Eve Ensler alza il sipario sui diritti (e i doveri) della donna

Articolo pubblicato il 08 novembre 2002
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Articolo pubblicato il 08 novembre 2002

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Perché l’essere donna non significa solo diritto di realizzarsi e di goderne i frutti, ma anche dovere di adoperarsi per le proprie simili.

Cominciamo con la parola “vagina”! Questo il monito di Eve Ensler, drammaturga e attrice newyorkese, nella sua ormai celebre piece “Monologhi della Vagina”, appena terminato al Teatro Vittoria in Roma .

Su questa parola asettica e ingrata, che “suona come un’infezione, al più come uno strumento medico”, prendono forma i monologhi estratti dalle interviste condotte dalla stessa Ensler su più di 200 donne di ogni età. Donne diverse che raccontano ognuna un’esperienza e un modo di essere in relazione a quell’eterno enigma chiamato “sessualità femminile”. Abusata, sfruttata, nascosta a volte perfino dimenticata, la vagina rappresenta l’anfratto sessuale più intimo e recondito, le cui fattezze rimangono sconosciute alla maggioranza di quelle proprietarie che non abbiano il coraggio o la possibilità di scoprire sé stesse.

Proprio così, perché questa parola ridicola - che “se pronunciata durante il sesso, in un tentativo di essere politicamente corrette, uccide la passione all’istante" - non riesce a manifestare le sensazioni e i sentimenti legati a quest’angolo misterioso, a questa donna nella donna.

Gli aneddoti vertono su vicende significative e a volte drammatiche, come “La mia vagina era il mio villaggio”, toccante racconto della violenza subita da donne bosniache reduci dai campi di stupro, fino agli esilaranti racconti di una massaggiatrice omosessuale esperta di orgasmi femminili .

Il tono mutevole delle interviste ci fa intendere come il rapporto con sé stesse possa oscillare dal rifiuto e dalla colpevolizzazione più paralizzante alla massima realizzazione, e come spesso l’incontro con persone aperte e amorevoli possa insegnarci ad amare la nostra sessualità senza sciocchi pregiudizi. La stessa Ensler è vittima di abusi da parte del padre all’età di 10 anni, e questo strazio subito costituisce il motore del suo coinvolgimento nelle lotte femministe degli anni settanta. Il suo attivismo non viene meno col successo ottenuto a Broadway: anzi, dal 1996 coglie l’ occasione di portare in scena i frutti delle sue conversazioni con donne di ogni età, all’inizio diffidenti e restie, che finiscono col raccontare con semplicità piccole inconfessabili avventure tremendamente condizionanti: in particolar modo la nascita dell’ imbarazzo per la propria sessualità, spesso originato dal comportamento frustrante del primo “boyfriend”, oppure, molto prima, grazie alle castranti parole della mamma, donna anch’essa ma, forse, non dalla cintola in giù!

Pur essendo lo spettacolo di grande attualità, non manca uno sguardo al passato, ai tempi dell’Inquisizione, quando un giudice addusse quale inconfutabile prova di stregoneria la scoperta del clitoride, piccola escrescenza misteriosa denominata Capezzolo del Diavolo (e segno sicuro della sua presenza) sul corpo di un’accusata.

Dai mille abusi, fino all’esaltante esperienza del parto raccontata dalla stessa Eve, madre adottiva di due figli, che assiste trepidante e sbalordita alla nascita della nipotina, estasiata di fronte alla vita generata da questa cavità misteriosa.

Questo prisma di emozioni ci viene trasmesso magistralmente dalle quattro attrici( due delle quali prestate al teatro dal doppiaggio)dalla voce flautata, ornate di fusciacche rosse e inserite in un ambiente caldo e accogliente, che sembra suggerire le forme dell’intimità femminile in maniera elegante e mai volgare.

Essenziale, come i semplici abiti neri indossati dalle interpreti, la regia, anch’essa curata da una donna, articolata su coni di luce che avvolgono, evidenziandola, la recitazione del singolo monologo, per scattare veloci dall’una interprete all'altra quando il racconto si fa corale.

Spettacolo al femminile dunque, ma assolutamente non femminista, come sembrano comprovare i numerosissimi uomini in sala. “Non ce l’hanno con gli uomini” - ci confema uno di loro - “sono oneste e sincere, il bersaglio è l’ignoranza da chiunque provenga”; e un’ altro, entusiasta: “Beh, almeno ho capito qualcosa di più sull’ altro sesso, le donne sono così complicate e nessuna vuole mai parlare!”

Stracciato questo velo di secolare mistero, Eve Ensler e le sue donne ci mostrano anche un lodevole esempio di rara complicità e solidarietà femminile, percepibile già tra le quattro affiatate interpreti, lungi dal “rubarsi la scena” come d’ uso nell’ambiente teatrale. Ma il loro impegno non si esaurisce qui e si esplicita nel V-Day, un calendario di incontri al femminile per soffermarsi con consapevolezza sugli abusi medievali perpetrati ancor oggi in alcune parti del mondo: stupri, percosse, mutilazioni genitali, schiavitù sessuali. Giornate di riflessione finalizzate al reperimento di fondi per operare in tragiche situazioni quali quella afghana, kwaitiana e africana. Perché l’essere donna non significa solo diritto di realizzarsi e di goderne i frutti, ma anche dovere di adoperarsi per le proprie simili.

Grazie Eve!