“Flexicurity”, la pozione magica

Articolo pubblicato il 24 ottobre 2005
Articolo pubblicato il 24 ottobre 2005

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Il modello della “flexicurity”, di origine danese, spopola tra la classe politica europea, che lo considera il rimedio alla crisi del modello sociale.

Flessibilità + sicurezza = Flexicurity, la strategia politica che mira a rendere il mercato del lavoro flessibile, assicurando al contempo una forte protezione sociale, soprattutto per i lavoratori più precari. Un’idea di successo, se è vero che il bilancio macroeconomico della Danimarca è proprio dovuto all’averla scelta come dottrina sociale di riferimento. Non solo. L’Austria, che assumerà la Presidenza dell’Unione Europea nel gennaio 2006, l’ha posta tra le priorità della sua agenda politica.

Immaginatevi un tasso di disoccupazione del 6%, un tasso di occupazione femminile e giovanile straordinariamente elevato e soltanto l’1,2% della popolazione che soffre di una disoccupazione di lunga durata. Il tutto guarnito con un Pil di 34.700 euro pro capite. Aggiungeteci un pizzico di politiche redistributive, investimento nel settore dell’istruzione pari all’8,5% del Pil, fondi che si riflettono nella buona riuscita degli studenti. E infine infornate il tutto in uno dei contesti sociali che riscuotono più successo in assoluto in quanto a consenso... Et voilà il “miracolo danese”.

Gli ingredienti della “flexicurity”: flessibilità, sicurezza e attività

La flessibilità la si riscontra tanto nella mobilità dei lavoratori – tra i 600.000 e i 700.000 danesi cambiano lavoro ogni anno – quanto nella facilità con cui si può licenziare. Un lavoratore di un’impresa di lavori pubblici può essere licenziato con un preavviso di tre giorni e senza che l’azienda debba direttamente sborsare nessuna indennità: situazione, questa, che scatenerebbe scioperi generali in diversi paesi. In Danimarca, tuttavia, le parti sociali vanno piuttosto d’accordo, per la semplice ragione che sono loro che fissano le regole nel mercato del lavoro.

I danesi, d’altro canto, possono contare su sussidi di disoccupazione abbastanza generosi. Ricevono fino al 90% del loro salario, per un massimo di quattro anni. Politica che sarebbe inefficace se non fosse accompagnata dalle famose “politiche di attivazione”. Che sono basate sulle nozioni di diritto e dovere così care ai danesi, il cui scopo è di spingere i lavoratori a trovare rapidamente un nuovo impiego. Il disoccupato deve seguire un “piano individuale di attivazione”, che gli permette di seguire dei corsi professionali e, grazie alla “rotazione del lavoro”, di sostituire i lavoratori in congedo o in formazione.

Il consenso prima di tutto

Ai nostri politici, impazienti di applicare questa pozione magica capace di dinamizzare la politica economica e sociale, dispiacerà sapere che il successo danese è il frutto di un processo a lungo termine che ha portato a questi frutti solo nel 1994, sotto la guida dei socialdemocratici. Quando furono create le prime politiche di attivazione, queste avevano lo scopo di dare lavoro a un gran numero di persone, riducendo allo stesso tempo i periodi in cui era possibile percepire sussidi di disoccupazione. Questa politica è stata condotta da governi di destra come di sinistra, grazie a un consenso sociale esemplare che risale al 1899, l’anno del “compromesso di settembre”. Da oltre un secolo la cultura corporativa si è radicata in una società nella quale l’80% dei cittadini è iscritta ad un sindacato. Tale intesa è anche politica, visto che l’elezione di governi di minoranza ha costretto a governare con l’appoggio dell’opposizione. Si tratta, quindi, di un elemento centrale del “miracolo danese”, che rende impossibile la sua esportazione in altri paesi.

Durerà il sistema danese?

Dal 2001 la coalizione liberal-conservatrice guidata da Føgh Rasmussen ha accentuato il lato “flessibilità”, concentrandosi su concetti quali la responsabilità individuale e il risanamento morale del popolo danese. Il celebre programma “Flere i Arbetje” (“Più persone al lavoro”) intende mettere al lavoro il maggior numero di persone, non esitando a decrementare i sussidi sociali e a gelare le imposte. Due misure che mettono in pericolo il sottile equilibro della “flexicurity”, quindi.

Invecchiamento della popolazione e immigrazione rimettono ugualmente in questione la durata di questo modello. Da qui al 2040, almeno 1,2 milioni di persone – rispetto allo 0,8 di oggi – avranno più di sessantacinque anni. La soluzione prospettata, al momento, è di persuadere i lavoratori ad andare in pensione sempre più tardi e di spingere i giovani a entrare nel mercato del lavoro sempre prima. Questi provvedimenti sono stati presi in considerazione anche in altri paesi. Ma come fare poi in modo che il consenso sopravviva di fronte a un’immigrazione esclusa da questo “miracolo danese”? Nutrendo la popolazione di discorsi xenofobi, il Primo Ministro ha ridotto i benefici sociali degli immigrati dal 30 al 40% nei primi sette anni di permanenza in Danimarca, con lo scopo di incoraggiarli a trovare un impiego. Il miracolo non è certo facilmente divisibile…

Per un nuovo contratto sociale europeo

È tempo di proporre un nuovo contratto sociale ai cittadini europei, centrato su un tasso di occupazione femminile elevato, investimenti nei giovani, flessibilità del lavoro combinata ad un sistema di protezione sociale elevata e servizi pubblici di qualità. Un programma di Lisbona, accompagnato da una reale volontà politica. Soltanto allora, forse, altri miracoli si produrranno altrove in Europa…