Festival delle religioni: un senso per "andare oltre"

Articolo pubblicato il 30 maggio 2015
Articolo pubblicato il 30 maggio 2015

Recentemente si è tenuto a Firenze il “Festival delle religioni”. Ciò su cui dobbiamo riflettere è il senso di un tale evento. Perché un senso c’è. Perché la pluralità, il confronto, l’interazione e la necessità di comprensione reciproca non sono solo dei valori da salvare, ma delle questioni urgenti che la nostra società, sempre più “globalizzata”, deve affrontare.  

Un evento che recentemente ha posto Firenze “sotto i riflettori”, è stato il “Festival delle religioni” (12/15/16/17 maggio 2015). Ora, distogliendo momentaneamente l’attenzione dalle importanti personalità invitate a discutere, ciò su cui vale la pena soffermarsi e riflettere è il senso di un tale evento. Oggi, 2015, epoca del post-moderno e del post-post-fordismo, in un’Italia sempre più atea, in un mondo laicizzato, ove la globalizzazione imperversa e la pubblicità, grottesca e blasfema, annuncia lieta che un make-up waterproof  e un deodorante a lunga tenuta ti salveranno la vita, oltrechè la giornata… sulle locandine leggiamo increduli che si tiene un Festival delle religioni. La sensazione a pelle è quella d’assistere al tramonto di qualcosa che ha fatto il suo corso e il suo decorso e che inevitabilmente sta per finire: la religione ci appare un anacronistico retaggio del passato, qualcosa che resiste (ancora per poco) in virtù di quello che fu. Qualcosa che associamo alla tradizione, al “così è stato”, alle chiese visitate come musei. Eppure non è così. Non è così per un triliardo di motivi.

Non è così perché la religione fa parte di noi, ben più di quanto siamo disposti ad ammettere. La religione, anche quella che rinneghiamo e che tanto amiamo criticare, è la nostra cultura, ne è il nocciolo. La religione è il deposito inconscio di tutti i nostri modi di fare, d’intendere e di vivere. Siamo incapaci d’uscire dalla sua ottica, di non confrontarci ad essa. In sostanza siamo incapaci d’uscire da quelle categorie mentali e schemi comportamentali che da sempre ci accompagnano. Il mondo della vita è pregno di segni, usanze, modi di fare e di stare al mondo… propri della religione, o che per lo meno, devono a questa la loro determinata realizzazione storica. Senza la nostra religione, nessuno di noi sarebbe se stesso e si può dire che, in un certo senso e per assurdo, la religione sia quanto di più umano esista. È per questo, per fare un esempio banale, che dire che la storia dell’Occidente corrisponde a quella del Cristianesimo, è non solo lecito, ma anche vero, proprio nel senso di corrispondente alla verità. È sempre e proprio per questo che ha un senso fare un “Festival delle religioni”. Anzi, oggi ha senso a maggior ragione, proprio nell’ottica di un mondo che tende alla globalizzazione, dato che questa implica confronto. Confronto tra culture, il che equivale a confronto tra religioni, ossia necessità di comprensione e di rispetto. La pluralità è il valore da salvare per poter andare oltre. Oltre le differenze e le diffidenze. Se si considera i recenti fatti di cronaca e di politica, ci si rende conto di quanto sia urgente la questione, di quanto sia cruciale il punto.

Ciò, appunto, è stato il tema di fondo di tutto il festival. Durante le conferenze il dibattito tra i relatori invitati a discutere era diretto: sciiti versus sunniti, cristani versus musulmani, progressisti versus conservatori,… Molte sono le sfaccettature emerse. Molte le divergenze e le contraddizioni. Molti i tentativi di farsi comprendere, nella propria peculiarità e tipicità. Di contro, da parte del pubblico, grande è stata la curiosità e altrettanta l’incomprensione. Qua e là però c’è stato un piccolo barlume: “Forse non era proprio come pensavo io!”. Il messaggio finale è che davvero tante sono le analogie tra tutte le religioni, tanti i punti su cui tutti, umanamente, ci troveremmo d’accordo. Esemplificativa la frase del giornalista musulmano (praticante) Zouhir Louassini: “Se il papa continua a parlare così… mi converto!” Non è tanto il contenuto delle singole religioni a differire. È il modo in cui queste si danno a divergere: ogni religione ha assunto una sua specifica forma etnico-culturale che cristallizza le differenze e impedisce possibilità d’incontro. Forse oggi sentiamo così fortemente queste divergenze, perché più che mai viviamo nell’epoca della superficialità e dunque, della religione percepiamo solo la forma diversa, non il contenuto. Se non cogliamo le analogie di contenuto, l’accordo non c’è e come duemila anni fa, ci uccidiamo in nome di molti dei. Non è così che dovrebbe andare. Vedere l’altro come l’estraneo, l’assolutamente diverso, per i molti significati che comporta l’avere religioni differenti, è la causa di questo imperversante fanatismo che continua ad avariare la società e storia contemporanea. Fanatismo che disgusta (non sempre) non solo noi “moderni e avanzati” occidentali, ma anche i musulmani. L’ignoranza è la bestia nera di fondo che anima tali movimenti. La soluzione sta nel salvare le diversità di valori, riconoscerne la dignità, per una convivenza non di tolleranza, che, come ha detto l’Imam Yahya Pallavicini, si porta dietro tutto un bagaglio semantico negativo di “sofferente sopportazione”, ma per una convivenza di comprensione. Convivere pacificamente è possibile. Unirsi contro i mostri dell’ignoranza e fanatismo che affliggono tutte le religioni è possibile. Il senso conclusivo del “Festival delle religioni” è che solo nell’ottica di una reciproca comprensione possiamo salvare la pluralità, i valori culturali nella lussureggiante varietà di forme e tonalità in cui si danno. In questo senso, in breve, si può dunque dire che il significato del “Festival delle religioni” sia che solo l’umanità può salvare l’umanità.