Film, videogiochi e animazioni: quando il marketing fa l'unione

Articolo pubblicato il 10 gennaio 2011
Articolo pubblicato il 10 gennaio 2011
Tron Legacy, il seguito del grande classico di fantascienza Disney Tron del 1982 conferma in un colpo solo tutti i migliori e i peggiori auspici di pubblico e critica. Film, videogiochi, animazione.
La barriera che li separa si assottiglia sempre di più e si prepara a svanire, i linguaggi si mescolano, le categorie cambiano e sfumano, il mondo si addentra sempre di più in una nuova incredibile era digitale.

In tutto questo io mi attizzo un casino. Anche se a dire il vero mi attizzerei molto di più se questa meravigliosa commistione di generi fosse in grado di generare qualcosa di meglio di pellicole come Tron Legacy, che al di là della sfavillante confezione fatica ad allontanarsi dallo stereotipo di film-giocattolo ricco unicamente di esplosioni, gnocche in latex e dialoghi degni di un dodicenne bisognoso di una buona dose di Ritalin. Si vede che i tempi non sono ancora maturi.

Partiamo dai pregi del film, che comunque non sono pochi: l’impatto visivo stupefacente e la colonna sonora di altissimo livello (opera dei Daft Punk) inchiodano lo spettatore alla poltrona e gli somministrano 127 minuti di pura, meravigliosa follia grafica. Le inquadrature scelte dal regista Joseph Kosinski (qui alla prima prova), incentrate soprattutto sui piani lunghi, permettono poi di immergersi ancora di più nel mondo frutto della mente del creativo Kevin Flynn. Protagonista del primo film e interpretato da un allora trentatreenne Jeff Bridges, Flynn ritorna in questo seguito visibilmente stanco e invecchiato. Il suo personaggio, un hacker visionario creatore di videogiochi di successo planetario, ha visto ribellarsi contro di lui la più perfetta delle sue creature, cui aveva affidato il compito di creare un nuovo mondo digitale. Clu, un ambizioso e tirannico programma interpretato sempre da Bridges, ma la cui immagine è stata alterata per apparire molto più giovane, a differenza di Flynn non è un essere umano e non ne ha le limitazioni. Il compito per cui è nato è quello di creare il mondo perfetto, e se per fare questo deve tradire il suo creatore, costringerlo all’esilio, instaurare una dittatura, commettere un genocidio e infine per poi prepararsi all’invasione del pianeta terra, beh, cosa vuoi che sia? Essendo un programma informatico, non ha certo dilemmi morali che possano impedirgli di farlo. La storia però si complica quando Sam (Garret Hedlund), il figlio di Flynn, richiamato con un espediente da Clu dal mondo degli uomini fino al suo per fargli aprire un varco dall’esterno che permetterà l’invasione, sfugge alla cattura e ritrova il padre creduto morto da più di vent’anni. Padre e figlio, grazie all’aiuto di Quorra (l’unica sopravvissuta al genocidio dei pacifici ISO è quello schianto di Olivia Wilde, ci credereste?) cercheranno di sconfiggere Clu e la sua terribile armata di bla, bla, bla... come avrete intuito, la trama non è uno dei punti di forza di questo film. Nè la sceneggiatura. Né le tematiche toccate, a dire il vero: la pellicola scorre per due ore tra dialoghi sciocchini infarciti di zen, amore, odio, solfe sulla creazione di un nuovo mondo ideale, cattivi privi di personalità e discorsi appena abbozzati su cosa fa di un uomo un uomo. A tal proposito mi torna in mente un’altra frase: “Cos'è che fa di un uomo un uomo, signor Lebowski?” E il paragone in fondo non è poi così azzardato come sembrerebbe, perché quando oggi Jeff Bridges abbozza frasi confuse sull’umanità, lo zen e le filosofie orientali nel suo accappatoio al neon finto-Jedi, l’effetto purtroppo è lo stesso di quando lo faceva impersonando il Drugo: risate. Solo che quella volta il risultato comico era voluto.

