Fame e povertà: una priorità nella crisi finanziaria. Focus sull’India

Articolo pubblicato il 28 novembre 2008
Articolo pubblicato il 28 novembre 2008

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In piena crisi finanziaria si terrà a Doha, in Qatar, Conferenza mondiale sul finanziamento dello sviluppo (Ffd). I Paesi appartenenti alle Nazioni Unite si riuniranno, per discutere della solidarietà internazionale. Focus sull’India, dove un quarto del miliardo totale di abitanti vive in condizioni di povertà.

L’India, potenza economica emergente, è il secondo Stato più popoloso del pianeta dopo la Cina: più di un miliardo di abitanti. Di questi, un quarto vive sotto la soglia di povertà. In paesi come l’India, la crisi finanziaria si aggiunge ad una crisi alimentare che, dalla primavera scorsa, si è abbattuta in modo trasversale sulle popolazioni più povere del pianeta. Sarebbero 75 i miliardi di euro che gli Stati europei, partecipando alla metà al programma di aiuto pubblico mondiale, dovrebbero ancora destinare, nel rispetto degli impegni assunti in vista della realizzazione degli obiettivi di questo millennio, entro il 2015. Lo scopo? Dimezzare la povertà nel mondo. Le voci che si levano a Bruxelles, a favore del raggiungimento degli obiettivi e del rilancio del dibattito a Doha, si udiranno anche nello Stato di Orissa, in India?

Povertà in India

Podma Madji, 35 anni, espone la merce raccolta nel cuore del m(A.P)ercato settimanale di Goma, nel distretto di Malkangiri (Stato di Orissa, India) . «Devo camminare molte ore prima di raggiungere il mercato e vendere le poche verdure che ho raccolto. Rappresentano la mia unica fonte di reddito, che scambio con un po’ di riso e che mi permette di far sopravvivere la mia famiglia», dice la giovane mamma con il suo bambino di due anni in braccio. Come Podma, il 90% degli abitanti di questo Stato, situato sulla costa est del Paese (che conta 40 milioni di abitanti), vive in zone rurali. E come lei, il 65% di loro non ha accesso all’acqua potabile. «Per sfamare i miei bambini, sono stata costretta a vendere l’unica terra che possedevo ed oggi continuo a lavorare nei campi per permettere a mio figlio di sfamare la sua famiglia», dice Son Kodira, nonna di cinque bambini originari della tribù Bonda, che vive nelle alture delle colline del distretto di Malkangiri.

Diritti che i cittadini non sanno di avere

Lo scenario può apparire molto triste. Nonostante la miseria le numerose iniziative delle organizzazioni locali – spesso finanziate grazie ai fondi dell’Unione europea – sembrano testimoniare che l’aiuto allo (A.P)sviluppo può giocare un ruolo centrale nell’interruzione del circolo vizioso della povertà. «Nel distretto in cui operiamo, se centinaia di persone hanno potuto affrancarsi dalla povertà, è stato grazie al fatto che i nostri sforzi sono stati rivolti ad informare queste tribù sui loro diritti e ad indirizzarle verso la rivendicazione collettiva presso le autorità», spiega Soraz Malotra, presidente del Rites Forum, una Ong locale, specializzata nella difesa dei diritti delle tribù presenti nel distretto di Malkangiri. «Associazioni come la nostra, hanno, permesso che le autorità dello Stato di Orissa riconoscessero le centinaia di casi di individui vittime dei lavori forzati, i cosiddetti “bonded labour”. Oggi queste persone possono beneficiare di un risarcimento da parte dello Stato e della possibilità di cominciare una nuova vita», prosegue Soraz Malotra. In ognuno dei 189 villaggi in cui opera, l’organizzazione RITES ha organizzato dei comitati di sviluppo, all’interno dei quali la comunità fa il punto circa i progressi realizzati nell’ottenimento dei diritti di base, spesso riconosciuti dalla legge, ma ignorati dai cittadini: accesso al programma di nutrizione per i bambini della scuola primaria, reddito minimo di sopravvivenza per i poveri, aiuto medico gratuito per le donne incinte e accesso alle cure contro la malaria. «Nel nostro villaggio la vita è cambiata radicalmente da quando sappiamo di avere dei diritti», conferma Mongali Khillo, una donna di sessant’anni che abita a Nuaguda, un villaggio nel distretto di Malkangiri, che insieme ad altri vicini ha beneficiato degli aiuti dell’organizzazione RITES. «Ora possediamo titoli di proprietà e possiamo coltivare le nostre terre, possiamo accedere alle cure di base e i nostri bambini possono andare a scuola. Tutti i miei bambini vanno a scuola e il loro futuro sarà migliore del mio», continua Mongali, che sogna di vedere uno dei suoi piccoli diventare insegnante.

«In India, e in molti altri Paesi, il problema fondamentale non è l’assenza di legislazione. Negli ultimi anni le leggi sono numerose e molto progressiste, risulta quello che è difficile è la loro concretizzazione», fa notare Sharanya Nayak, coordinatrice nello Stato di Orissa dei programmi dell’Ong internazionale di lotta contro la povertà, Action Aid. «Se l’aiuto non si sostituisce allo Stato, ma viene considerato strumento per rafforzare la possibilità dei più poveri di rivendicare i propri diritti fondamentali, come il diritto all’alimentazione, il diritto all’educazione e alla sanità», continua Sharanya, «allora sì che l’aiuto può veramente fare la differenza».