Fondi strutturali in pericolo?

Articolo pubblicato il 02 maggio 2005
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Articolo pubblicato il 02 maggio 2005

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La distribuzione dei fondi strutturali alle regioni europee è stata profondamente sconvolta dall’allargamento. Chi ne uscirà vincitore?

All’avvicinarsi dell’allargamento del 2004, 9 su 10 dei paesi entranti sono più poveri dei 15 vecchi paesi membri. Il panico dilaga tra i principali contribuenti del bilancio europeo: i a fondi strutturali dell’Unione europea starebbero per sfuggire. Direzione Est europeo. Dopo le polemiche sull’atlantismo, il (non) riferimento all’eredità cristiana nella Costituzione e le delocalizzazioni, i paesi dell’Est tornano così ad incarnare le paure ed i rancori della vecchia Europa.

Ad ovest, “salvare la politica regionale”

Dalla creazione del Fesr, avvenuta proprio 30 anni fa, la politica dei fondi strutturali- detta “politica regionale”- simbolizza, di fronte ad una politica di libera concorrenza, la volontà di creare una dimensione di solidarietà nell’integrazione europea. Quasi un terzo del budget dell’Unione è devoluto alla distribuzione dei fondi europei alle regioni in difficoltà, sotto forma di sostegno per la coesione economica, sociale e territoriale. Tale sostegno ha permesso il rilancio della Spagna, dell’Irlanda e del Portogallo, ha incoraggiato l’avvio di progetti innovativi a livello europeo ed ha inoltre promosso la modernizzazione della pubblica amministrazione ed il rafforzamento delle collettività locali.

Tuttavia, nel momento in cui la Commissione Europea ha lanciato la riforma sui fondi strutturali per il periodo 2007-2013, l’entourage dell’allora Presidente della Commissione Europea Romano Prodi, con il Rapporto Sapir, ha preso l’allargamento come pretesto per rimettere in discussione l’efficacia della politica regionale, con la raccomandazione che venisse limitata alle regioni degli Stati più poveri. Al di là della “manna finanziaria”, l’Europa si sarebbe semplicemente ritirata dai territori. Le regioni allora si mobilizzano attorno all’allora Commissario alla Politica regionale, Michel Barnier, con lo scopo di salvare la loro politica.

Le ex-regioni più povere dell’Unione a 15 sono le prime vittime “dell’effetto statistico” dell’allargamento perché molte di loro hanno perso alcuni privilegi dovuti ai loro ritardi. Per le altre regioni, i fondi europei verranno parzialmente mantenuti solo a condizione che servano, non solo alla coesione, ma soprattutto alla strategia di competitività definita a Lisbona nel 2000.

Oggigiorno, agli occhi di tutti, è naturale che i fondi europei vengano destinati in primis ai nuovi Stati membri in vista di una globale convergenza: ne va dell’equilibrio del territorio europeo e dello spirito stesso nella politica regionale.

“Chi presenterà i progetti” ad Est?

I nuovi Stati membri saranno dunque i maggior beneficiari della futura politica regionale? Di nuovo, bisogna che possano trarre benefici dal graduale arrivo dei fondi strutturali. In Lituania, la geografa Jurgita Maciulyte stima che “al momento, non esiste un’effettiva gestione locale decentralizzata, autonoma e dotata di proprie competenze, salvo nelle città di dimensioni maggiori. Chi, tra queste, sarà in grado di presentare dei progetti?”, si chiede. A volte è solo grazie alla pressione dell’Unione Europea, che sono state create le regioni, spesso inesistenti nei paesi comunisti.

Ciononostante, i nuovi Stati ereditano un grande accentramento politico ed amministrativo. Se, da un lato, questo agevola i progetti infrastrutturali, dall’altro, frena la mobilità della società civile. Una regola comunitaria impone però che, in caso di un mancato consumo dei fondi, il denaro venga definitivamente perso per gli anni a seguire. Inoltre, le popolazioni locali beneficeranno veramente dei fondi europei? In Polonia, l’eurodeputato Jan Olbrycht avvisa: “sono le società dei paesi ricchi che vengono nelle nostre regioni e che vincono gli appalti. Almeno il 50-60% dei fondi non resteranno in tali regioni. Non è un trasferimento netto. È un profitto per i vecchi paesi membri dell’Ue”, e l’inquietudine riguardo i fondi strutturali cambia scena.

Quasi volesse congiurare le difficoltà di ognuno, la futura politica regionale prevede uno sviluppo dedicato alla cooperazione tra regioni, ad esempio tra est ed ovest. Le prime possono ottenere un sostegno economico, le seconde l’esperienza. Destinate a venirsi in contro?

Un problema di fondo: il budget dell’Unione

L’avvenire dei fondi europei, all’interno dell’Europa allargata, non può essere ridotto ad un’opposizione tra i vincitori dell’Est ed i perdenti dell’Ovest. La questione non riguarda solo l’allargamento, ma anche il senso che intendiamo dare ad un’Europa a 25.

Jan Olbrycht è a favore dell’aumento del budget per tutti: “entrare nell’Ue per mettere le mani sui soldi è completamente stupido. Quel che è interessante è entrare nell’Ue per essere più forti e dinamici.”

Al fine di far fronte all’entrata dei 10 Stati membri contribuenti senza rallentare questa dinamica europea, la logica avrebbe voluto che aumentassimo il budget dell’Unione. Al contrario, al momento, sei dei principali stati contribuenti sperano in una riduzione dall’1.24% all’1% del PIL europeo. Con la Politica Agricola Comune intoccabile a causa dei veti della Francia, la politica regionale resta l’unica variabile modificabile. Al costo di dividere i principali proventi di solidarietà a disposizione dell’Unione.