European Film Awards 2013: poveri, vecchi e decadenti

Articolo pubblicato il 10 dicembre 2013
Articolo pubblicato il 10 dicembre 2013

Po­ve­ri e poco sexy. In oc­ca­sio­ne della 26ma edi­zio­ne degli Eu­ro­pean Film Awards a Ber­li­no, i re­gi­sti hanno fatto a gara in frec­cia­te con­tro la po­li­ti­ca cul­tu­ra­le eu­ro­pea, attestazioni della loro iden­ti­tà eu­ro­pea e lodi a Catherine Deneuve. Sono stati pre­mia­ti so­prat­tut­to i ve­te­ra­ni, che si cro­gio­la­no con scenari de­ca­den­ti. Dov'è fi­ni­to il nuovo ci­ne­ma?

A giu­di­ca­re dalla do­vu­ta por­zio­ne di gla­mour e dai non pochi ospi­ti il­lu­stri sul tap­pe­to rosso, in que­sta se­ra­ta di di­cem­bre che vede svol­ger­si la ce­ri­mo­nia di pre­mia­zio­ne della 26ma edi­zio­ne degli Eu­ro­pean Film Awards a Ber­lino, si po­treb­be quasi con­clu­de­re che le cose non va­da­no poi così male per il ci­ne­ma eu­ro­peo. Ma è solo un'il­lu­sio­ne su­bi­to de­mo­li­ta dalle pa­ro­le di Ma­rion Döring, di­ret­tri­ce della Eu­ro­pean Film Aca­de­my (EFA), che ogni anno as­se­gna gli am­bi­ti ri­co­no­sci­men­ti al ci­ne­ma eu­ro­peo: "Di Ber­lino si dice spes­so che sia una città po­ve­ra, ma sexy. Per la Eu­ro­pean Film Aca­de­my pur­trop­po vale solo la prima parte: è po­ve­ra, e basta". È per que­sto, dice, che "la sede è di di­men­sio­ni ri­dot­te, l'am­bi­to di azio­ne del­l'Ac­ca­de­mia è li­mi­ta­to e il ci­ne­ma eu­ro­peo nel suo com­ples­so si trova nei pa­stic­ci". Sono pa­ro­le che si po­treb­be­ro fa­cil­men­te igno­ra­re at­tri­buen­do­le a una pre­sen­ta­zio­ne mal­de­stra, se non fosse che ven­ga­no ripetute per tutta la se­ra­ta, du­ran­te la quale ver­ran­no as­se­gna­ti in tutto 21 premi ad au­to­ri e at­to­ri in tutta Eu­ro­pa e Israe­le.

Largo ai giovani

Pedro Almodóvar, a cui è an­da­to il pre­mio per il con­tri­bu­to eu­ro­peo al ci­ne­ma mon­dia­le, non si la­scia sfug­gi­re l'oc­ca­sio­ne di con­dan­na­re aper­ta­men­te la ca­ta­stro­fi­ca si­tua­zio­ne del­l'e­co­no­mia e della po­li­ti­ca cul­tu­ra­le del suo Paese, os­ser­van­do però che, no­no­stan­te la crisi po­li­ti­ca e so­cia­le e un go­ver­no "sordo e in­sen­si­bi­le" ai pro­ble­mi dei cit­ta­di­ni, i re­gi­sti spa­gno­li rie­sco­no an­co­ra a fare del buon ci­ne­ma. In par­ti­co­la­re­, ha vo­lu­to de­di­ca­re il pre­mio alla ge­ne­ra­zio­ne più gio­va­ne di re­gi­sti spa­gno­li. Dove siano però que­sti gio­va­ni non è molto chia­ro. Pur­trop­po, non si può fare a meno di no­ta­re che, nelle gran­di ca­te­go­rie - "mi­glior film", "mi­glior re­gi­sta" e "mi­glio­re sce­neg­gia­tu­ra" - siano stati no­mi­na­ti e pre­mia­ti so­prat­tut­to i ve­te­ra­ni e gli au­to­ri già af­fer­ma­ti. Per i più gio­va­ni re­sta­no solo i ri­co­no­sci­men­ti per il "mi­glior cor­to­me­trag­gio" e "ri­ve­la­zio­ne".

No­no­stan­te la Eu­ro­pean Film Aca­de­my aves­se no­mi­na­to un paio di gio­va­ni re­gi­sti per le gran­di ca­te­go­rie, ha op­ta­to per i so­li­ti nomi di suc­ces­so per le pre­mia­zio­ni. Così, lo splen­di­do film The Bro­ken Cir­cle Brea­k­do­wn (2012) del gio­va­ne re­gi­sta belga Felix van Groe­nin­gen, can­di­da­to in 6 ca­te­go­rie, rie­sce ad ag­giu­di­car­si solo un ri­co­no­sci­men­to per la mi­glior at­tri­ce pro­ta­go­ni­sta, Veer­le Bae­tens. Anche Oh Boy (2012) del gio­va­ne ta­len­to te­de­sco, Jan Ole Ger­ster, resta a mani vuote, ma al­me­no si ag­giu­di­ca il pre­mio Fi­pre­sci come ri­ve­la­zio­ne eu­ro­pea. Oh Boy rac­con­ta in bian­co e nero la gior­na­ta a Ber­li­no di Niko, un gio­va­ne che ha ab­ban­do­na­to gli studi. Una vita come quel­la che tanti gio­va­ni eu­ro­pei co­no­sco­no: nella gab­bia do­ra­ta di una luc­ci­can­te me­tro­po­li che si muove verso la di­spe­ra­zio­ne.

