Fino a quando rimani?

Articolo pubblicato il 27 maggio 2014
Articolo pubblicato il 27 maggio 2014

La crisi economica e l'elevato tasso di disoccupazione che hanno investito la società spagnola hanno spinto migliaia di giovani ad attraversare la frontiera per cercare nuove strade in Europa. Bruxelles, capitale del Belgio, ne accoglie a centinaia, molti dei quali sopravvivono per mezzo di lavori precari, mal pagati o senza previdenza sociale, per i quali sono fin troppo qualificati.

"Fino a quan­do ri­ma­ni?", é que­sta una delle do­man­de che più fre­quen­te­men­te si sen­to­no ri­vol­ge­re i gio­va­ni che sono ar­ri­va­ti in Bel­gio alla ri­cer­ca di quel­lo che cre­do­no sia l'El Do­ra­do del la­vo­ro. A rac­con­tarcelo sono Laura ed Esther, due ami­che, ma so­prat­tu­to ac­co­mu­na­te dal fatto di es­se­re gio­va­ni emi­gran­ti spa­gno­le che un gior­no, stufe di non tro­va­re op­por­tu­ni­tà nella loro terra, si sono lan­cia­te al­l'av­ven­tu­ra. Ci hanno spie­ga­to che l'ar­ri­vo di emi­gran­ti dai paesi del sud si è mol­ti­pli­ca­to a causa della crisi. E si sono rese conto del sen­ti­men­to di ri­fiu­to, sem­pre più alto, di buona parte della so­cie­tà: "ti chie­do­no sem­pre, Quan­do te ne vai? Fino a quan­do ri­ma­ni?

Laura ha un la­vo­ro, ma fa parte della co­sid­det­ta e­co­no­mia som­mer­sa: "la­vo­ro in un ri­sto­ran­te con un con­trat­to di 30 ore, quan­do in real­tà ne fac­cio 60 e ri­ce­vo la metà dello sti­pen­dio in una busta". E a quan­to pare, il la­vo­ro in nero è una real­tà ab­ba­stan­za fre­quen­te, "ne co­no­sco molti nella mia si­tua­zio­ne". Le tasse ele­va­te e l'ab­bon­dan­za di mano d'o­pe­ra ar­ri­va­ta re­cen­te­men­te dal sud Eu­ro­pa crea­no un ter­re­no fer­ti­le per molti im­pren­di­to­ri che se ne ap­pro­fit­ta­no elu­den­do il fisco e of­fren­do con­trat­ti pre­ca­ri. È molto dif­fi­ci­le quan­ti­fi­ca­re il pro­ble­ma, ma le stime in­di­ca­no che i gio­va­ni col­pi­ti siano circa 300.000.

Il caso di Esther è di­ver­so. Fa l'in­fer­mie­ra, si trova da un anno e mezzo in Bel­gio e ha un buon posto di la­vo­ro. "Le con­di­zio­ni sono mi­glio­ri di quel­le in Spa­gna e non solo per lo sti­pen­dio. Ma l'i­ni­zio", rac­con­ta­, "è stato duro anche per me. Quan­do ar­ri­vi qui hai tre mesi di tempo per tro­va­re la­vo­ro, al­tri­men­ti ti in­via­no una let­te­ra per dirti che sarai espul­so. Ad­di­rit­tu­ra", sot­to­li­nea­, "po­treb­be pre­sen­tar­si al tuo do­mi­ci­lio la po­li­zia". Anche se l'im­pie­ga­ta del co­mu­ne le aveva detto che le avreb­be­ro in­via­to la po­li­zia, nel suo caso, que­sta si­tua­zio­ne non si è ve­ri­fi­ca­ta per­ché è riu­sci­ta a tro­va­re la­vo­ro poco prima dello sca­de­re dei 3 mesi. L'an­no scor­so 323 spa­gno­li hanno ri­ce­vu­to la no­ti­fi­ca di espul­sio­ne. Non è esat­ta­men­te una de­por­ta­zio­ne in senso stret­to, si trat­ta piut­to­sto di una spe­cie di "morte am­mi­ni­stra­ti­va". Il prin­ci­pio base dell'Unio­ne Eu­ro­pea (UE) sulla li­be­ra cir­co­la­zio­ne di beni, ca­pi­ta­li e la­vo­ra­to­ri viene messo quan­to meno in dub­bio quan­do si trat­ta di per­so­ne in cerca di un im­pie­go.

