Europa, paradiso (perduto) della libertà di stampa

Articolo pubblicato il 17 luglio 2006
Articolo pubblicato il 17 luglio 2006

Attenzione, questo articolo non è stato ancora editato, né pubblicato in alcun gruppo

Nell’Ue la libertà di stampa è rispettata ma non garantita. Le differenze tra Europa occidentale e orientale sono enormi e la protezione delle informazioni è in pericolo.

Clic! Conferma di invio: “Il Suo messaggio è stato inviato all’indirizzo desiderato”. Tutto questo suona come un’innocente informazione tramite internet. Quello che l’interessato non sa è però che questo semplice clic è registrato dai protettori dei dati dell’Ue. Non il contenuto, ma solo l’invio della mail.

Nel dicembre del 2005 l’Ue ha approvato una Direttiva circa la catalogazione sistematica di tutti i dati di telefono e internet. Lo scopo? Ottenere un miglior processo penale in modo che in seguito tutti i dati di connessione telefonica, i messaggi di testo o internet rimarranno registrati per un periodo che va dai sei ai ventiquattro mesi. Con queste nuove misure viene assicurato alle autorità il controllo su chi, dove e quando comunica.

Secondo l’Associazione Tedesca dei Giornalisti questa misura apre la strada a una massiccia sorveglianza dei giornalisti e dei loro contatti. «Sia la libertà di stampa che la protezione delle informazioni sembrano in pericolo con questa nuova Direttiva» assicura un comunicato dell’organismo tedesco. «Se gli informatori non possono assicurare la riservatezza dei numeri di telefono e degli indirizzi di posta elettronica dei contatti dei giornalisti, queste persone ci penseranno due volte prima di mettersi in contatto con la stampa».

Cosa significa “garantire”

L’Ue è costituita oggi da venticinque Stati membri. Ovvero venticinque tradizioni e culture diverse, oltre che venticinque legislazioni nazionali completamente distinte. Riguardo a questo la Commissione Europea non ha assunto la competenza necessaria ad ottenere una legislazione europea che regoli le tematiche riguardanti la libertà di stampa in modo uniforme ed unitario.

In accordo con l’articolo 11 della Carta dei Diritti Fondamentali “si garantisce la libertà ai mezzi di comunicazione e alla loro pluralità”.

Si rispetta, ma non si garantisce. «Temiamo che la sovranità nazionale potrebbe essere messa in pericolo e quella libertà di stampa un tempo garantita è oggi più minacciata che mai» chiarisce l’eurodeputata Karin Junker. Oltre alla sua posizione nel direttivo dell’Spd la deputata tedesca è membro del Consiglio della Radiodiffusione Germania Occidentale (WDR-Rundfunkrates) e del Consiglio dei programma della tv franco-tedesca Arte. Quando la Junker parla dei problemi dei mezzi di comunicazione sul piano europeo sa quel che dice. Pur criticando la debole formulazione della Carta dei Diritti Fondamentali, ammette che «se vivessi o lavorassi in un altro paese dovrei rispettarne le regole nazionali, che restano specifiche. Che mi piaccia o no».

È innegabile che gli standard dei Paesi membri dell’Ue si differenziano in effetti in modo straordinario. In molti Stati l’associazione europea dei giornalisti vede sviluppi preoccupanti nel campo della concentrazione dei mezzi di comunicazione. Così in Irlanda l’azienda Independent Newspapers controlla l’80% del mercato.

E così nei Paesi Bassi – che si trovano alla testa dell’indice Media Freedom Index offerto da Reporter senza Frontiere – la concentrazione dei mezzi è un problema all’ordine del giorno. Di fatto i tre produttori più importanti controllano almeno un 85% del mercato della televisione e della stampa.

Problemi nell’Est europeo

Se diamo un’occhiata all’ampliamento dell’Ue il panorama è ancora più nero. Come ben sa Marc Gruber, vicepresidente della Federazione dei Giornalisti Europei. «Noi protestiamo contro il fatto che le scarse garanzie alla libertà di stampa, della pluralità dei mezzi di comunicazione e di un settore di radiodiffusione per diritto e pubblico non siano diventate una conditio sine qua non per l’annessione dei nuovi Paesi».

In Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria l’80% circa della stampa è stato acquistato da gruppi editoriali d’Europa occidentale. Secondo Gruber la stampa nazionale di questi paesi ha delle grandi difficoltà di sopravvivenza nel mercato dei media. Non è strano quindi che ci si domandi se i rappresentanti europei si siano posti realmente la questione della libertà di stampa in anticipo. «Non si può soddisfare tutti» si giustifica Karin Junker.

In Polonia un editore è stato condannato a pagare 5000 euro di multa perché uno dei suoi articoli insultava l’allora Papa Giovanni Paolo II. In Ucraina, poi, Paese candidato all’adesione, i giornalisti sono spesso vittime di violenze.

Primi passi sulla buona strada

Ma da tutto questo si può ricavare qualcosa di buono. Grazie all’Ue esiste in tutti i Paesi membri una legge per la libertà di informazione. Questo significa che i documenti prodotti in ambito europeo devono essere comprensibili, documentabili con facilità e accessibili. Le autorità devono inoltre essere in grado di diffondere tematiche delicate come la finanza.

E anche nell’ambito televisivo si riconoscono buoni risultati. La Direttiva “televisione senza frontiere” fissa le condizioni per la ritrasmissione di programmi televisivi nel mercato interno europeo: traffico libero di programmi televisivi, protezione della diversità culturale, diritti di contro-programmazione, regolamentazione della pubblicità e promozioni delle produzioni europee sono solo alcuni esempi di tali condizioni.

Ma molte sono le domande che restano senza risposta. Perché la regolamentazione riguarda solo la televisione? Che cosa succede con gli altri media (radio, stampa, internet)? Come potranno i giornalisti garantire in futuro un’informazione critica se le nuove direttive per la catalogazione sistematica dei dati di internet e telefonici mettono in pericolo la protezione delle fonti? Solo una cosa è chiara: fin quando l’Unione Europea non avrà competenza nell’ambito culturale e mediatico., la salvaguardia della libertà di stampa a livello europeo sarà solo un sogno.