È una gab­bia che co­no­sce anche il re­gi­sta fran­co-por­to­ghe­se Ruben Alves, che con il suo film esor­dien­te, in­ti­to­la­to La Cage Dorée (La gab­bia do­ra­ta, 2013), vince il pre­mio del pub­bli­co. La do­man­da se si con­si­de­ri più un re­gi­sta fran­ce­se o por­to­ghe­se sem­bra ir­ri­tar­lo: "Sa­reb­be un po' come chie­de­re se pre­fe­ri­sca mio padre o mia madre", ri­spon­de, per poi ag­giun­ge­re con una certa en­fa­si: "Non ho pre­fe­ren­ze, mi sento eu­ro­peo". Que­sto ac­cen­to sulla co­mu­ne iden­ti­tà eu­ro­pea si ri­pe­te per tutta la ce­ri­mo­nia di pre­mia­zio­ne. Jan Ole Ger­ster lo col­le­ga a un senso di no­stal­gia, men­tre Ca­the­ri­ne De­neu­ve os­ser­va con stu­po­re: "Prima ho sem­pre pen­sa­to di es­se­re un'at­tri­ce fran­ce­se, ma da qual­che anno non è più così, ora mi sento dav­ve­ro eu­ro­pea".

assenti illustri

Tra gli at­to­ri bri­tan­ni­ci que­sto sen­ti­men­to eu­ro­peo ap­pa­re meno dif­fu­so: le pol­tro­ne dei can­di­da­ti nelle ca­te­go­rie di "mi­glio­re at­tri­ce" e "mi­glio­re at­to­re", Keira Knightley, Naomi Watts e Jude Law, re­sta­no vuote. Anche François Ozon, pre­mia­to per la sce­neg­gia­tu­ra del suo film Dans la Mai­son (Nella casa, 2012), scap­pa via dal palco così in fret­ta che non si è nem­me­no si­cu­ri di aver­lo visto. Non si vede pro­prio in­ve­ce Paolo Sor­ren­ti­no, che con La Gran­de Bel­lez­za (2013) si porta a casa 4 tro­fei, tra cui "mi­glior film" e "mi­glio­re regia". Il suo film, un omag­gio alla città di Roma e al ca­po­la­vo­ro di Fel­li­niRoma (1972), rac­con­ta del vi­veur ormai av­via­to verso la vec­chia­ia, Jep Gam­bar­del­la, in­ter­pre­ta­to da Toni Ser­vil­lo, che vince anche il pre­mio come "mi­glio­re at­to­re". Jep la­scia scor­re­re i suoi anni opu­len­ti e ar­di­ti, pas­sa­ti nel­l'al­ta so­cie­tà ro­ma­na, bar­col­lan­do tra party, ri­ce­vi­men­ti e feste, per­den­do­si tra gli scor­ci di una me­ra­vi­glio­sa de­ca­den­za an­no­ia­ta. Che la Eu­ro­pean Film Aca­de­my abbia de­ci­so di ono­ra­re un inno a Roma, in cui quest'ultima viene dipinta come una città ormai fos­si­liz­za­ta, è qual­co­sa che la­scia in­ten­de­re più di quan­to piac­cia ad al­cu­ni.

Un barlume di speranza in questa cerimonia sfavillante, eppure così spenta, arriva solo dalla produttrice rumena Ada Solomon, onorata a Berlino con il premio Eurimages per la "migliore coproduzione europea". Il suo studio di produzione HiFilm ha realizzato negli ultimi anni vari film di successo di registi rumeni come Best Intentions (2011) di Adrian Sitaru o Pozitia Copilului (Il caso Kerenes, 2013) di Călin Peter Netzer, che ha vinto un orso d'oro alla Berlinale di quest'anno. "I registi europei sono come una grande famiglia e anche per questo il cinema europeo tratta spesso dei valori della famiglia", dice la Solomon, che però invita anche a non essere nostalgici: "Certo, bisogna onorare i nostri predecessori e tutelare l'eredità del cinema europeo, ma dobbiamo anche occuparci dei nostri figli, del futuro, di un cinema più giovane". Un obiettivo che la giuria degli European Film Awards è riuscita solo in parte a centrare. Al cinema giovane non resta che augurarsi che l'anno prossimo il premio al cinema europeo non si presenti più con quest'aria opprimente, ma dimostri finalmente di saper essere sexy.