I casi di Laura ed Esther sono solo due su mille in tutta l'UE. In­fat­ti, le lin­gue che si sen­to­no più fre­quen­te­men­te per le stra­de bel­ghe, dopo il fran­ce­se e il fiam­min­go, sono l'i­ta­lia­no, il greco, il por­to­ghe­se e lo spa­gno­lo.

Cosa sta suc­ce­den­do?

Non è ne­ces­sa­rio ri­pe­te­re i dati. L'im­mi­gra­zio­ne è tor­na­ta ad es­se­re at­tua­le nel vec­chio con­ti­nen­te eu­ro­peo, por­ta­ta ai mas­si­mi li­vel­li dalla crisi eco­no­mi­ca. I paesi più col­pi­ti, Gre­cia, Por­to­gal­lo, Ita­lia e Spa­gna, che con­ta­no tassi di di­soc­cu­pa­zio­ne gio­va­ni­le che ruo­ta­no in­tor­no al 50%, per­do­no ca­pi­ta­le umano, che la­scia il sud alla volta del nord. Al­cu­ni par­la­no di una ge­ne­ra­zio­ne per­du­ta. Se­con­do le in­for­ma­zio­ni di Pablo Simón, pro­fes­so­re dell'Uni­ver­si­té Libre de Bru­xel­les (ULB), si cal­co­la che esi­sto­no circa 8 mi­lio­ni di la­vo­ra­to­ri iti­ne­ran­ti nel­l'UE e gran parte di que­sti  si ri­tro­va­no sfrut­ta­ti e in si­tua­zio­ni ir­re­go­la­ri. I gio­va­ni sono sem­pre stati i più av­ven­tu­ro­si quan­do si trat­ta di emi­gra­re, ma Car­los Var­gas, ri­cer­ca­to­re dell'Uni­ver­si­tà di Ox­ford, ha evi­den­zia­to che "la crisi ha raf­for­za­to que­sto fe­no­me­no" e ciò al fatto che i gio­va­ni si ri­tro­vi­no ad ac­cet­ta­re la­vo­ri per quali sono "so­vra­qua­li­fi­ca­ti", ri­nun­cian­do, in molti casi, ai loro di­rit­ti. Dal­l'al­tra parte, Mario Iz­quier­do della Banca di Spa­gna ci ha con­fer­ma­to la re­la­zio­ne di­ret­ta tra crisi ed emi­gra­zio­ne, ma ha pun­tua­liz­za­to che non sono solo i gio­va­ni spa­gno­li che se ne stan­no an­dan­do, ma "anche gli im­mi­gra­ti di altri paesi che erano giun­ti in Spa­gna prima della crisi".

Le So­luzioni

Molti gio­va­ni rac­con­ta­no di sen­tir­si persi e chie­do­no più in­for­ma­zio­ne. L'IN­TE­GRA­BEL cerca di of­fri­re loro un ser­vi­zio di con­su­len­za. "Siamo un punto d'in­con­tro, uno spa­zio dove crea­re con­tat­ti", ha af­fer­ma­to il coor­di­na­to­re ge­ne­ra­le, Luis Mo­li­na. Ha anche di­chia­ra­to che ci sono molti casi di emi­gran­ti spa­gno­li che, "a causa del tasso di di­soc­cu­pa­zio­ne, sono quasi ob­bli­ga­ti a la­scia­re il loro paese" e, no­no­stan­te ab­bia­no un buon li­vel­lo d'i­stru­zio­ne e si de­streg­gi­no con più lin­gue stra­nie­re, si ri­tro­va­no in una si­tua­zio­ne molto com­pe­ti­ti­va. "Iro­ni­ca­men­te, la chia­mo la Hol­ly­wood del­l'Eu­ro­pa: molte per­so­ne ven­go­no qui e tro­va­no una forte com­pe­ti­zio­ne", ha com­men­ta­to. È per que­sto mo­ti­vo che al­cu­ni di loro si ve­do­no co­stret­ti a la­vo­ra­re in nero. A que­sti gio­va­ni, Luis vor­reb­be dire: "non ac­cet­ta­te un la­vo­ro in nero, op­pu­re, se lo avete, la­scia­te­lo", anche se le dif­fi­col­tà che stan­no at­tra­ver­san­do i gio­va­ni in que­sto mo­men­to sono più che com­pren­si­bi­li.

