Europa: zona radioattiva?

Articolo pubblicato il 24 aprile 2006
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Articolo pubblicato il 24 aprile 2006

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L’Europa si divide sul nucleare. Il Governo tedesco chiude le centrali, quello inglese esamina la possibilità di costruire nuovi reattori.

Il ricorso al nucleare si è diffuso in seguito alla crisi petrolifera degli anni Settanta, che vide il prezzo del petrolio quadruplicarsi. L’energia nucleare si presentava infatti come la più conveniente alternativa al petrolio. L’uranio è reperibile in abbondanza ed il suo impiego non sprigiona emissioni di carbone inquinante. Negli anni Ottanta il suo impiego inizia a scontrarsi con un crescente movimento d’opposizione dovuto alle pressioni degli ambientalisti, all’innalzamento dei tassi d’interesse ed alle preoccupazioni sulla sicurezza delle centrali. Oggi l’Europa è divisa: l’energia atomica fornisce un terzo dell’elettricità europea, ma la distribuzione geografica degli impianti non è omogenea.

Dalla Francia con amore: il nucleare d’Oltralpe

Fra tutti gli Stati appartenenti all’Ue, il piùentusiasta nei confronti dell’energia nucleare è la Francia. Attualmente conta 59 reattori in attività ed un consumo annuo di 8.568 tonnellate d’uranio. Inoltre l’energia atomica francese copre il 77% della produzione elettrica nazionale.

È improbabile che la Francia perda la fiducia nel nucleare. Lo stesso Presidente Jacques Chirac ha annunciato di recente l’avvio di un programma di ricerca su reattori nucleari di quarta generazione, che sarebbero in grado di riutilizzare parzialmente le scorie radioattive come ulteriore fonte d’energia.

Gran Bretagna: il dilemma nucleare

A differenza della Francia, la Gran Bretagna si trova profondamente divisa sulla questione nucleare. Attualmente un quarto dell’energia elettrica britannica è prodotto dalle centrali nucleari, che stanno diventando obsolete e dovranno esser chiuse entro breve. Se la Gran Bretagna mantenesse attivi i propri reattori, entro il 2023 questi contribuirebbero solamente al 4% della produzione energetica interna.

Il dibattito sull’energia nucleare si trova quindi ad un punto critico. Altre fonti di produzione alternative non sarebbero in grado di soddisfare il fabbisogno energetico interno, e di conseguenza la costruzione di nuove centrali nucleari è all’ordine del giorno nel dibattito politico. Una missione davvero difficile per il Governo britannico, che dovrà tener conto di un’opinione pubblica fortemente schierata contro una fonte energetica ritenuta generalmente poco sicura.

Nucleare: se lo conosci, lo eviti. Il caso tedesco.

In Germania il dibattito sul nucleare si è fermato già da sei anni. E nel 2006 il Governo tedesco ha finalmente approvato un decreto che impone la chiusura graduale di tutti i reattori entro il 2020. Ma mentre il partito del Cancelliere Angela Merkel, l’Unione cristiano democratica (Cdu), ne vorrebbe posticipare il termine ultimo, il Partito Socialdemocratico Tedesco (Spd) – che nel Governo di coalizione ha il controllo del Ministero dell’Ambiente – ha dichiarato di non voler rivedere la decisione.

Nonostante l’energia nucleare copra ancora il 30% del consumo elettrico nazionale, la Germania è intenzionata a modificare il proprio sistema di produzione energetica, aumentando l’utilizzo di fonti rinnovabili. È quindi molto probabile che le crescenti possibilità di applicazione di fonti energetiche alternative ed i problemi di smaltimento delle scorie radioattive (che preoccupano non solo la Germania, ma l’Europa intera) allontanino sempre di più la possibilità di un futuro nucleare per la Germania.

E la Svezia cavalca l’onda idroelettrica…

Anche in Svezia è in atto un processo di denuclearizzazione. Negli anni Settanta, in linea con il resto degli Stati europei, la Svezia ha incrementato l’utilizzo di energia atomica, ma in seguito al disastro di Chernobyl il Governo svedese ha preso la decisione di disattivare progressivamente tutti i reattori. Il termine ultimo per la loro disattivazione è già stato posticipato diverse volte e ancora oggi il nucleare fornisce circa il 52% dell’energia svedese.

Nel processo di transizione verso fonti d’energia rinnovabili la Svezia ha molto da guadagnare. Infatti – a differenza di altri Stati europei come Francia, Gran Bretagna e Germania – la Svezia non dipende dall’importazione di riserve energetiche, perché può fare affidamento sulle grandi risorse interne di energia idroelettrica. Nel 2003 l’utilizzo di fonti rinnovabili ha contribuito al 23% della produzione energetica nazionale, contro una media europea del 6%. E recentemente il Governo si è impegnato a realizzare entro il 2020 una politica energetica indipendente dal petrolio. Per la Svezia si prospetta quindi un futuro verde.

Un futuro verde anche per l’Europa?

Nel recente Libro Verde sull’energia, la Commissione Europea ha affermato la necessità di snellire la politica energetica comunitaria per essere in grado di reagire adeguatamente alle gravi emergenze derivanti dalle crisi del gas e del petrolio. Il Libro Verde si appella ad un migliore coordinamento delle politiche energetiche fra gli Stati membri e promuove l’investimento di maggiori risorse nell’utilizzo di fonti rinnovabili di energia. Tuttavia il rapporto ha sostanzialmente una «posizione neutrale nei confronti dell’energia nucleare. L’opzione nucleare […] è a totale discrezione della politica energetica dei singoli Stati membri».

In conclusione, considerando l’incrollabile fede europea nel nucleare e la continua dipendenza dall’utilizzo di combustibili fossili, la realizzazione di una politica energetica comunitaria come auspicato dal Libro Verde sembra ancora molto lontana.

Copyright delle foto, nell’ordine: una centrale nucleare in Francia (Adnan Yahya); centrale nucleare di Dungeness nel Regno Unito (Huw Golledge); manifestanti contro il nucleare in Germania (randbild.de); una centrale in Svezia (Mattias Olsson)