Foreign fighters: come fermare la violenza?

Articolo pubblicato il 20 aprile 2015
Articolo pubblicato il 20 aprile 2015

Sempre più giovani lasciano l'Europa occidentale in nome del jihad. Ma chi sono questi giovani attratti dall'estremismo religioso e, soprattutto, cos'è che li spinge a impegnarsi in un conflitto armato che si svolge lontano da casa loro?

Qual è il profilo del giovane disposto a lasciare tutto, famiglia e amici, per andare a combattere in Siria? David Thomson, giornalista di RFI (Radio France International) e autore del libro I jihadisti francesi (ed. Les Arènes),  cerca di rispondere ad una domanda «per niente facile».

Un accesso privilegiato al paradiso

«Alcune persone che ho intervistato e che sono andate a fare il jihad sono completamente integrate nella vita sociale del proprio paese, non c'entrano famiglie allo sbando o ghetti di periferia. D'altra parte, però, ce ne sono altre che rispondono a questo profilo di tipici delinquenti con storie psicosociali complicate, quindi è molto difficile generalizzare», dice Thomson.

Per cercare di far capire cosa passa per la testa di queste persone, il giornalista fa l'esempio di un giovane jihadista che definisce «molto simpatico» e con il quale è rimasto in contatto fino alla sua recente morte in Iraq, dove combatteva per l'ISIS. «In questo periodo mi ha ripetuto molte volte che il suo progetto radicale era una questione d'amore. Era convinto che combattendo avrebbe avuto accesso al paradiso, per sé e per la sua famiglia», racconta. Un motivo, quello familiare, che rende la decisione di lasciare tutto e tutti «più sopportabile» in quanto, secondo i jihadisti, i loro cari capiranno la loro scelta una volta entrati in paradiso dopo la morte.

«Tendiamo a considerare queste persone come dei pazzi ma non è sempre così: nella maggior parte dei casi sentono di aderire a un progetto sociale - spiega Thomson -. Ho conosciuto medici, ex militari e gente con un buon lavoro decisa a partire». Cita anche il caso di una giovane francese di 17 anni che si è convertita all'Islam su internet senza aver avuto alcun contatto con questa religione in precedenza. Attraverso blog (e diversi siti) ha conosciuto quello che ora è suo marito, con il quale ha avuto due figli dopo essersi arruolata tra le fila del Fronte al-Nusra, la filiale di al-Qaeda in Siria.

Un Erasmus in Siria

D'altro canto, ci sono terroristi che vogliono tornare al proprio paese d'origine perché hanno nostalgia della famiglia, per le cattive condizioni di vita o perché l'ISIS non distribuisce la ricchezza in modo uguale. Thomson sostiene che i problemi interni si verificano perché i combattenti ricevono un salario di 50 dollari al mese e alcuni pensano che gli emiri siano privilegiati. Poi ci sono quelli che «sono stufi di stare in Siria - continua il giornalista -. Posso citare il caso recente di un giovane che diceva di avere la sensazione di aver fatto un secondo Erasmus in Siria dopo aver studiato un anno in Inghilterra», dice davanti ad una audience perplessa.

Dal canto suo Sami Aoun, politologo dell'Università di Sherbrook (Quebec), ritiene che il radicalismo sia il prodotto di ampie reti che si aggiungono a «una certa inclinazione della persona di arruolarsi tra le file jihadiste». Queste persone inseguono il desiderio di dare un senso alla propria vita e lo fanno attraverso la religione e il martirio «per mano delle autorit໫Notate che utilizzano un lessico proprio della sinistra radicale, come il marxismo o il trotskismo, perché sono convinti che sia necessario creare una nuova società attraverso missioni umanitarie».

«Ci sono dei radicali con conoscenze tecnologiche molto approfondite - gli ingegneri, come vengono chiamati - che hanno studiato alle università e poi ci sono persone assolutamente marginali come Martin Couture-Roulou. In ogni caso bisogna osservare che chi parte lo fa individualmente e non tanto in gruppo come nel caso di Hezbollah o del PKK», fa notare.

Fiducia senza stigmatizzazione

D'altra parte il comandante Khanh Du Dinh, responsabile della fondazione del Centro di Prevenzione del Radicalismo di Montreal (Canada) opta per una «filosofia di avvicinamento al fine di stabilire una relazione di fiducia con gli imam e lottare contro il senso di insicurezza all'interno della comunità, sia in senso ampio, sia locale». Per Du Dihn, l'importante è essere al corrente delle carenze presenti per dare una risposta effettiva e rendere partecipe chi ha bisogno d'aiuto, anziché stigmatizzare una comunità in particolare.

Un pensiero sostenuto anche il sergente Hakim Bellal, direttore del programma di sensibilizzazione della sicurezza della Gendarmeria Reale del Canada (GRC). Per lui è necessario stabilire un «dialogo tra attori distinti, dalle persone che vorrebbero partire in nome del jihad fino alla polizia, ai politici o alle istituzioni locali». Tutto questo con l'obiettivo di «integrare l'individuo e non limitarsi a criminalizzarlo».

In questo senso il segretario del Comitato Intermisteriale per la prevenzione della delinquenza in Francia, Pierre N'Gahane, sostiene che non bisogna fare associazioni tra terrorismo e religione perché il radicalismo spesso ha a che fare con «l'identità culturale, nazionale o individuale e non necessariamente con una specifica motivazione religiosa». La differenza, secondo N'Gahane, sta nel fatto che «internet ha accelerato questo processo».

Il dibattito lascia però dubbi irrisolti, per esempio: come prevenire l'avanzata dell'estremismo attraverso la rete? Cosa succederà alla generazione che nasce e cresce tra le fila radicali siriane e degli altri paesi? Per questo motivo i relatori parlano di «seguire da vicino» l'evoluzione di questi gruppi e di lavorare per capire ed evitare i meccanismi che sfociano nella violenza fondamentalista.