Juan López, pre­si­den­te PSOE della Com­mis­sio­ne degli Af­fa­ri In­ter­ni in Eu­ro­pa, co­no­sce bene il pro­ble­ma e ri­tie­ne che si debba agire in quat­tro am­bi­ti: for­ni­re più in­for­ma­zio­ne, al­l'in­ter­no e al­l'e­ster­no della Spa­gna; adot­ta­re una po­li­ti­ca mi­gra­to­ria eu­ro­pea co­mu­ne; omo­lo­ga­re i ti­to­li uni­ver­si­ta­ri e pro­fes­sio­na­li; am­plia­re, nei pe­rio­di di crisi, da 3 a 6 mesi il pe­rio­do di sog­gior­no per cer­ca­re la­vo­ro in un altro paese.

Dal­l'al­tra parte, Pablo Simón, evi­den­zia la man­can­za d'in­for­ma­zio­ne. Ri­tie­ne ur­gen­te fare pres­sio­ne sulle isti­tu­zio­ni per spin­ge­re ad un'a­zio­ne coor­di­na­ta che ponga fine a que­sta si­tua­zio­ne. Ora che le ele­zio­ni sono alle porte e che coin­ci­do­no con quel­le fe­de­ra­li e re­gio­na­li del Bel­gio, Pablo Simón é con­vin­to che sia l'oc­ca­sio­ne giu­sta "per ten­ta­re di af­fron­ta­re il pro­ble­ma, per­chè in que­sto pe­rio­do elet­to­ra­le c'è la pos­si­bi­li­tà di fare ru­mo­re per farsi ascol­ta­re".

Come tanti gio­va­ni, anche il mo­vi­men­to 15-M è ar­ri­va­to dalla Spa­gna. I suoi mem­bri in Bel­gio non ri­ten­go­no che si trat­ti di un pro­ble­ma le­ga­to al nu­me­ro d'im­mi­gra­ti, ma piut­to­sto all'at­teg­gia­men­to delle au­to­ri­tà belga ed eu­ro­pee. Per que­sto mo­ti­vo si scan­da­liz­za­no di fron­te alla pos­si­bi­li­tà di "uc­ci­de­re am­mi­ni­stra­ti­va­men­te" i cit­ta­di­ni, con­trav­ve­nen­do ai di­rit­ti ba­si­la­ri del­l'UE. Di con­se­guen­za, hanno de­ci­so di pre­sen­ta­re una ri­mo­stran­za for­ma­le con­tro l'e­spul­sio­ne di cit­ta­di­ni co­mu­ni­ta­ri da parte del Bel­gio. "Vo­glia­mo che si pren­da co­scien­za del pro­ble­ma", ha di­chia­ra­to Sara La­fuen­te, mem­bro del col­let­ti­vo, che spera che le cose cam­bi­no, "la spe­ran­za è l'ul­ti­ma a mo­ri­re", ha sot­to­li­nea­to Sara.

I cam­bia­men­ti, nella com­ples­sa real­tà eu­ro­pea, sono dif­fi­ci­li e poco ra­pi­di. L'Eu­ro­pa è un ente di pro­por­zio­ni gi­gan­te­sche che si muove len­ta­men­te. Sem­bra che sia ne­ces­sa­ria una mag­gio­re coe­sio­ne e una po­li­ti­ca mi­gra­to­ria ef­fi­ca­ce e chia­ra tra i 28 stati del­l'or­ga­niz­za­zio­ne eu­ro­pea.

Nel frat­tem­po, il tempo passa e a Bru­xel­les e in tanti altri luo­ghi si con­ti­nue­rà a sen­ti­re l'ac­cen­to spa­gno­lo tra le voci del­l'im­mi­gra­zio­ne. Quel­la di Laura, cuoca in un ri­sto­ran­te ele­gan­te, quel­la di Esther, in­fer­mie­ra in un ospe­da­le ge­ria­tri­co. O quel­la di Ma­nuel, mu­si­ci­sta in cerca di un im­pie­go, che sogna di emu­la­re i suoi idoli e non perde il sor­ri­so, men­tre ci spar­tia­mo una de­li­zio­sa birra belga al ritmo del blues in uno di quei bar che an­co­ra con­ser­va­no un vec­chio juke box.

QUE­STO AR­TI­CO­LO FA PARTE DI UNA SERIE DI RE­POR­TA­GE SPE­CIA­LI DE­DI­CA­TI A BRU­XEL­LES, "EU-TOPIA: TIME TO VOTE", UN PRO­GET­TO GE­STI­TO DA CAFEBABEL IN COL­LA­BO­RA­ZIO­NE CON LA FON­DA­ZIO­NE HIP­PO­CRÈ­NE, LA COM­MIS­SIO­NE EU­RO­PEA, IL MI­NI­STRO DEGLI AF­FA­RI ESTE­RI E LA FON­DA­ZIO­NE EVENS.