Flowers of Guatemala: Regina José Galindo

Articolo pubblicato il 15 giugno 2015
Articolo pubblicato il 15 giugno 2015

Vi raccontiamo la mostra Estoy Viva di Regina José Galindo, allestita al padiglione Zac dei Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo fino al 28 giugno. Un pugno nello stomaco per i visitatori, che potranno immergersi nella mostra antologica più ampia mai dedicata all’artista guatemalteca e conoscere risvolti inattesi della difficile storia politica e sociale del Guatemala.

Conoscevo la storia del Guatemala, piccolo paese del Centro America, per una vecchia canzone dei REM. In Flowers of Guatemala si usava la metafora dell’amanita, un fiore velenoso, che copriva i danni e le violenze che la dittatura aveva portato in questo piccolo paese.

Da questo punto di vista Estoy Viva, la mostra dell’artista e performer Regina José Galindo (a cura di Diego Sileo e Eugenio Viola), premiata con il Leone d'oro alla Biennale di Venezia nel 2005 come migliore giovane artista, è un approfondimento,  un’autentica analisi sulla situazione politico-sociale in Guatemala e in altri paesi del Centro e Sud America, che farà ricredere tutti coloro che pensano che da una mostra non possano derivare emozioni forti e profonde riflessioni mantenendo alta l’asticella della qualità e del rigore artistico.

Nell’impeccabile allestimento dello spazio Zac curato da Giuseppe Pulvirenti, si cammina per decine e decine di metri lungo le azioni, i lavori, le foto e i video delle performance di un’artista controversa, odiata in Guatemala e amatissima in Occidente, che non cede mai allo scandalo fine a se stesso, ma scandaglia in prima persona, in modo viscerale, la coercizione e le brutalità di 36 anni di dittatura che in Guatemala ha causato 200.000 morti.

Estoy viva, visitabile gratuitamente anche con studenti volontari dell’Accademia di Belle Arti a fare da guida, presenta quattro aree tematiche: Politica, Violenza, Natura e Donna. Già nella prima area il dolore emerge in tutta la sua tragicità, nel resoconto di una performance in cui la Galindo si lascia impiantare capsule d’oro guatemalteco da un dentista tedesco, che poi verranno esposte come opere d’arte. L’intenzione è di criticare chi depreda ciò che è prezioso per gli autoctoni per utilizzarlo ai propri fini, trasformandolo anche in oggetto d’arte. La Verdad è un video che riprende l'artista mentre recita testimonianze raccolte da chi ha subìto soprusi, mentre un dentista le anestetizza la bocca. Si tratta di una critica a chi impedisce alla verità di fuoriuscire, e infatti l’orazione continua nonostante le labbra gonfie e sofferenti.

In altre opere si vedono immigrati di Santo Domingo spingere una vettura con Regina ed altri passeggeri sopra, simbolo della forza possibile, da valorizzare anziché ghettizzare. A tal riguardo la performer guatemalteca, ospite a Palermo lo scorso aprile, è rimasta colpita dalle oltre venti multiculturalità non in conflitto presenti nel capoluogo siciliano, mentre in Guatemala la situazione odierna è esattamente opposta. Sconvolgente è poi una performance che la ritrae incinta, immobilizzata in un letto a cui è legata da veri cordoni ombelicali: la denuncia è contro i soldati guatemaltechi che stuprano le donne Indios per farle abortire.

L’intento è sempre quello di indagare la violenza nella politica, tanto che in un’altra performance Regina recluta un plotone davanti al Palazzo della Costituzione: ci sono uomini di tutte le età armati, non formati e senza esperienza, un pericolo pubblico nelle mani di chi vuole reclutare bande armate, ma anche un pericolo al quale i passanti, assuefatti ormai alla violenza, restano indifferenti. In Tierra, invece, l'artista si fa riprendere nuda, al centro della scena, in un area boschiva in cui una pala meccanica sotterra e dissotterra: spietata riflessione su come migliaia di civili siano finiti nelle fosse comuni.

La seconda sezione della mostra coordinata da Antonio Leone e voluta fortemente dal Coordinamento Palermo Pride per proseguire il cammino di Palermo sui diritti civili, è dedicato alla violenza. L'artista distesa a terra lascia cadere, goccia dopo goccia, un litro di sangue sulla sua fronte, quasi a volerne sentire il peso. L’indagine prosegue poi sulle condizioni in cui versano i manicomi, e sul finanziamento di 6.000 euro che Regina José Galindo in persona ha ottenuto dal Governo guatemalteco per un corso di formazione sull’uso di armi a medio calibro, come ad alimentare un loop impazzito di violenza contro la violenza.

La terza sezione della mostra, dedicata al rapporto organico con la natura, contiene performance simili a Raíces, ideata per l’Orto Botanico di Palermo ed eseguita lì lo scorso aprile: si vede una fossa ai piedi di un albero, con i capelli di Regina legati a una pesante pietra posta in fondo alla fossa. La performer non è né in posizione eretta, né sottoterra. Si trova in una sorta di limbo, legata a una pietra del Guatemala per i capelli, il costante pensiero per il suo paese. In Petra si assiste all’identificazione del corpo della Galindo con l’essenza inanimata di una pietra, con i volontari chiamati ad urinarle di sopra.

Se pensate che a questo punto si stia divagando verso i territori della provocazione gratuita e dell’esagerazione, allora non visitate la sezione dedicata alla donna, i veri “fiori del Guatemala” per la Galindo: nel video Himenoplastia l'artista vuole informare sulle bambine stuprate a soli sei anni e sulle prostitute che si sottopongono all’imenoplastica – ricostruzione chirurgica dell’imene – per farsi trovare caste. Purtroppo si tratta di una pratica illegale, spesso portata aventi da dentisti e altri medici sprovvisti della necessaria specializzazione. Ebbene, Regina José Galindo si è spinta a sottoporsi e farsi riprendere durante un intervento del genere, un’autentica carneficina: sapere che si tratta di una pratica comune di cui in Guatemala nessuno si interessa, mette i brividi.

Estoy Viva, è bene dirlo, contiene anche molta catarsi al suo interno, e nella performance Limbo Regina si posiziona distesa tra un pavimento e un letto, in una stanza vuota, con le sole ciocche di capelli a segnalare la sua presenza: qui, per potere entrare in pieno contatto con la performance, lo spettatore deve piegarsi per terra e guardare l’artista negli occhi. Vero e proprio face to face con la sofferenza.