Fareste l’Erasmus a Gerusalemme?

Articolo pubblicato il 05 gennaio 2003
Pubblicato dalla community
Articolo pubblicato il 05 gennaio 2003

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Togliere lo chador alla politica europea in Medio Oriente. Voglio essere un kamikaze intellettuale.

L’elettroacustica di Fabio faceva danzare le labbra viola e gialle delle ragazze di Ramallah, quel rock un po’ rétro gli entrava nella pelle, li faceva sentire felici, proprio lì nel deserto vicino la città. La primavera araba accarezzava i loro sguardi, li faceva incrociare e contorcere maliziosi, proprio come un prato di Van Gogh. E dopo il ballo, tutti davanti al fuoco a parlare di guerra e di pace, tra un bicchiere e l’altro, alla fine di quella sfumata e velata serata Averroes: l’Erasmus degli anni duemila, il nuovo programma di scambio tra le università europee e quelle mediorientali, che café babel vuole promuovere, alla nostra cara Buroxelles e alle varie satrapie che affollano l’altra sponda del Mediterraneo.

Non amo i nostri vuoti e, tutt’al più, visionari discorsi sulla Palestina. Non amo condannare le operazioni di Tsahal, né i kamikaze di Tel Aviv. Non amo dire “io trovo vergognoso”, né puntare il dito contro i fondamentalismi monoteisti. Voglio solo provare a pensare a una pace “duratura”, come direbbe - ma perché non lo dice, adesso? - Bush, in casi come questo. A spegnere la televisione che massaggia, tiepida, la nostra impotenza ebetizzata; a concepire una soluzione agli stermini, pensando al solo ambiente che posso dire di conoscere davvero: quello delle università.

Pensate a cosa sarebbe successo se l’Erasmus fosse iniziato negli anni ’60 ed avesse riguardato, da subito, le due sponde della cortina di ferro. Pensate a quanto fracasso avrebbero fatto gli ipotetici “erasmus” dell’epoca, capaci di trovare del marcio persino nelle opulente e solidali e “libere” società dell’Ovest, se fossero andati a gridare la loro ribellione a Mosca, a Praga, a Budapest. Avremmo avuto una generazione di terroristi bipartisan, risponderebbe l’ideologia contemporanea. La guerra fredda sarebbe finita più presto - correggerei io - istillando, nelle relazioni Est-Ovest, una sorta di Atto di Helsinki “dal basso”, che avrebbe coinvolto e contaminato tutte le società. E forse la rivoluzione non sarebbe restata negli spiriti liberi, ma frustrati, delle adesso vecchie (e si vede!) generazioni dirigenti. Ma avrebbe penetrato le relazioni internazionali dell’epoca. E, forse, creato davvero un altro mondo.

Ma questo è un altro discorso. Che ci può tornare utile, però, se ci rendiamo conto di quante analogie ci siano tra il periodo che stiamo cominciando a vivere oggi, e la guerra fredda (vedi, a proposito, il mio articolo "La seconda guerra fredda", recentemente pubblicato da cafebabel.com).

Nonostante la retorica occidentale continui a ripetere che la guerra al terrorismo non è diretta contro l’Islam, infatti, dobbiamo rassegnarci a non comprendere il mondo del dopo 11 settembre, se non partiamo dalla costatazione, politicamente scorretta, che è dal Dar-al-Islam che i terroristi di Al Qaida provengono. Che sono arabe e mussulmane la stragrande maggioranza delle voci che si levano per contestare, in modo spesso virulento, la politica egemonizzante dell’occidente. E che ci serve una spiegazione al fatto che siano proprio gli arabi e i musulmani a provare più risentimento verso l’occidente.

Con questo voglio solo dire che, allo stato attuale, la guerra delle civiltà è sì una forzatura intellettuale; ma che può presto divenire una selffulling prophecy se non ci rendiamo conto che, con la colonizzazione del Dar-al-Islam, la creazione dello Stato di Israele e, solo da ultimo, l’attacco alle Torri Gemelle, si è creata una vistosa frattura tra Occidente e Oriente. E che questa frattura sta ergendosi a inaccettabile “cortina di terrore”: non solo verticale, all’interno delle società occidentali, ma anche orizzontale, tra gli Stati della “Grande Coalizione” guidata da Washington, e il cosiddetto “Asse del Male”, una lista nera di Stati sponsor del terrorismo internazionale destinata ad allargarsi col tempo. La nuova cortina, è inutile negarlo, sarà tesa sul Mediterraneo.

Ma se non vogliamo accettare che una nuova minaccia, dopo quella del comunismo, ci costringa al silenzio, dobbiamo aggiungere al collante dell’interdipendeza economica che - come anticipato con lungimiranza da Umberto Eco pochi giorni dopo l’11 settembre, ha scongiurato, per il momento, una guerra delle civiltà - un nuovo tipo di deterrente: quello del dialogo cultural-generazionale. E si noti che i due aggettivi si fondono e si sostengono a vicenda: non può essere duraturo, infatti, quel dialogo inter-culturale che estrometta dal suo seno le nuove generazioni; così come, nell’epoca della globalizzazione, non può essere arricchente quel dibattito tra i componenti di una stessa generazione, che non si contamini di elementi culturali esterni, altri e capaci di stimolare la critica e l’entusiasmo tipico dei giovani.

In questo senso voglio sentirmi attaccato da Teheran e dall’Hezbollah, da Hamas e del Jihad islamico: dalle bombe culturali che le loro idee sarebbero per il mio orizzonte di uomo europeo. Voglio poter sentire sulla mia pelle la drammaticità, e l’attualità della parola democrazia, della parola libertà. Provarle sulla terra dell’Islam, ove esse - per una strana congiuntura storica - non hanno attecchito. E con l’atomica laica di queste idee - e non con il muto tritolo dei bus di Gerusalemme - divenire un kamikaze ideal-virtuale, attaccando i loro orizzonti, senza paura.