi. Eppure, il consenso cresciuto attorno alla figura di Mahmoud Abbas, il nuovo presidente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, ha – almeno finora – fugato queste paure (o, in alcuni casi, speranze).

Un alleato per la pace

La disunione che ha segnato il fronte palestinese nel passato, ha spesso offerto il pretesto alle fazioni israeliane e americane contrarie alla pace per esclamare con gran gioia: "Vedete? Non c'è nessuno con cui parlare!". E’ importante per il popolo palestinese mostrare al mondo che adesso c'è davvero qualcuno con cui parlare. E poiché sia il presidente Bush, sia il primo ministro israeliano Ariel Sharon, hanno già dichiarato che Mahmoud Abbas è un "moderato" e "pragmatico", sarà loro difficile ritornare sulla vecchia e mendace massima dell’ex primo ministro israeliano Ehud Barak per cui “noi non abbiamo alleati!”

E’ dunque di vitale importanza che Mahmoud Abbas venga eletto, ed eletto da una grande maggioranza. Gli deve esser data un'opportunità. E un’opportunità va data anche alla sua convinzione che, senza attacchi suicidi e senza un’intifada cruenta, i palestinesi potranno raggiungere degli obiettivi nazionali di base: uno Stato palestinese nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, dei confini segnati dalla Linea Verde (con possibili piccoli scambi di territori), Gerusalemme come capitale dei due Stati, l'evacuazione delle colonie ed un accordo per una soluzione pratica del problema dei profughi.

Forse è una convinzione piuttosto eccentrica. Forse non è affatto un’opportunità. Forse adesso sono i palestinesi a non avere “alleati”. Eppure è importante per questi ultimi – e per il mondo intero – mettere queste convinzioni alla prova. Dalla fine del 2005, a distanza cioè di un anno, sarà possibile trarre delle conclusioni. Se Mahmoud Abbas sarà capace di mostrare progressi consistenti, avrà vinto. Altrimenti a irrompere sarà con tutta probabilità una terza intifada.

Il ritiro da Gaza

In ogni caso, è lo stesso piano annunciato da Sharon di ritirare i coloni ebrei da Gaza a offrire una speranza. La nuova coalizione coi laburisti, messa insieme all'appoggio di alcuni partiti ortodossi estremisti, suggerisce l’idea che il suo piano di “disimpegno” dovrebbe andare avanti, anche se costituirà l’inizio di una corsa a ostacoli. Il governo riuscirà a mobilitare l’opinione pubblica a favore di un ritiro completo dalla Striscia di Gaza? Sarà in grado di smuovere i coloni senza spargimenti di sangue? Accetterà la riapertura del porto e dell’aeroporto di Gaza? Offrirà un "transito sicuro" tra la Striscia e la Cisgiordania – una delle condizioni centrali degli accordi di Oslo, costantemente violato da tutti i governi israeliani dacchè fu concluso?

Gli ottimisti ritengono che il ritiro da Gaza –se accadrà veramente– metterà in moto una sua propria dinamica, in grado di aprire degli spiragli per una pace durevole. Dopo che Sharon e Bush hanno per anni demonizzato Yasser Arafat sfruttando l'odio così orchestrato per sabotare ogni passo nella direzione della pace, questo alibi è ora scomparso, insieme allo stesso leader palestinese. Bush vorrà forse poi usare il suo ultimo mandato per realizzare qualcosa di significativo, al pari del leader laburista Shimon Peres. L’opinione pubblica mondiale lo esigerà. E l’Europa vi sarà coinvolta. Sharon invece potrebbe esser travolto dalla corrente che lui stesso ha creato.

Un programma segreto?

Altri sono molto più pessimistici. Non è certo un segreto che Sharon ha preparato il “piano di disimpegno” non solo per liberarsi dalla responsabilità di un milione e duecentocinquantamila palestinesi nella Striscia di Gaza, ma principalmente per poter annettere in tutta trabquillità il 58% della Cisgiordania. Rinuncerà a questo sogno? Ha già affermato quanto sia prematuro parlare della Cisgiordania prima della piena realizzazione del piano di Gaza prevista per fine 2005. Verrà poi il 2006, l’anno delle elezioni israeliane. E così via...

Chi ha ragione, allora, gli ottimisti o i pessimisti? In realtà, nessuno può prevedere oggi quello che accadrà. Dipende da molti fattori, incluso l’impatto del campo della pace israeliano. Inutile sottolineare quanto sia importante cooperare insieme a qualsiasi leader palestinese venga eletto dal suo popolo, e quanto non si debba interferire troppo in questo processo. Un anno passerà prima di sapere se esistono davvero “spiragli” – o soltanto porte chiuse.