Filippine, quarant'anni di stragi silenziose

Articolo pubblicato il 07 ottobre 2014
Articolo pubblicato il 07 ottobre 2014

Guerre civili e calamità naturali rischiano di cancellare un'intera generazione nel sud dell’arcipelago. Intanto gli occhi dell'occidente sono puntati su Isis: i jihadisti presenti nella nazione hanno lanciato l'ultimatum sugli ostaggi tedeschi.

Fung-Wong è il nome della letale e distruttiva tempesta tropicale che si è abbattuta nelle scorse settimane sulla capitale delle Filippine e sull'intera isola di Luzun. Il bilancio è stato di oltre dieci morti, mentre 200mila persone sono state fatte evacuare dalle proprie abitazioni. La conta delle vittime si è resa particolarmente complicata nella regione settentrionale dell'isola, area che soffre maggiormente il problema della povertà.  

La tipica casa di un residente dei villaggi delle Filippine è una baracca in legno, inadatta ad offrire protezione dalle calamità naturali. Questa inondazione non è di certo la prima a colpire la Repubblica delle Filippine. Meno di un anno fa numerosi villaggi furono letteralmente spazzati via da Hayan, un super tifone che causò più di 4500 vittime accertate, con il numero degli scomparsi che andava quotidianamente a superare quello dei sopravvissuti. La maggioranza degli abitanti non è impreparata di fronte alla probabilità - assai elevata - che possa verificarsi un vero e proprio cataclisma, eppure nei villaggi più poveri, quelli del Sud del paese, sembra impossibile pensare di adottare misure di sicurezza per ridurre la portata omicida di queste calamità: le alluvioni sono poco importanti se all'ordine del giorno c'è costantemente l’emergenza fame.  

La denuncia delle Ong: bambini costretti a prostituirsi

I sedicenti leader della comunità internazionale non sembrano avere intenzione di impegnarsi concretamente per risolvere queste urgenze e la pressione esercitata sui governi da parte delle Ong non basta. L'ultima campagna inaugurata in tal senso è quella di Terre des Hommes che si focalizza sulla lotta alla prostituzione minorile. Secondo il rapporto dell'organizzazione umanitaria, nelle sole Filippine oltre 60 mila tra bambine e bambini sarebbero costretti a prostituirsi. Un tentativo di sfuggire alla fame? Queste tragedie si perpetrano ogni giorno e vengono costantemente taciute dai media internazionali, sebbene da Manila giungerebbero notizie riguardo la forte presenza di movimenti jihadisti anche nel popoloso stato asiatico.

Gruppi islamici sono sempre stati presenti nelle Filippine: alcuni sono indipendenti, mentre altri potrebbero essere delle vere e proprie cellule terroristiche che avrebbero avuto legami con Al Qaeda e che oggi sarebbero vicino ai sunniti di Isis. Per l'Occidente, i jihadisti del gruppo Abu Sayyaf, attivi nel sud del paese, potrebbero costituire il principale pericolo: nei giorni scorsi il gruppo ha annunciato che decapiterà Stefan Okonek e Henrike Dielen, due turisti tedeschi rapiti la scorsa primavera, a meno che entro il 17 ottobre il governo di Berlino decida di non sostenere l'intervento degli Stati Uniti contro i jihadisti sunniti dello Stato Islamico in Iraq e Siria ed accetti di pagare un riscatto.

I retroscena del conflitto religioso, dov'è la comunità internazionale?

Si lotterà anche nelle Filippine per esportare la democrazia e scacciare le frange islamiche? 

Il rapporto annuale di Amnesty International fotografa il deficit democratico del governo delle Filippine e denuncia gravi violazioni di diritti umani con uccisioni illegali, sparizioni forzate, torture e maltrattamenti; nonostante il governo abbia deciso di abolire la pena di morte nel 2006, si continuano a perpetrare migliaia di uccisioni per ragioni politiche. Una vera e propria emergenza umanitaria che sottende alla poco nota guerra civile che si consuma all'interno delle comunità locali.  Da oltre quarant'anni i ribelli ed il governo della capitale si affrontano in uno scontro armato che vede contrapporsi il Fronte di liberazione nazionale Moro alle autorità nazionali. I rivoluzionari chiedono che una zona di Mindanao, isola nella quale convivono diciotto comunità indigene differenti, venga dichiarata indipendente.

Nel corso dei decenni i movimenti separatisti si sono frammentati, cercando di firmare trattative di pace (nel 1996 e nel 2012) con il governo di Manila per mettere fine al conflitto; una frangia islamica dei rivoluzionari, lo scorso anno, siglò un accordo con il governo in cui si garantiva un piano per rendere effettiva l'indipendenza dell'area: nel 2016 si sarebbe costituita una nuova comunità autonoma nella storica regione di Bangsamoro. Ma le autorità non sembrano intenzionate a seguire un piano di sviluppo per questo territorio poverissimo e le discussioni intavolate per dare vita a questa nuova entità amministrativa sembrano paralizzarsi costantemente, in un contesto nel quale l'effettivo riconoscimento di questa nuova zona dipenderebbe dalla volontà degli indigeni che dovrebbero esprimere con una votazione la propria opinione in merito alla nascita di questa regione autonoma. 

Filippine 2009, la storia di un massacro impunito

Una situazione in continua evoluzione che pare avere come uniche costanti i focolai di guerra e le violazioni di diritti umani. Testimonianza del perpetrarsi di omicidi politici ed altri soprusi è la strage di Maguindanao, di cui il prossimo 23 novembre cade il quinto anniversario: le vittime dell’eccidio, 57 secondo le fonti ufficiali, tra cui oltre 30 giornalisti e numerose donne, furono crudamente torturate ed uccise in pochi minuti da un esercito di oltre 200 uomini. A tutti venne riservato un trattamento spietato, fatto di arti tagliati a pezzetti e di pallottole nei genitali. Ad ordinare il massacro sarebbe stato, secondo le indagini, Andal Ampatuan Jr., potente sindaco di una città dell'isola, per colpire un suo rivale alle elezioni. A quattro anni dalla strage, mentre diversi testimoni muoiono improvvisamente ed in circostanze poco chiare, nessuno dei quasi duecento imputati è stato ancora condannato