Dal punto di vista visivo però, credo di non aver ancora detto abbastanza volte quanto questo film sia potente e visionario: in effetti mi sento di poter affermare che questo aspetto, da solo, potrebbe addirittura bilanciare i crimini contro l’umanità commessi in sede di scrittura, riportando il film alla sufficienza; e questo senza neanche considerare la colonna sonora! La fotografia di Tron: Legacy, opera del cileno Claudio Miranda, è qualcosa che rasenta il miracoloso, così come lo sono il senso di uniformità e la meraviglia complessiva date dall’interazione di design, costumi e ambientazione: tutto è perfettamente coerente e bellissimo in questo mondo nero e neon, e le scelte dal punto di vista dei movimenti di camera fanno sì che sprofondiamo ancora di più in un’altra dimensione. Il 3D purtroppo non è ben sfruttato: volendo comparare Tron: Legacy con Avatar, sotto questo aspetto la resa complessiva del primo è decisamente inferiore, e i momenti in cui viene sfruttato appieno sono davvero pochi e non significativi.

Un altra caratteristica in cui il film eccelle, poi, è la musica: scritta parallelamente alla realizzazione delle riprese, si integra perfettamente con le scene e sostiene i momenti più intensi con un’efficacia vista raramente in film di questo genere. A tratti la perfezione con cui si inserisce nei momenti più drammatici o riflessivi però ha un effetto involontariamente comico, ma di questo certo non si può incolpare la musica: quel che fa sorridere è l’ordinarietà del copione e la banalità di molte battute, che vanno a creare un contrasto grottesco con la bellezza dell’aspetto sonoro e tengono ben salda a terra l’immaginazione dello spettatore, che altrimenti avrebbe potuto volare altissima. I Daft Punk per realizzare la loro prima colonna sonora hanno lavorato per due anni in collaborazione con Joseph Trapanese, un compositore specializzato in musica per il cinema che ha arrangiato e diretto l’opera per un’orchestra di 85 elementi. La resa finale è formidabile, e l’interazione fra le due anime, quella elettronica e quella orchestrale, è tale da essere a tratti indistinguibile.

Ovviamente come succede per tutte le megaproduzioni di questo calibro, anche il marketing e il product placement in questo caso giocano un ruolo molto importante. Il secondo, poi, essendo quasi tutto concentrato nei primi venti minuti di film (ambientati nella nostra dimensione), è particolarmente arrogante; molto meno nel resto del film, decisamente più difficile da colonizzare con brand di ogni tipo. Per quel che riguarda il versante marketing, invece, questa volta alla Disney si sono veramente superati; tra siti fittizi, aperture promozionali della mitica sala giochi di Flynn e decorazioni di treni a Disneyworld, la mia iniziativa preferita però resta la possibilità di giocare al vecchio videogioco del 1982, accessibile dal sito ufficiale. Tutto questo poi non è stato fatto solo per il film, ma per sostenere un’operazione commerciale che coinvolge un gran numero di prodotti diversi, tra cui una graphic novel, degli speciali occhialetti 3d della Oakley, un dock per iPod e non ultimo (e vorrei vedere!) il videogame, lanciato in concomitanza col film su tutte le piattaforme. Come quasi sempre succede nel caso di tie-in, la trama dl prodotto collegato funge da ponte tra il primo e il secondo episodio, mentre la produzione e tutti gli aspetti tecnici sono assai affrettati per poter sfruttare l’effetto lancio del film: il risultato finale di conseguenza spesso si mantiene tra lo scarso e il catastrofico, e questoTron: Evolution di certo non fa eccezione.

Valutate nel complesso, così, la qualità di film, videogioco e merch vario non sono stupefacenti: verrebbe da dire peccato, ripensando alla storia di questo franchise, se poi però non mi rendessi conto che... ma ho detto veramente franchise? E sì, perché lo è. E allora di che mi lamento in fondo? Balliamo, và!